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Dal Giappone un satellite per studiare dallo spazio i gas serra

Il lancio del satellite Ibuki

Il Giappone ha lanciato il primo satellite al mondo che studierà nello spazio i gas responsabili dell’effetto serra. “Ibuki“, questo il nome del vettore che in italiano significa respiro, è costato 159 milioni di dollari e aiuterà gli scienziati a calcolare la densità del diossido di carbonio e del metano derivanti da quasi la metà della superficie terrestre. Costruito dalla Mitsubishi Heavy Industries, nero e arancione, è decollato oggi dal centro spaziale di Tanegashima, una piccola isola del sud dell’arcipelago.

Il satellite orbiterà sulla terra a un’altezza di 666 chilometri, da dove, con due sensori, registrerà dati ogni tre giorni per cinque anni, in un totale di 56 mila punti del globo inclusa l’atmosfera sopra i mari nei paesi in via di sviluppo dove mancano punti di osservazione nonostante il crescente volume di emissioni. Basti pensare alla Cina, che ha poche centrali di rilevazione delle emissioni serra, e tra l’altro di dubbia utilità, ma anche al Brasile, e pure alla deforestazione delle aree tropicali africane che producono moltissimo inquinamento senza che nessuno ne sia messo al corrente.

Dalla Jaxa, l’agenzia spaziale giapponese, informano che la sua funzione è anche quella di capire il movimento nell’atmosfera di questi gas, un punto su cui gli scienziati di tutto il mondo dibattono da qualche anno, ma su cui ancora non si è trovato un accordo. Degli altri sette satelliti inviati nello spazio insieme all’Ibuki, sei sono stati progettati da privati o da centri universitari, mentre il settimo è un congegno sperimentale fabbricato dall’agenzia aerospaziale per studiare nuove funzioni di comunicazione.

Quell’immondizia abbandonata nello Spazio

un satellite in orbita. (credits: Nasa)
I rifiuti e le discariche non sono soltanto un problema sulla Terra: le stime della Nasa dicono che almeno il 95% degli oggetti in orbita fino a 2000 chilometri sono satelliti in disuso. Dagli enti di ricerca scientifica agli operatori di telecomunicazioni, il numero di lanci cresce rapidamente. E aumenta l’immondizia spaziale. Come il satellite militare “Us 193″: gli Stati Uniti lanciano l’allarme perché non è più sotto controllo e sta precipitando alla velocità di otto chilometri al giorno. Entro poche settimane potrebbe distruggersi completamente avvicinandosi all’atmosfera o arrivare fino al suolo. Se è vero che l’acqua ricopre i tre quarti della superficie terrestre, è anche possibile che resti del satellite cadano sul suolo.

Negli ultimi mesi già alcuni blogger avevano osservato il comportamento anomalo di “Us 193″, mandato in orbita il 14 dicembre 2006 con il nome di L-21 dalla base di Vandenberg, e inutilizzabile già poco dopo il lancio. A denunciare il rischio è stato il National Reconnaissance Office, una delle sedici agenzie della comunità d’intelligence Usa. Secondo il Pentagono sono 17mila i satelliti caduti sulla Terra negli ultimi cinquant’anni.

Cinquant’anni fa l’Urss lanciava lo Sputnik e dava inizio all’era spaziale

Il fatto che avrebbe sorvolato gli Stati Uniti sette volte al giorno per tutta la durata della missione era uno degli aspetti che preoccupavano maggiormente il governo americano. Ma il vero spauracchio costituito dallo Sputnik, il primo satellite artificiale mai lanciato in orbita, era la sua testimonianza che i sovietici erano riusciti, prima degli americani, a conquistare lo spazio. Cinquant’anni fa, il 4 ottobre 1957, con il lancio dello Sputnik iniziava ufficialmente l’era spaziale, meno di un mese dopo i russi avrebbero mandato la cagnetta Laika nello spazio e nel 1961 avrebbero vinto ancora mandando in orbita il primo uomo, il maggiore Yuri Gagarin. Nel 1963 i sovietici vinsero anche la guerra dei sessi, spedendo anche la prima donna nello spazio, il tenente Valentina Tereshkova. Ci volle lo sbarco sulla luna di Armstrong e compagni nel 1969 per ristabilire un po’ di equilibrio spaziale tra le superpotenze, regalando agli Usa il loro primato. Ma nel mese di ottobre di 50 anni fa il segnale radio trasmesso dal satellite sovietico fu l’unico protagonista della scena e affascinò tutto il mondo in ascolto.
Dal 4 al 6 ottobre, presso la Galleria Bell’Italia di Roma un modello in scala 1:1 del satellite sarà esposto insieme a molte altre memorabilia della missione nell’ambito della mostra Tutti i segreti dello Sputnik-1.

Le missioni spaziali russe

Video americano con disegni e animazioni dà notizia del lancio

Un brano dell’episodio del docu-drama prodotto da BBC2 nel 2005 sull’era spaziale dedicato allo Sputnik.

Ecco come la Nasa tiene d’occhio gli uragani


L’uragano Dean si dirige minaccioso verso le coste dello Yucatan e il mondo sta col fiato sospeso. La potenza di questo tifone potrebbe raggiungere livelli raramente visti in precedenza. È già arrivato alla categoria 5, la stessa attribuita a Katrina, che nel 2005 spazzò via la città di New Orleans.
Mentre lo shuttle Endeavour ha anticipato il rientro sulla Terra per evitare di imbattersi nella tempesta, la Nasa è tra gli enti più impegnati sul fronte del monitoraggio di questa potenziale catastrofe. Già da prima di ferragosto, grazie all’impiego di un radiometro a microonde, aveva infatti rilevato un innalzamento anomalo della temperatura degli strati superficiali del mare in tutta la zona caraibica che faceva presagire il formarsi di un uragano di grandi dimensioni. Ecco l’animazione che evidenzia l’evoluzione della situazione in tutta l’area dall’inizio dell’anno. Ma per misurare l’intensità dei venti di un uragano il sistema migliore resta quello di ficcarcisi in mezzo. Lo si fa con aerei, la Nasa ne ha tre, che sono in grado di misurare le caratteristiche fisiche dell’uragano e, in ultima analisi, capire qualcosa in più su come si è formato. ”Gli strumenti all’interno degli aerei permettono di misurare le caratteristiche fisiche dei cicloni - ha dichiarato all’agenzia di stampa Ansa Leopoldo Stefanutti, fisico del Cnr - come la velocità del vento o la forma e struttura chimica delle gocce, e in definitiva capire meglio come si formano”. Tutto questo dovrebbe aiutare gli scienziati nel compito che sta più a cuore alla popolazione: prevedere la formazione degli uragani, valutarne la possibile intensità per poter salvare cose e persone in tempo. Ecco come la Nasa cerca di farlo, grazie alla propria rete di satelliti e ai propri aerei.

Studiando il comportamento degli uragani del passato, si possono mettere a punto modelli matematici in grado di aiutare a prevedere come si svilupperanno quelli del futuro. Grazie ai satelliti, è possibile poi verificare la direzione dei venti e la loro velocità, la temperatura superficiale degli oceani, verificare le condizioni dello strato di ozono legato alle condizioni climatiche generali del pianeta. Ci sono poi le boe oceaniche, che misurano la temperatura superficiale degli oceani e altri parametri, e anche palloni sonda che spinti dai venti “seguono” gli uragani dalla loro formazione.

L’uragano Dean visto dal satellite


L’uragano Dean visto dallo Spazio

Il probklema, però, è che i cambiamenti climatici di questi ultimi anni e mille altre variabili possono pur sempre riservare delle sorprese, così come scelte politiche errate o tardive possono mettere a repentaglio la vita delle popolazioni anche di fronte a catastrofi previste con largo anticipo.

GUARDA LE IMMAGINI DELL’URAGANO DEAN

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