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Riscaldamento globale: i video più sorprendenti

Terra bollente (Credit: www.flickr.com/photos/azrainman)
Terra bollente (Credit: www.flickr.com)

Youtube pullula di video sui cambiamenti climatici. Moltissimi sono seriosi documentari scientifici, che snocciolano dati, spiegano l’effetto serra, documentano il disastro. Molti altri sono video educativi, che spiegano come ridurre il proprio impatto, consumare meno, dare il proprio contributo per evitare il peggio. C’è anche chi, per il bene della causa, privilegia un approccio ironico, sceglie l’animazione o punta decisamente sugli effetti speciali. Ecco una carrellata di video divertenti e curiosi su un argomento serissimo.
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Clima: negli Usa avanzano i negazionisti

Terra a bagno? (Credit: http://www.flickr.com/photos/nattu/3945439186/)

L’Europa chiama, ma gli Usa risponderanno? La risposta a questa domanda è probabilmente quella che deciderà tra fumata bianca e fumata nera ai negoziati di Copenaghen, dove a dicembre il mondo sarà chiamato a trovare un accordo su come frenare il cambiamento climatico. Al recente vertice di Bruxelles l’Unione Europea (qui, in inglese, il testo del discorso del Presidente della Commissione Barroso in Pdf) ha proposto un pacchetto di aiuti ai paesi più poveri per un importo di 100 miliardi di euro l’anno fino al 2020. Ma la Ue non ha intenzione di metterceli tutti di tasca propria e chiede agli altri paesi, e in particolare agli Stati Uniti, di condividere il fardello.
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Per il vertice sul clima scende in campo anche Google

L'energia cinetica del vento è alla base dell'energia eolica

Mentre a New York, all’assemblea generale dell’Onu, Stati Uniti e Cina fanno i primi passi, almeno a parole, per contrastare i cambiamenti climatici, il vertice di Copenaghen di dicembre si fa sempre più vicino. Basteranno meno di tre mesi per passare dalle parole ai fatti, dai discorsi retorici infarciti di vaghe promesse agli impegni scritti e controfirmati dai grandi inquinatori?

Si prepara al Cop 15, il vertice danese di dicembre, anche il colosso di internet. Google annuncia infatti sul proprio blog il lancio di alcune iniziative che aiuteranno il “popolo della rete” a informarsi su quanto c’è da fare per salvare il pianeta e sui temi che i rappresentanti dei governi andranno a discutere.
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La lunga estate calda dei documentari ecologici

FuelIl poster del film Fuel

Si chiude l’estate più calda a livello globale dal 1880, anno in cui abbiamo cominciato a rilevare la temperatura degli oceani: la loro temperatura media stata superiore di circa 0,6 gradi alla media degli passati 130 anni e supera il record precedente, che risaliva al 1998. Oceani a parte la temperatura media globale registrata nei mesi estivi del 2009 è stata la terza più calda sempre dal 1880.

E’  stata sicuramente calda per l’ambiente, il clima e la salvezza del pianeta anche la stagione cinematografica estiva in America, quella in cui si lanciano i blockbuster che poi arriveranno nelle nostre sale in autunno. Non si contano, infatti, i documentari dedicati al tema ambientale, trattato dalle più svariate angolazioni, che sono usciti o stanno per uscire proprio nel paese che è considerato uno dei maggiori responsabili del riscaldamento globale.
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Clima: gli impegni contraddittori dei paesi ricchi

Lo scioglimento del ghiacciaio a Santa Cruz, nella Patagonia Argentina
Il Giappone ha appena cambiato Governo. Il leader del vittorioso partito democratico, Yukio Hatoyama, ha già annunciato di volersi impegnare per un taglio delle emissioni del 25 per cento rispetto al 1990 per il 2020. Taro Aso, il suo predecessore, si era limitato a promettere uno scarno -8 per cento.
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Diamo un taglio alle emissioni: -10 per cento entro il 2010

Gordon Wiltsie - Antartide

Tempo fa un bravo giornalista ambientalista, George Monbiot, pubblicò un libro sul riscaldamento globale, dal titolo Calore!, le cui tesi di fondo erano sostanzialmente due. La prima era che per evitare la catastrofe avremmo dovuto ridurre le emissioni nel mondo del 90 per cento entro il 2030, la seconda è che con un po’ di buona volontà e facendo i passi giusti la cosa era fattibile senza dover tornare a uno stile di vita da uomini delle caverne. Ma l’assunto centrale del libro era che gli exploit individuali, per quanto meritori, non risolvono il problema dei cambiamenti climatici: “Il riscaldamento globale causato dall’uomo non può essere controllato se non convinciamo i nostri governi che devono costringerci a modificare il nostro stile di vita”.

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Oceani più caldi: così cambia la catena alimentare marina

fish-bowl-flickr-ha-wee
Foto: fish-bowl, di ha-wee/flickr

Molti di coloro che definiscono le preoccupazioni per il riscaldamento globale come una forma di catastrofismo, e che sostengono che ci sarà anche chi nel mondo ne trarrà dei benefici, saranno contenti di sapere che tra questi potrebbero esserci alcune specie marine. In realtà però c’è poco da stare allegri, perché la quantità complessiva delle specie marine sembra destinato a diminuire con l’aumento delle temperature.
Una ricerca dell’Università del North Carolina a Chapel Hill ha cercato di far luce sulla ricaduta di un aumento della temperatura degli oceani sulla vita marina e in particolare sulla catena alimentare al di sotto del pelo dell’acqua.
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Riscaldamento globale, probabile rimedio al buco nell’ozono

Cielo
Come certificato dall’Organizzazione meteorologica mondiale, e confermato dall’Agenzia Spaziale Europea, nel 2008 il buco nell’ozono sull’Antartide ha superato l’estensione massima toccata nel 2007, raggiungendo 27 milioni di km quadrati, contro i 25 milioni dell’anno precedente, mentre nel 2006 le sue dimensioni hanno registrato il record di 29 milioni di km quadrati, paragonabili all’incirca a quelle dell’intero continente nordamericano. Sembra tuttavia esistere un rimedio al fenomeno, ed è forse il più inatteso, trattandosi del riscaldamento globale, che, secondo uno studio pubblicato dalla rivista Atmospheric Chemistry and Physics Discussion (file Pdf), mostrerebbe in questo caso un aspetto virtuoso. Gli autori, Qiang Fu e Yongyun Hu, docenti di scienze atmosferiche rispettivamente presso le Università di Washington e Pechino, analizzando i dati forniti dai satelliti e relativi agli anni dal 1979 al 2006, hanno scoperto una tendenza all’incremento della temperatura, a livello dello stratosfera, su ampie zone della regione polare antartica, durante l’inverno e la primavera. Il valore massimo di questo incremento, compreso tra sette e otto gradi, viene toccato nei mesi di settembre e ottobre (nell’emisfero sud del pianeta le stagioni sono rovesciate rispetto al nostro emisfero), ovvero il periodo dell’anno in cui il buco nell’ozono sull’Antartide tende a espandersi. Il calore penetra all’interno del vortice polare antartico, rendendolo instabile e impedendogli di mantenere le sue gelide temperature. Secondo gli studiosi, il fenomeno potrebbe accelerare la chiusura del buco nell’ozono, più di quanto facciano pensare previsioni meno ottimistiche, in quanto il modello da loro elaborato dimostra che essa è provocata dall’innalzamento della temperatura della superficie dei mari tropicali, a sua volta determinato dalle emissioni di gas serra prodotte dall’uomo. Basse temperature polari riducono infatti la formazione di nuvole polari stratosferiche, sulle quali hanno luogo diverse reazioni chimiche che coinvolgono il cloro antropogenico e sono all’origine della rapida distruzione dell’ozonosfera.

Cambiamenti climatici: alcuni danni sono irreversibili

I ghiacci della Groenlandia a rischio scioglimento rapido

L’annuncio ben poco ottimista arriva quasi in contemporanea con la svolta ecologista annunciata dal Presidente Usa Barack Obama. “La gente immagina che se smettessimo di emettere biossido di carbonio il clima tornerebbe alla normalità nell’arco di 100 o 200 anni, ma non è vero”. Così Susan Solomon, ricercatrice dell’Earth System Research Laboratory di Boulder, Colorado, puntualizza la situazione nella quale ci troviamo. La studiosa definisce come irreversibili tutti i cambiamenti destinati a rimanere per 1000 anni anche se gli umani smettessero immediatamente di scaricare emissioni in atmosfera. “I cambiamenti climatici sono lenti ma irrefrenabili”, ha spiegato Solomon, a capo del gruppo che ha effettuato lo studio pubblicato su Proceedings of the National Academy of Sciences.

Nello studio, Solomon, una delle più note ricercatrici mondiali nel campo dei cambiamenti climatici, fa notare che le temperature sono aumentate in tutto il mondo e sono stati rilevati cambiamenti nelle modalità delle precipitazioni in molte aree geografiche, come il Mediterraneo, l’Africa del Sud, e il Sud-ovest del Nord America. Il clima più caldo sta causando l’innalzamento degli oceani che aumenterà ancora con lo scioglimento dei ghiacci in Groenlandia e in Antartica. “Io non credo che gli effetti a lunghissimo termine di questi cambiamenti siano stati compresi”, conclude.

Il problema del biossido di carbonio, e il motivo per cui è considerato il principale responsabile dell’effetto serra alla base del riscaldamento globale, è che, a differenza di altri gas che concorrono al fenomeno ma si degradano rapidamente, il CO2 rimane nell’aria per centinaia di anni. La concentrazione raggiunta oggi è di 385 ppm, contro i 280 ppm dell’era pre-industriale, e quello su cui i politici discutono è la possibilità di arrestarne l’aumento. La ricerca giunge alla conclusione che se lasceremo che la concentrazione di CO2 in atmosfera raggiunga le 450-600 parti per milione, tra i risultati che dobbiamo attenderci potranno esserci persistenti diminuzioni delle precipitazioni nella stagione secca paragonabili alla grande siccità che colpì le pianure americane negli anni Trenta, nota come North American Dust Bowl, e che causò la migrazione di oltre 5 milioni di cittadini in altre zone del Paese. Questi fenomeni potrebbero avvenire in zone come l’Europa meridionale, il Nord Africa, il sud-Ovest del Nord America e l’Australia occidentale.

Fino ad ora, avverte Solomon, il riscaldamento globale è stato rallentato dall’oceano, perché l’acqua ha assorbito gran parte del calore. Ma questo meccanismo virtuoso non solo diminuisce col tempo, ma in pratica darà luogo all’effetto contrario: l’oceano manterrà più caldo il pianeta restituendo all’aria il calore accumulato. In pratica più aspetteremo a intervenire e maggiore sarà il livello di cambiamento irreversibile del clima al quale dovremo adattarci.

Un’idea per l’idrogeno pulito: ricavarlo dall’etanolo

Un'idea per l'idrogeno pulito

Ridurre drasticamente la dipendenza dai combustibili fossili. L’obiettivo di Hicham Idriss, esperto di energie alternative della scozzese Università di Aberdeen, non è certo originale. Lo è invece il modo in cui ritiene di poterlo raggiungere, attraverso un metodo del tutto naturale e rinnovabile per produrre idrogeno da utilizzare in celle a combustibile che generano direttamente elettricità, disponibile per abitazioni e automobili in un futuro non troppo lontano. Ammesso che le politiche energetiche, sottolinea Idriss, mutino in una direzione favorevole a questa scoperta. Il metodo, frutto di un decennale progetto di ricerca internazionale, prevede di ricavare l’idrogeno dall’etanolo, che è ottenuto dalla fermentazione di prodotti agricoli ed è perciò ecocompatibile, in quanto l’anidride carbonica generata anche con questo nuovo processo viene riassimilata dall’ambiente e sfruttata dalle piante nel loro naturale ciclo di crescita, al contrario di quanto accade con oltre il 90 per cento dell’idrogeno attualmente prodotto nel mondo tramite estrazione dal gas naturale, cioè con ampie emissioni di anidride carbonica che contribuiscono al riscaldamento globale. Questa fondamentale differenza è dovuta al fatto che i ricercatori coordinati da Idriss sono riusciti a creare il primo stabile catalizzatore in grado di ricavare per l’appunto l’idrogeno dall’etanolo: si tratta di nanoparticelle di metalli depositate su una struttura di supporto fatta di nanoparticelle più grandi di ossido di cerio, composto utilizzato anche nei catalizzatori di alcune auto. L’idrogeno necessario per fare funzionare una cella a combustibile di medie dimensioni può essere prodotto servendosi di un chilo del catalizzatore in questione. Con l’ulteriore vantaggio che anche il velenoso monossido di carbonio generato dal procedimento viene contemporaneamente convertito in anidride carbonica, azzerando quindi ogni rischio per l’ambiente.

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