
(Credits: Moticon)
Sono uno di quelli che si definisce senza falsa modestia uno sciatore della domenica. Uno di quelli che inforca sci e racchette una, massimo due volte all’anno (con risultati frustranti, nella migliore delle ipotesi). Uno di quelli che guardando in tv le traiettorie disegnate dagli sciatori professionisti prova a convincersi che quello sia in realtà un altro sport. Ci vorrebbero delle lezioni, me lo ripeto da anni. Ma sono le solite buone intenzioni che lascio in un cassetto a prendere polvere.
Ecco, sulla carta sono probabilmente uno dei candidati ideali per l’acquisto di SkiGo, il sistema intelligente presentato al recente Ispo (il più grande salone mondiale dedicato all’articolo sportivo) che vorrebbe diventare l’alternativa elettronica al maestro di sci.
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Sincero o di circostanza, in Giappone il sorriso è requisito irrinunciabile per chi lavora a diretto contatto con i clienti: a controllare che non vi siano eccezioni ci penserà adesso un autentico “sorrisometro”, cioè un congegno digitale che fotografa e dà il voto ai sorrisi dei dipendenti sul posto di lavoro, da poco adottato dal gestore ferroviario Jr West.
Il dispositivo prodotto dalla Omron, battezzato Smile Scan, consiste in una speciale fotocamera - simile a una webcam da computer - che può essere montata davanti ai monitor o sulle pareti di una stanza, e viene venduto a 300 mila yen (2.300 euro) per unità. Le fotografie del volto vengono scattate a frequenza regolare, e, una volta analizzate, sono confrontate con un database di oltre un milione di facce, con tanto di voto finale espresso in centesimi.
Per giudicare il sorriso, il software valuta la tipologia di movimenti registrati in punti chiave del volto, come gli angoli delle labbra e degli occhi. Il produttore del congegno assicura tuttavia che non si tratta di un macchinario intrusivo da Grande Fratello per il controllo dei dipendenti, ma un ausilio dato a questi ultimi per valutare il proprio sorriso e, se necessario, migliorare la performance con il pubblico. Adottato a fine marzo in via sperimentale in due stazioni, Osaka e Kyobashi, il dispositivo ha stimolato il dibattito tra gli impiegati: secondo uno di questi, ”un sorriso troppo smagliante può infastidire i clienti. Meglio non superare il punteggio di 70/100”.
Un video in inglese spiega come funziona Smile Scan
Prototipo di tuta Proetex
Situazioni di pericolo quali incendi, inondazioni, interventi in aree terremotate e presenza di nubi tossiche, pongono particolari problemi di tutela della sicurezza degli operatori di protezione civile e dei vigili del fuoco che le affrontano. In soccorso dei soccorritori giunge il progetto Proetex, finanziato per 12 milioni di euro dall’Unione europea. L’obiettivo è quello realizzare indumenti sensorizzati, in grado cioè di monitorare le condizioni fisiche e ambientali del personale che opera in tali situazioni critiche, assicurandone l’incolumità.
Il coinvolgimento di 23 partner internazionali, tra i quali, per l’Italia, l’Eucentre di Pavia, centro di ricerca della Protezione civile, renderà disponibili entro il 2010 comuni capi di abbigliamento che, grazie alle nanotecnologie, sono nello stesso tempo tute salvavita che tengono sotto controllo il battito cardiaco e il ritmo respiratorio dei soggetti che fronteggiano situazioni di emergenza, oltre alla loro postura e alla composizione chimica del sudore e del sangue, per valutarne il livello di stress e disidratazione. Le tute intelligenti verificheranno inoltre la temperatura ambientale, individuando la possibile presenza di gas tossici e vapori nell’aria, dati periodicamente comunicati a un centro ricevente che soccorrerà gli operatori in casi di accertato pericolo. Il progetto prevede la realizzazione di tre prototipi, il primo dei quali è già stato completato, mentre in Francia è ora in fase di sperimentazione il secondo. “Dei 23 partner coinvolti nel progetto, alcuni sono istituzionali, come il corpo dei vigili del fuoco di Parigi, altri industriali”, spiega a Panorama.it il professor Gian Michele Calvi, presidente dell’Eucentre, aggiungendo che “all’Italia compete la parte di sviluppo concettuale e scientifico del progetto stesso, preliminare alla possibile commercializzazione dei prodotti nel 2010, e basato su tre prototipi che non differiscono radicalmente l’uno dall’altro, ma rappresentano un continuo sviluppo e perfezionamento di un progetto unitario”.
La tuta salvavita messa a punto nelle diverse fasi di questo progetto sarà composta da tre capi di abbigliamento: una maglietta intima in cotone, lavabile e riutilizzabile, che integra elettrodi e sensori tessili per il monitoraggio della frequenza cardiaca, di quella respiratoria e della temperatura corporea; sopra di essa viene indossata una giacca ignifuga, fisicamente unita alla maglia con un cavo necessario per la trasmissione dei dati rilevati dai sensori, ai quali contemporaneamente fornisce l’alimentazione elettrica, ricavata da apposite batterie ricaricabili contenute nella giacca stessa. Nella fodera di quest’ultima, dotata di un sensore di temperatura ambientale, un modulo Gps localizza il soccorritore, mentre due accelerometri, posti all’altezza del bavero e del polso sinistro, ne identificano il livello di attività. In una tasca ricavata al di sotto dello strato più interno, trova spazio anche la centralina elettronica che interroga la rete dei sensori, tanto della maglia quanto della giacca, trasmettendone le letture a un software installato su un computer remoto, dove vengono acquisiti dal coordinatore dell’intervento, e possono essere esaminati online per la produzione di allarmi (se i sensori rilevano pericoli per l’operatore), oltre che salvati in file di testo per analisi successive. La trasmissione dei dati registrati dai sensori è garantita da un modulo Bluetooth abbinato a un’antenna in tessuto ricucita nello fodera della giacca. Completano la tuta un paio di stivali ignifughi, con vani e tasche realizzate in modo da permettere, con lo sviluppo del progetto, l’ulteriore inserimento di sensori e dispositivi per l’elaborazione e la trasmissione dei dati.
“In questo modo”, prosegue Calvi, “il laboratorio mobile che segue l’intervento in aree a rischio, di fatto un camion, disporrà di tutti i dati per stabilire quanto un operatore che, per esempio, sia alle prese con un incendio, possa rimanere in una determinata situazione prima che diventi troppo pericolosa, o per sapere se egli sia in difficoltà, segnalate da improvvisi mutamenti della postura”. Il tutto a costi non troppo elevati: “In simili progetti costa più il software dell’hardware, ovvero è più dispendioso garantire la robustezza e la stabilità del sistema, che non può dare spazio all’errore, mentre il costo bassissimo dei sensori non farà lievitare più di tanto quello dei capi di abbigliamento nei quali sono integrati”, conclude Calvi.
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