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scuola

(Credits: statueclothing)
Prendete un gruppetto di alunni un po’ indisciplinati, qualche cellulare di ultima generazione e una professoressa irascibile (e anche un po’ ingenua) e metteteli nella stessa classe. Il risultato sarà inevitabile: un video della malcapitata insegnante che perde le staffe proprio nel bel mezzo della lezione di algebra; il tutto, ovviamente, pubblicato in tempo reale su Facebook, o – nella peggiore delle ipotesi – su YouTube. Continua

“Il podcast è fichissimo”: la voce acuta di Lucia Costa, ventisettenne insegnante di lettere abituata a domare classi di 30 ragazzi, scuote il rito della riunione dei docenti mentre il rettore Diego Sempio illustra come funzionerà la prima scuola iPadizzata d’Italia. Benvenuti a Calcio, provincia di Bergamo, in una delle quattro sedi della Fondazione Ikaros: 1.300 studenti per 150 docenti e, da quest’anno, 1.500 iPad. Perché il rettore ha deciso che allievi e professori non avranno più libri di testo e quaderni, ma solo la tavoletta della Apple per fare lezione, studiare, scrivere appunti, ricerce e compiti in classe. Continua

Ritrovare il piacere della lettura (Foto: Flickr)
di Cristina Manetti
In un mondo di baby-cybernauti, bambini conquistati dal computer e piccoli maghi dei videogiochi, la lettura sembra aver perso il suo appeal. Si legge poco, giusto quello che serve per la scuola. Il risultato è “un impoverimento del linguaggio e, va da sé, anche del pensiero”, come spiega la psicologa cognitiva Alessandra Finzi. Un vero disastro, soprattutto per quei bambini che soffrono di dislessia (il 5% della popolazione scolastica, secondo l’Associazione italiana editori) e per quel 50% di ragazzi in età scolare che ha comunque difficoltà con la lettura e non legge altro che libri di testo. Continua

Un tour virtuale nei luoghi dell'Unità d'Italia
I 150 anni dell’Unità d’Italia, ce ne siamo accorti, sono dappertutto. Bevande, formaggini, prodotti del Made in Italy, persino autovetture, insomma non c’è prodotto di largo consumo che non sia stato toccato dalle celebrazioni per il Centocinquantenario. Ai festeggiamenti non intende mancare Google con un personalissimo Doodle che promette di omaggiare a dovere la storica ricorrenza. Continua

Federico Carozzi e l'Assessore Marina Lazzati consegnano il notebook alla Dirigente scolastica dell'Iti “Marie Curie”, Maria Leonardi
Esplorare il corpo umano e l’universo con un proiettore 3D, condividere lo svolgimento di un’equazione su una lavagna interattiva, usare i computer portatili per lavori di gruppo o progetti di insegnamento personalizzato, gestire l’intera aula con un software: sono solo alcune delle tante possibilità offerte dalle nuove tecnologie per il futuro delle scuole italiane. Uno scenario che per quattro istituti lombardi è già a portata di mano, anzi di mouse, grazie a un progetto sperimentale voluto da Acer in collaborazione con la Provincia di Milano.
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(Credits: Pigi Cipelli)
Lei è sola, davanti a tutti. Loro sono tanti, giovani e arroganti. Sguardi di sfida vibrano nell’aria. La signora infila furtiva la mano nella borsetta. Trova quello che cercava, schiaccia un bottone e un sogghigno le sfiora il volto leggermente coperto di cipria. La prof di matematica ha appena attivato un jammer, strumento ad alta tecnologia che nel raggio di 15 metri rende inutilizzabili tutti i cellulari. Oggi in classe non si copia da internet. Continua

Un'aula scolastica (Credit: Ansa)
In questo caso a scaldare l’ambiente non sono i precari in rivolta. L’aria che si respira in molte scuole primarie d’Europa è resa pericolosa dalle dosi di PM10 e di CO2 superiori ai limiti consigliati. Questa la conclusione dello studio europeo HESE, acronimo inglese che sta per Effetti dell’ambiente scolastico sulla salute, pubblicati sullo European Respiratory Journal. Continua

Da che mondo è mondo gli studenti copiano. Ma nel 2010, nell’era di Internet e soprattutto degli smartphone tuttofare, copiare è diventato qualcosa di molto, molto semplice. Tanto che persino le suppliche al compagno secchione non servono più. Basta un iPhone e il gioco è fatto.
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Il periodo vittoriano? La seconda guerra mondiale? Meglio imparare a gestire un profilo sui social-network o modificare una voce di Wikipedia.
Dall’Inghilterra arriva una proposta di riforma dell’insegnamento nelle scuole elementari che porterà una ventata di tecnologie nelle aule delle elementari. E scatenerà inevitabili polemiche.
Nel nuovo curriculum ideato da Sir Jim Rose si fa infatti esplicito riferimento allo sviluppo di competenze nel campo dei social media. Durante i cinque anni di educazione primaria, gli studenti dovranno diventare familiari con i podcast e il blogging, oltre a saper utilizzare Wikipedia e Twitter come fonte di informazione. Inoltre dovranno essere fluenti nella scrittura al computer così come nell’utilizzo di software di spelling e auto-correzione, oltre che nell’utilizzo di strumenti come Facebook e altri social network.
Non è la scuola delle 3I tante volte annunciata in Italia, ma ben di più. Perché per la prima volta viene sottolineata l’importanza di sviluppare competenze nell’area della media-education. Così come da tempo ripete lo studioso Henry Jenkins, secondo cui, se non si avvia un vasto programma di alfabetizzazione digitale, si rischia di dar vita ad una nuova forma di digital-divide, non più basata su chi ha accesso (o meno) alla banda larga, ma su chi sa utilizzare (o meno) gli strumenti online come mezzo di espressione e cittadinanza attiva.
Ovviamente la proposta ha già scatenato un fiume di polemiche, tra chi parla di “cedimento alle ultime mode di Twitter e Facebook” a chi denuncia la mancanza di “un impegno per una maggiore alfabetizzazione sulle materie importanti”.
Intanto però se ne parla. A cominciare da Twitter, dove un po’ tutti in queste ore stanno salutando Jim Rose come un eroe. Altro che l’Italia, dove i politici nostrani non sembrano ancora essere sfiorati dal problema. E, al limite, a tenere banco è il dibattito sull’importanza del 5 in condotta.
Mentre gli studenti pensano alle vacanze natalizie, negli Stati Uniti c’è chi si preoccupa della loro salute, in particolare quando viene messa a rischio dagli incidenti stradali mattutini causati dalla necessità di rispettare l’orario d’inizio delle lezioni. Uno studio pubblicato sull’ultimo numero del Journal of Clinical Sleep Medicine, rivista dell’Accademia americana di medicina del sonno, mostra infatti che ritardare di un’ora l’orario d’ingresso fa diminuire sensibilmente le conseguenze spesso gravi della guida spericolata degli adolescenti ritardatari a bordo di auto e ciclomotori, alle quali contribuiscono non poco le ore di sonno insufficienti. Questa conclusione è stata raggiunta attraverso una ricerca condotta nell’arco di due anni in un distretto scolastico comprendente un’intera contea del Kansas, sottoponendo a studenti delle scuole medie e superiori alcuni questionari necessari a valutarne, oltre alla sonnolenza diurna, le abitudini riguardanti tanto il sonno nelle notti che precedevano oppure no una giornata di lezioni, quanto le altre attività svolte durante la veglia. Nell’aprile del 1998 furono dunque valutati 9.996 studenti (il 66 per cento della popolazione scolastica della contea), saliti a 10.656 nello stesso mese dell’anno successivo. Nel primo anno, le lezioni cominciavano alle 7.30 del mattino nelle scuole superiori e alle 8 nelle scuole medie, orari che in entrambi i casi slittarono di un’ora nel 1999. L’analisi del tasso di incidenti ha così rivelato che nei due anni successivi al cambiamento di orario, essi sono diminuiti in media del 16,5 per cento rispetto ai due anni precedenti, ma solo per i ragazzi della contea analizzata; nello stesso periodo, nel resto del Kansas, gli incidenti che hanno coinvolto adolescenti alla guida in direzione delle scuole sono invece aumentati del 7,8 per cento. Spostare in avanti di un’ora la campanella d’inizio delle lezioni ha fatto passare dal 35,7 al 50 per cento il numero di studenti che dormivano almeno otto ore per notte, con evidenti benefici per la loro sicurezza sulle strade. Gli autori dello studio, con in testa Barbara Phillips, direttrice del centro di medicina del sonno dell’Università del Kentucky, sottolineano che questa soluzione contrasta almeno in parte i dannosi effetti delle pressioni sociali e biologiche che spingono gli adolescenti a stare sempre più svegli.
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