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Produzione di vaccini a Pechino (AP Photo/Andy Wong)
di Daniela Mattalia
A metà gennaio le due maggiori riviste scientifiche internazionali, Nature e Science, stavano per pubblicare uno studio in cui ricercatori dell’Università del Wisconsin e del Erasmus medical center di Rotterdam avevano manipolato geneticamente il temibile virus H5N1, quello dell’influenza aviaria, particolarmente aggressivo: in poche parole, avevano creato un ceppo mutato del virus in grado di trasmettersi tra mammiferi (per la precisione, furetti), cosa che non avviene invece con il virus in natura.
Lo avevano fatto non perché pazzi, bensì per capire come bloccare la diffusione dell’H5N1 se un giorno dovesse spontaneamente mutare in questa direzione. E diventare un pericolo mondiale , un po’ come succede con il film Contagion (in edicola con Panorama).
Ma la pubblicazione dell’articolo era stata fermata dallo Us National Science Advisory Board for Biosecurity (NSABB), l’ente americano che si occupa di biosicurezza. Troppo rischioso, avevano detto i suoi esperti, divulgare i dettagli dello studio. Qualcuno potrebbe usarlo a scopi terroristici. Aveva chiesto una moratoria moratoria temporanea degli esperimenti, per 60 giorni, e le due riviste avevano sospeso la pubblicazione. La decisione aveva scatenato accesissime polemiche. La scienza, avevano obiettato ricercatori di tutto il mondo, non può essere censurata.
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Un villaggio di bushmen in Namibia
A dirlo è il Dna, ma stavolta non si tratta di trovare l’assassino bensì di dare il giusto riconoscimento cronologico a chi se lo merita. E così ci pensa la genetica a dare il marchio doc alla popolazione al momento considerata la più antica del pianeta. Si tratta dei San, cacciatori dell’Africa del Sud conosciuti anche con il soprannome più familiare di bushmen, letteralmente “gli uomini della foresta”, 20 mila anni di storia alle spalle. E’ la foresta africana infatti da millenni il loro habitat naturale e dunque congeniale visto che, stando sempre a quanto rivela il Dna, sarebbero proprio loro i discendenti diretti dei primi umani. E sempre dai San poi si sarebbero originati tutta una serie di ceppi tra cui anche quelli che dall’Africa migrarono in altri punti del pianeta.
Lo studio, il più grande mai realizzato finora sul Dna umano in Africa, è stato condotto per dieci anni da scienziati di tutto il mondo e adesso è stato finalmente pubblicato dall’autorevole Science. “Abbiamo prelevato campioni di sangue in tutto il continente africano- racconta Sarah Tishkoff dell’ Università della Pennsylvania- dopo dieci anni possiamo finalmente dire che l’Africa è stato veramente un continente melting pot, con al suo interno tutti i geni che nei millenni successivi avremmo trovato nel resto del mondo. E’ davvero il luogo di nascita dell’umanità”.
Le popolazioni studiate nell’ambito del progetto sono state ben 121, tutte derivate da 14 ceppi diversi. Quanto ai San, oggi ben visibili soprattutto in alcuni punti del deserto del Kalahari sono piccoli di statura e nerissimi. Hanno una grande tradizione di caccia e, dunque, di nomadismo. Hanno anche vissuto una guerra con i Khoikhoi, una popolazione legata alla pastorizia e per questo profondamente diversa nei costumi e nelle tradizioni. Come a dire che l’aggressività in fondo è nata con l’uomo.
Uno dei mali più comuni nei mesi freddi è il raffreddore. Tutti ne conoscono i sintomi: gola infiammata, testa come in un pallone, naso che sgocciola in continuazione. Eppure, pur essendo un malanno che si risolve nel giro di pochi giorni, non si è ancora trovato il modo di sconfiggerlo, e, nel caso il virus degeneri, possono svilupparsi serie complicazioni come asma (soprattutto nei più giovani) o infezioni ai polmoni e alle orecchie.
Scienziati dell’Università del Maryland a Baltimora in collaborazione con colleghi della University of Wisconsin-Madison e del J. Craig Venter Institute si sono avvicinati alla risoluzione del problema. Sono infatti riusciti a ricostruire l’albero genealogico del virus responsabile del raffreddore, il rhinovirus, identificandone 99 ceppi noti e hanno scoperto che ne esistono anche altri. In più, i ricercatori hanno osservato che i rhinovirus umani sono organizzati in 15 gruppi derivanti da antichi progenitori. È questo il motivo per cui curare il raffreddore con un unico farmaco non è un approccio di sicura efficaci. I ricercatori puntano invece sulla possibilità “di sviluppare diversi farmaci antivirali che abbiano come target specifiche regioni genetiche di determinati gruppi - come spiega Stephen B. Liggett dell’Università del Maryland, uno degli autori dello studio apparso sulle pagine di Science -. La scelta di quale farmaco dare a un paziente dipenderebbe, quindi, dalla composizione genetica dell’infezione da rhinovirus che lo ha colpito”.
Liggett e colleghi hanno dunque completato la sequenza genomica di tutte le specie conosciute di rhinovirus confrontandole tra loro e comparandone le diverse caratteristiche. I ricercatori sono riusciti a dimostrare che anche virus distanti tra loro possono dar vita, ricombinandosi, a nuovi ceppi. Proprio questa ricombinazione potrebbe essere la ragione della rapida proliferazione di nuove varianti nel periodo invernale.
Sulla base di queste considerazioni sarà possibile dare risposta a domande del tipo: come mutano questi virus passando da persona a persona? Quali di questi sono associati all’asma?
Tempi duri per terroristi e criminali. La ricerca scientifica sulle impronte digitali sta facendo passi da gigante e tra non molto lasciare un’impronta significherà molto più di una semplice traccia di un polpastrello della mano. L’impronta offrirà un vero e proprio identikit della persona. Dopo le ricerche dell’Imperial College di Londra adesso arrivano, infatti, anche gli studi condotti da un’équipe guidata da Graham Cooks, della Purdue University di West Lafayette, Indiana, negli Stati Uniti. I risultati, pubblicati sull’ultimo numero di Science, dimostrano che grazie a una nuova tecnica di rilevamento le impronte potranno rivelare la presenza di droga o di tracce di esplosivo. Non solo ma nell’eventualità di crimini in cui più impronte siano sovrapposte tra loro, caso finora di difficile, se non impossibile soluzione, si potranno adesso distinguere i vari individui che le hanno lasciate e dare quindi un volto a tutte le persone coinvolte nella scena. La tecnica in questione consiste in un sofisticatissimo spettrometro, ribattezzato Desi, in grado di leggere la struttura chimica delle molecole e di scattare una fotografia chimica dell’impronta con una risoluzione eccellente di circa 150 micron mai ottenuta prima d’ora. Per il momento lo spettrometro è commercializzato negli Stati Uniti al costo di circa 60 mila dollari. Si sta però lavorando a una versione più accessibile. Non appena la si avrà sul mercato, Cooks e la sua équipe stanno seriamente pensando di estendere le sue applicazioni al campo della chirurgia per individuare nei tessuti molecole legate a malattie come il cancro.
E’ questo in estrema sintesi il senso della scoperta fatta da un gruppo di ricercatori francesi, guidati da Jonathan Lenoir dell’Istituto Agro Paris Tech di Nancy. Nello studio pubblicato sulla rivista Science, Lenoir e il suo gruppo evidenziano come confrontando la distribuzione delle specie prese in esame (le più comuni) tra il 1905 e il 1985 con la loro distribuzione tra il 1986 e il 2005 sia emerso uno spostamento che corrisponde in media a 29 metri ogni decennio.
“Abbiamo dimostrato che i cambiamenti climatici hanno già comportato un effetto significativo sulle piante”, ha commentato Lenoir, giacché l’altitudine ottimale alla quale le si trova più facilmente si è spostata nel corso dei decenni, parallelamente all’aumentare delle temperature.
Ma come fanno delle piante a muoversi? Semplice, i semi si sparpagliamo e attecchiscono laddove le condizioni climatiche sono ideali per la crescita della pianta. In questo caso la “preferenza” è andata verso una maggiore altitudine il che ha comportato, nel corso dei decenni, uno spostamento generale di gran parte delle specie considerate verso l’alto.
A spostarsi più rapidamente sono state come è ovvio le piante dal ciclo di vita più breve e che si riproducono più velocemente, come vari tipi di erba, muschio, felci. Assai più graduale è lo spostamento dei grandi alberi che, secondo Lenoir, sono assai più minacciati dai cambiamenti climatici proprio perché non possono ricollocarsi rapidamente.
Delle 171 specie considerate la maggior parte si è spostata verso l’alto, segnando un trend generale molto netto. Alcune specie, però, si sono dirette verso il basso.
Lo studio, da più parti considerato un importante testimonianza degli effetti del riscaldamento globale, dimostra che non siano solo gli ecosistemi più sensibili, come la cima delle montagne o le calotte polari, a patire le conseguenze dei cambiamenti climatici.

Personaggi celebri come Johann Sebastian Bach, Edgar Allan Poe e Albert Einstein, che sposarono delle cugine, probabilmente la sapevano lunga anche in amore. Uno studio apparso su Science sembra suggerire che il matrimonio e in generale le relazioni sessuali tra parenti non troppo stretti, al contrario di quanto fa pensare il tabù che le circonda, abbiano qualche vantaggio riproduttivo. Studi precedenti condotti in India e in Pakistan avevano riscontrato un maggior numero di figli nelle coppie formate da cugini, ma erano stati criticati per aver tralasciato spiegazioni socio-economiche del fenomeno, come il fatto che le donne delle aree più povere del mondo tendono più facilmente non solo a sposare uomini con cui sono imparentate, ma anche a farlo in età più giovane della media delle donne occidentali, avendo così più anni a disposizione per fare figli. Il genetista Kári Stefánsson e i suoi colleghi della deCODE Genetics, azienda biofarmaceutica islandese con sede a Reykjavik, hanno dunque condotto uno studio sulle coppie del loro Paese, nel quale i fattori sociali ed economici si presentano uniformi, per via delle scarse differenze nei redditi delle famiglie, nella loro ampiezza, nel ricorso ai contraccettivi e nelle usanze matrimoniali. Dopo aver messo a punto un database di coppie nate tra il 1800 e il 1965, i ricercatori hanno confrontato il loro numero di figli e nipoti, rilevando una tendenza analoga a quella già individuata in India e in Pakistan. Donne nate tra il 1800 e il 1824 che sposarono cugini di terzo grado, ebbero una media di quattro figli e nove nipoti, che scende rispettivamente a tre e a sette per le donne che scelsero come partner cugini di ottavo grado. La tendenza è proseguita ancora negli anni ’60 del Novecento, quando l’Islanda, simile in questo ad altri Paesi, ha assistito comunque a una discesa del tasso di natalità parallelamente alla sua industrializzazione. Se esiste una base biologica di questo fenomeno, gli studiosi la ipotizzano nel fatto che la consanguineità della coppia riduca la probabilità di un’incompatibilità immunologica tra la madre e il feto, per esempio nel fattore RH del sangue, tale da mettere a rischio la salute del nascituro.

I raggi cosmici ad altissima energia che colpiscono la Terra rappresentavano, fino a ieri, uno dei maggiori enigmi cosmici. Qual era la loro origine, che cosa li provocava? Ora, finalmente, il mistero è stato risolto: la pioggia di raggi cosmici viene dai giganteschi buchi neri nascosti nel cuore delle galassie; buchi neri che si comportano come potentissimi acceleratori di particelle situati a 200-300 milioni di anni luce dalla Via Lattea. A scoprirlo (lo studio è pubblicato sull’ultimo numero della rivista Science) sono stati i ricercatori dell’Osservatorio Pierre Auger (finanziato anche dall’Istituto nazionale di fisica nucleare, Infn), in Argentina.
Le particelle cosmiche giungono sul nostro pianeta con una energia 10 milioni di volte maggiore di quella raggiungibile con i più potenti acceleratori terrestri. Arrivano al suolo a velocità straordinarie, distribuendosi su aree che possono raggiungere anche i 40 km quadrati. Anche se, per le dimensioni ridotte delle particelle, l’energia è paragonabile a quella di una pallina di tennis colpita da un campione al servizio.
L’Osservatorio Auger, il maggior strumento al mondo per lo studio della radiazione cosmica, è stato progettato e costruito da una collaborazione internazionale di 17 Paesi, compresa l’Italia. «Scoperte come questa potrebbero segnare l’inizio di una nuova astronomia» commenta Roberto Petronzio, presidente dell’Infn. «Oggi, ci danno la possibilità di comprendere meglio l’origine di eventi catastrofici come quelli che danno vita ai buchi neri all’interno dei nuclei delle galassie».

Da più di trecento anni la “Grande macchia rossa” su Giove affascina gli astronomi: è una tempesta immensa vicina all’equatore, sul pianeta che potrebbe contenere mille volte la Terra. La sonda New Horizons è riuscita a svelare nuovi aspetti dell’atmosfera come i fulmini che colpiscono i poli, una caratteristica finora osservata soltanto sulla Terra. E, rivela l’ultimo numero di Science, gli strumenti della sonda hanno fotografato nuvole di cristalli di ammoniaca che si dissolvono in quaranta ore e fenomeni simili alle aurore.
Per 177 milioni di chilometri New Horizons ha attraversato la coda magnetica di Giove analizzandone il plasma: i ricercatori hanno osservato notevoli differenze nella sua struttura, individuando i “plasmoidi”, bolle che sembrano ripresentarsi ogni tre-quattro giorni e contengono ioni provenienti dalla luna Io e da Giove.
Dalla sonda, che sta proseguendo il suo viaggio verso Plutone e Caronte, sono arrivati nuove scoperte sulle tre lune Io, Europa e Ganimede, avvistate per la prima volta da Galileo Galilei nel 1610. New Horizons ha analizzato il contributo dei gas emessi dai vulcani di Io all’atmosfera della luna e alla magnetosfera di Giove. E ha inviato immagini delle aree non ghiacciate di Europa e Ganimede.

Gli anelli attorno a Urano non sono più quelli di una volta: per la prima volta gli astronomi sono riusciti ad osservarli da Terra e hanno scoperto cambiamenti rispetto alle ultime rilevazioni della sonda Voyager 2 che si è avvicinata al pianeta nel 1986. “Molte forze agiscono sui piccoli granelli di polvere che formano gli anelli e non è strano scoprire che la loro disposizione sia cambiata” osserva Imke de Pater, professore di scienze planetarie all’università di Berkely. Come nel caso di “zeta”, un cerchio di corpuscoli che si è spostato molti chilometri più lontano rispetto alle rilevazioni del Voyager. Inoltre l’impatto di altri corpi può spingere i granelli fuori dagli anelli e crearne nuovi. Ne parla Sciencexpress, l’edizione online delle ricerche pubblicate dal settimanale americano Science.

I telescopi dell’European south observatory in Cile e i maggiori osservatori astronomici del mondo hanno puntato i loro occhi su Urano in due date: il 3 giugno e il 16 agosto. L’ultima occasione sarà il 20 febbraio del 2008, ma il pianeta sarà osservato anche dopo il suo equinozio, il 7 dicembre. Il prossimo appuntamento utile avverrà tra 42 anni. Gli anelli di Urano sono stati scoperti nel 1977: finora ne sono stati osservati dieci “oscuri”, e ognuno occupa uno spazio dai 5 ai 100 chilometri. Con i dati di Hubble gli astronomi sperano di scoprire anche nuovi satelliti.
Urano è il settimo pianeta più lontano dal Sole: ha un diametro di più di 51mila chilometri e impiega 84 anni per ruotare attorno al Sole. Il suo colore blu e verde è dovuto alla presenza di sottili cristalli di metano nell’atmosfera.
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Gli iceberg non sono soltanto isole di ghiaccio: nei mari dell’Antartico alimentano la vita dell’ecosistema in aree che altrimenti sarebbero prive di sostentamento. Come? Trascinati lontano dalle correnti lontano dal Polo sud, si sciolgono lentamente nelle acque e rilasciano polveri, pollini e altre sostanze che nutrono il plancton, una minuscola forma di vita marina alla base della catena alimentare. Gli iceberg, inoltre, costituiscono la casa galleggiante per alcune specie di uccelli. Lo conferma uno studio pubblicato questa settimana sull’edizione online di Science, condotto da Kenneth Smith dell’Istituto di ricerca dell’acquario della baia di Monteray.
Smith parla di “effetto alone”: le montagne ghiacciate, infatti, diffondono elementi nutritivi per un raggio di circa tre chilometri. Secondo le stime dei ricercatori il 40 per cento del mare di Weddell, nell’Oceano Antartico, vive grazie allo scioglimento degli iceberg. Sono 962 le isole galleggianti individuate grazie al satellite, e ricoprono un’estensione di 4 mila miglia quadrate. Gli scienziati ne hanno anche studiato due in dettaglio, avvicinandosi a circa 100 metri.
Gli iceberg potrebbero avere un ruolo positivo per limitare l’effetto serra, anche se è difficile stimarne l’entità. Nella catena alimentare il fitoplancton, che utilizza il carbonio attraverso la fotosintesi, diventa cibo per i banchi di krill, piccole creature marine che popolano le acque dell’Antartico. E gli escrementi del krill cadono in fondo al mare, evitando di aggiungersi al ciclo del carbonio e di alimentare l’effetto serra. “Penso che questo sia un contributo sostanziale” ha detto Smith “questi processi, finora, sono stati ignorati”.
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