Pareti di giornale?
Bestseller mancati e giornali spazzati via da internet o da evidenti difetti di qualità e credibilità: un efficace richiamo a fare meglio il mestiere di scrivere potrebbe essere rappresentato dall’idea di un gruppo di ricercatori del dipartimento di ingegneria meccanica della portoghese università di Minho, guidati da Fernando Castro e Candida Vilarinho, ed è spiegata in un articolo pubblicato dall’International Journal of Materials Engineering Innovation. L’industria cartaria produce infatti non pochi rifiuti, numerosi materiali organici e inorganici, che si sono rivelati utili per ricavarne il clinker, elemento necessario per la produzione del cemento. Il processo con cui dal legno si ottengono le paste per la realizzazione della carta prevede un trattamento chimico con l’uso di sostanze come l’idrossido di sodio, che assicura una buona qualità della lavorazione, ma può rappresentare un pericolo per l’ambiente, a causa dei prodotti di scarto. Che è possibile neutralizzare incorporandoli in materiali da costruzione, in quantità minime comprese tra lo 0,13 e lo 0,25 per cento. I ricercatori lo hanno dimostrato con esperimenti condotti durante la normale produzione industriale del cemento in un impianto portoghese, che anche con il nuovo metodo ha messo a disposizione un prodotto finale non meno robusto del cemento convenzionale. E soprattutto, mentre venivano effettuati i test, è stata analizzata la composizione delle emissioni gassose, senza che siano stati riscontrati effetti significativi conseguenti all’incorporazione nel procedimento dei rifiuti dell’industria cartaria. A dimostrazione che già solo lo sfruttamento di questi ultimi, si è rivelata un’ottima idea dal punto di vista economico e ambientale. Mentre la carta pronta per essere stampata è ancora a disposizione, per il momento, di giornalisti e scrittori.
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Cosa farne del vecchio telefonino abbandonato in fondo al cassetto? Non è un ferrovecchio, ma una piccola miniera che contiene quantità minime di metalli rari: da cento cellulari si può estrarre abbastanza oro per fabbricare un anello. Finora, però, pochi avevano pensato di utilizzarli come strumento di solidarietà. Al prossimo meeting di Rimini sarà possibile consegnarli per riciclarne le componenti metalliche e plastiche: una quota del ricavato andrà a Biteb, un’associazione che recupera tecnologie informatiche per il settore non profit e invia nei Paesi in via di sviluppo apparecchiature biomedicali usate.
“Così potremo completare il finanziamento dei nostri progetti” spiega Paolo Galambra, project manager di Biteb. Anzi, dalla metà di settembre l’iniziativa diventerà “per corrispondenza”: registrandosi sul sito di Biteb, si potrà ricevere a casa una busta già affrancata, grande come quelle per le raccomandate commerciali. Basterà infilare il telefonino e imbucarlo in una comune cassetta postale.
L’abitudine di riciclare i cellulari è poco diffusa: nel mondo lo fanno soltanto tre persone su cento. Ma il bacino potenziale dell’Italia è enorme perché gli abitanti della penisola ne hanno in media più di uno. Qual è il destino del vecchio telefonino? Pochi lo abbandonano nei bidoni dell’immondizia: quattro su dieci, infatti, lo conservano a casa. E, come rivela un sondaggio della Nokia, la maggior parte delle persone non decide di riciclarlo perché “non sa che esiste questa possibilità”. Eppure il 72% degli intervistati crede che riutilizzarlo sia importante per l’ambiente. Dal primo gennaio di quest’anno, inoltre, vale il principio “chi inquina paga”: la gestione dei rifiuti elettrici ed elettronici (Raee) è passata ai produttori. Ma anche i Comuni partecipano all’iniziativa: riceveranno 300 euro per tonnellata.
Rifuti elettronici arrivati clandestinamente in Africa: i metalli estratti finiscono sul mercato nero
Sta diventando un’emergenza, però, il traffico clandestino di rifiuti elettronici: migliaia di computer dismessi arrivano ogni giorno dall’Europa occidentale e dagli Stati Uniti nei porti dell’Africa Occidentale, finendo in discariche altamente tossiche dove i bambini li bruciano per estrarne metalli preziosi. E rivenderli al mercato nero. È una denuncia che arriva dalle organizzazioni internazionali DanWatch e Consumers International. Lo scarico di rifiuti hi-tech dei Paesi occidentali è in aperto contrasto con la legislazione internazionale e sta causando seri problemi di salute agli abitanti delle baraccopoli che sono sorte in mezzo alle discariche della capitale nigeriana Lagos e di quella ghanese Accra. Gli attivisti delle organizzazioni non governative sono convinti che alcuni mercanti senza scrupoli stiano accumulando illegalmente milioni di tonnellate di rifiuti pericolosi nei Paesi in via di sviluppo con la scusa di esportarli per l’uso nelle scuole e negli ospedali: chiedono controlli internazionali più severi sui questo tipo di rifiuti, da cui vengono rilasciate sostanze chimiche pericolose come piombo, mercurio, cadmio e arsenico.
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Lo chiamano il “Settimo continente”. E purtroppo non è una bella scoperta. Dopo dieci di ricerca affannosa i membri dell’Algalita Marine Research Foundation (Amrf), un’organizzazione ecologica statunitense basata in California, hanno scoperto una placca gigantesca di detriti di plastica immersa nell’Oceano Pacifico, tra le coste di Hawai e il Nord America. Calcolatrice alla mano, gli scienziati di Amrf confermano gli allarmi lanciati negli ultimi anni da Greenpeace (ma mai comprovati da dati statistici) mettendo a nudo una minaccia ambientale spaventosa estesa su oltre 3,5 milioni di chilometri quadrati (dodici volte l’Italia) con un volume pari a 3,5 milioni di tonnellate. “Dai nostri rilevamenti” sostiene il direttore scientifico Marcus Eriksen, “tra il 1997 e il 2007 la massa di detriti si sarebbe triplicata e potrebbe moltiplicarsi per altre dieci volte da qui 2030″ fino a raggiungere quota 30,5 milioni di chilometri quadrati (una superficie undici volte superiore a quella dell’Unione Europea). Le cifre sono tanto più spaventose che questa parte dell’Oceano Pacifico è nota per l’assenza di traffico marittimo intenso. Purtroppo la scienza non aveva fatto i conti con correnti devastanti che, al pari di un maelstrom, inghiottono le tonnellate di detriti rilasciate dall’uomo lungo le coste del Pacifico. Il fenomeno è così intenso che il rapporto tra il volume di plastica e quello di placton sarebbe di sei a uno. “Ora”, ricorca il quotidiano spagnolo Abc, “la plastica non è biodegradabile (la sua durata di vita supera in media i 500 anni) e con il passare degli anni i detriti si disgregano in piccoli pezzettini fino a formare una specie di massa di sabbia plastificata che pesci e uccelli marittimi confondono facilmente con del cibo”. Secondo Greenpeace, il nuovo regime alimentare avrebbe già intossicato 267 specie. Una minaccia insidiosa per l’essere umano, la cui irresponsabilità ambientale è testimoniata dai dati raccolti dall’American Association for the Advancement of Science secondo la quale il 40% degli oceani è gravemente inquinato.

I rifiuti e le discariche non sono soltanto un problema sulla Terra: le stime della Nasa dicono che almeno il 95% degli oggetti in orbita fino a 2000 chilometri sono satelliti in disuso. Dagli enti di ricerca scientifica agli operatori di telecomunicazioni, il numero di lanci cresce rapidamente. E aumenta l’immondizia spaziale. Come il satellite militare “Us 193″: gli Stati Uniti lanciano l’allarme perché non è più sotto controllo e sta precipitando alla velocità di otto chilometri al giorno. Entro poche settimane potrebbe distruggersi completamente avvicinandosi all’atmosfera o arrivare fino al suolo. Se è vero che l’acqua ricopre i tre quarti della superficie terrestre, è anche possibile che resti del satellite cadano sul suolo.
Negli ultimi mesi già alcuni blogger avevano osservato il comportamento anomalo di “Us 193″, mandato in orbita il 14 dicembre 2006 con il nome di L-21 dalla base di Vandenberg, e inutilizzabile già poco dopo il lancio. A denunciare il rischio è stato il National Reconnaissance Office, una delle sedici agenzie della comunità d’intelligence Usa. Secondo il Pentagono sono 17mila i satelliti caduti sulla Terra negli ultimi cinquant’anni.

Sono tante le istituzioni locali italiane che in questi giorni stanno prestando attenzione al sistema di riciclaggio dei rifiuti indifferenziati ideato dal ricercatore del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr) Paolo Plescia, in collaborazione con la società Assing di Roma. Per i suoi vantaggi, infatti, la nuova tecnica promette di diventare una buona soluzione nelle mani delle amministrazioni che si trovano a dover affrontare l’emergenza rifiuti.
Senza bisogno di organizzare la raccolta differenziata, l’impianto Thor (significa Total house waste recycling, ma è anche il nome del dio della guerra nell’epica nordica) permette di raffinare meccanicamente i rifiuti solidi urbani e trattarli in modo da trasformarli in materiali utili e in combustibili di elevato potere calorico. Utilizzando, in più, una parte della stessa energia prodotta.
Il Thor, come un mulino di nuova generazione, riduce i rifiuti a dimensioni microscopiche: una miscela omogenea di granelli di circa 1 millesimo di centimetro. La miscela viene poi purificata dalle parti nocive per la salute e l’ambiente. Il resto, ossia il contenuto con potere calorico, può essere impiegato come carburante per motori “biodiesel”, caldaie a vapore, sistemi di riscaldamento centralizzati e impianti di termovalorizzazione di biomasse. “Combustibile utilizzabile con qualunque tipo di sistema termico ma privo di idrocarburi policiclici e povero di zolfo” puntualizza Plescia.
Il Thor (un prototipo è in funzione in Sicilia) ha una capacità di lavoro di circa 8 tonnellate l’ora, può essere trasportato ed essere acceso solo quando serve. Un impianto di 4 tonnellate all’ora costa 2 milioni di euro, occupa 300 metri quadrati e richiede circa 40 euro di spesa per tonnellata di materiale, contro i 100 di una discarica e i 250 di un inceneritore.
L’energia prodotta dal Thor può inoltre essere impiegata per vari fini, accoppiandola per esempio con un dissalatore in modo da produrre acqua potabile. Il tutto nell’assenza di odori da fermentazione e pericoli di batteri: alle pressioni generate nel mulino, infatti, questi ultimi non sopravvivono.