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Fumo: conta di più il mercato o la salute?

Sigarette senza nome (Foto: Fickr)

Sigarette senza nome (Foto: Fickr)

Lo suggerisce da anni l’Organizzazione mondiale della Sanità, lo ribadiscono quanti si trovano a fare i conti con le conseguenze del fumo sulla salute dei cittadini (lo hanno appena fatto gli esperti del respiro riuniti per la VI Conferenza Nazionale sulla Broncopneumopatia Cronica Ostruttiva): i pacchetti di tabacco e sigarette non dovrebbero mostrare loghi né marchi, ma essere il più anonimi possibile e mettere bene in evidenza tutte le avvertenze sulla salute. In Australia è appena stata approvata una legge che imporrà proprio questo regime di sobrietà alle sigarette vendute nel paese, ma Philip Morris è sul piede di guerra. Continua

Fumo di terza mano, a rischio i più piccoli

La sigaretta nuoce anche da spenta

Tra i buoni propositi per l’anno nuovo, rientra spesso quello di smettere di fumare, e un motivo in più per farlo davvero viene suggerito da uno studio pubblicato sul numero di gennaio di Pediatrics, rivista ufficiale dell’Accademia americana di pediatria. Un gruppo di ricercatori dello statunitense MassGeneral Hospital for Children di Boston, guidati da Jonathan Winickoff, professore di pediatria presso la Harvard Medical School, vi descrive infatti come la contaminazione prodotta dal fumo permanga perfino dopo che la sigaretta è stata spenta, fenomeno definito fumo di terza mano, ovvero un’evoluzione del fumo passivo finora trascurata, ma altrettanto nociva, specialmente per i neonati. Come spiega Winickoff, quando si fuma, ovunque ciò avvenga, si sprigiona un particolato tossico che impregna i capelli e i vestiti e con il quale il bambino può dunque entrare facilmente in contatto attraverso i genitori e gli altri adulti che lo circondano, oltre che con l’allattamento al seno.
Si tratta di una minaccia rappresentata da 250 tra metalli, composti chimici e gas tossici, che includono per esempio l’acido cianidrico, il monossido di carbonio, l’arsenico, il piombo, il cadmio e il polonio-210, un carcinogeno altamente radioattivo. I bambini risultano particolarmente esposti al fumo di terza mano anche perché interagiscono in vari modi (giocando, o toccandole con la bocca) con le superfici domestiche contaminate, che possono rimanere tali a lungo dopo che si è smesso di fumare. E i rischi per la salute dei piccoli aumentano, in quanto il particolato prodotto dal tabacco, anche nel caso di un’esposizione a livelli non troppo elevati, è stato associato scientificamente alla possibilità di sviluppare deficit cognitivi.
Lo studio coordinato da Winickoff è il primo ad analizzare se la consapevolezza dei danni molto concreti che può causare il fumo di terza mano convinca gli adulti a non fumare in casa. Una ricerca condotta su più di 1.500 famiglie ha riscontrato che il 65,2 per cento dei non fumatori ritengono che il fumo di terza mano faccia male ai bambini, percentuale che però scende al 43,3 tra i fumatori. Secondo i ricercatori è quindi essenziale far conoscere con ogni mezzo il problema, partendo dalle campagne di informazione e dai siti internet come quello fondato da Winickoff, per arrivare alla stessa pratica clinica.

Troppo giovane per fumare? Basta contare le rughe

Un distributore giapponese

Quasi tutti i Paesi cercano, da sempre, di impedire ai giovani di fumare. In genere, si scrive sui pacchetti che “il fumo nuoce gravemente alla salute” oppure “alle persone che vi circondano”, e si pongono limiti di età variabili per acquistare (legalmente) le sigarette. Per evitare che migliaia di teenagers continuino a farla franca procurandosi i pacchetti dalle macchinette automatiche che li distribuiscono, i giapponesi ne hanno brevettata una (Fujitaka) in grado di contare le rughe dell’acquirente e decidere, sulla base dell’età stimata, se consegnare il pacchetto oppure no. Chi non supera il test delle rughe ma ha l’età consentita per acquistare sigarette può dimostrarlo mostrando la propria carta d’identità alla medesima fotocellula.

I nuovi dispositivi Fujitaka confrontano le caratteristiche facciali rilevate con un campione realizzato con i dati di 100.000 persone, e il portavoce dell’azienda, Hajime Yamamoto, ha dichiarato che il margine d’errore dei distributori Fujitaka non supera il 10%. In Giappone esistono 570.000 distributori di sigarette, tutti dotati di un sistema elettronico che permette di verificare l’età dell’acquirente dalla lettura della sua patente di guida. Per ora, il governo afferma di non essere ancora del tutto convinto dell’efficacia del sistema Fujitaka, e ha specificato che, a partire da luglio, sarà legale fare causa a chi produce i distributori di sigaratte in tutti i casi di vendita di tabacco ai minori: un grosso problema, qualora adolescenti fumatori incalliti, con le rime rughette incipienti, riuscissero a raggirare la fotocellula. Tuttavia, i dirigenti di Fujitaka non sembrano spaventati: le rughe si formano con facilità sulla pelle sottile degli occidentali, raramente su quella, più spessa, degli orientali. Il nuovo sistema, almeno in Giappone, sembra, per il momento, infallibile.

Così i colossi del tabacco hanno osteggiato la lotta al fumo

http://flickr.com/photos/dopesmuglar/197989211/
La lotta al fumo in Europa si fa più incisiva, con un’estensione a macchia d’olio dei Paesi in cui la sigaretta è messa al bando nei locali pubblici, ultimo della serie la Francia, insieme al Portogallo e alla Germania, dove entro l’anno il divieto si estenderà anche ai cinque Länder su 16 nei quali non è ancora in vigore (Sassonia, Saarland, Nord Reno-Westfalia, Turingia e Renania-Palatinato). Ma negli anni in cui si diffondeva la consapevolezza che il fumo uccide, e molto, essendo la seconda causa di morte su scala mondiale, le multinazionali del tabacco non sono state certo a guardare la grave minaccia per i loro introiti rappresentata dalle iniziative dei governi a protezione della salute pubblica. Lo afferma uno studio (file pdf) condotto presso l’Università di San Francisco e pubblicato dalla rivista Globalization and Health, associata alla London School of Economics. L’analisi cronologica di un’ampia serie di documenti prodotti dalla stessa industria del tabacco, rivela l’esistenza di una strategia attentamente coordinata a livello regionale, nazionale e internazionale per blindare i profitti, anche a costo di circa 5 milioni di morti all’anno per il fumo su scala globale. Nel lontano 1977 sette colossi del settore diedero vita all’International Committee on Smoking Issues, per elaborare una tattica comune contro le campagne antifumo e creare una rete globale di associazioni regionali e nazionali di produttori. L’organizzazione fu poi rinominata Infotab, e nel 1984 ne facevano parte 69 gruppi in 57 Paesi, destinatari di un’approfondita consulenza sui modi di allentare i controlli antifumo e diffondere atteggiamenti favorevoli alla sigaretta, per esempio reclamando la tutela della libertà individuale del fumatore di seguire la sua abitudine, per quanto nociva. Nel 1992 l’Infotab è stata rimpiazzata da due organizzazioni più piccole, il Tobacco Documentation Centre, tuttora attivo, e la Agro-Tobacco Services (ora Hallmark Marketing Services); quest’ultima, in particolare, fornirebbe assistenza all’Associazione internazionale dei coltivatori di tabacco allo scopo di promuovere l’importanza economica della coltura per i Paesi in via di sviluppo. Ma le conclusioni dello studio sono perentorie: dietro l’apparente difesa di interessi locali e nazionali, c’è una confederazione strutturata di multinazionali che salva in realtà le sue laute entrate minacciando la salute pubblica.

Se smetti diventi più bella. Ecco come salvarsi la pelle, in tutti i sensi


Ci siamo. A Capodanno si fanno le liste di buoni propositi. Ai primi posti? Dieta, ginnastica e, per chi è rimasto refrattario alle campagne anti sigaretta degli ultimi anni, anche il classico smettere di fumare. Un vizio che ormai è sempre più rosa, come dimostra anche l’aumentata incidenza di tumori al polmone e malattie respiratorie fra le donne. Provate però a ricordare a una fumatrice i rischi della sua abitudine. La reazione, immancabile, sarà uno scongiuro e l’accensione di una sigaretta. Per questo il progetto Smettere ti fa bella, organizzato dalla sezione milanese della Lega Italiana Lotta contro i Tumori con l’Assessorato alle Pari Opportunità del Comune di Milano e le associazioni Manager Italia e Donne Dermatologhe Italiane, lanciato lo scorso febbraio, ha affrontato l’argomento da un altro punto di vista, mettendo l’accento su un rischio più frivolo ma molto sentito. Quello dei danni alla pelle.
«Chiariamo subito: che le sigarette danneggiassero la cute, lo si sapeva da tempo. Tanto che è pure scritto sui pacchetti, insieme agli altri avvertimenti. Per la prima volta, però, grazie a questo progetto pilota, siamo in possesso delle prove scientifiche. Abbiamo esaminato la cute di più di 60 fumatrici per individuare i segni dell’invecchiamento da sigaretta e le abbiamo seguite per nove mesi, documentando il miglioramento della pelle mentre abbandonavano il vizio», spiega Adele Sparavigna, dermatologa, direttore dell’istituto Derming di Monza. Perché il viso delle fumatrici porta segni inequivocabili, racchiusi nella definizione di smoker’s face. Ossia, un vero film horror: zampe di gallina, colorito grigiastro, rughe profonde, tono rilassato. Le volontarie sono state seguite da psicologo, dermatologo e dietologo per aiutarle a smettere senza ingrassare, e contemporaneamente monitorare i benefici sulla pelle. Oggi, a esperimento terminato, sono disponibili i primi dati, supportati da documentazione fotografica. Davvero notevoli: senza alcun trattamento antiage ma “solo” spegnendo l’ultima cicca, le rughe marcate tra naso e bocca, i cosiddetti solchi nasogenieni, sono diminuiti del 54%. Un bel meno 65% anche per le linee intorno agli occhi e un aumento generale di tono ed elasticità del 57% e dell’idratazione del 62%. Ma il dato più eclatante riguarda la luce e il colorito, spesso inseguiti a prezzo di creme costosissime.
“Fumare peggiora drasticamente l’irrorazione capillare e la pelle diventa subito grigia e asfittica. Invece, sul viso di chi ha smesso, la luminosità è aumentata dell’85%”, dichiara Sparavigna.
A costo zero, anzi, risparmiando pure.

Cina: sì alle sigarette

Il Governo cinese non tollera gli Internet caffé, luoghi di perdizione per adolescenti, ma sulle sigarette i parlamentari sembrano decisamente più comprensivi. “Il fumo fa male alla salute, ma limitare il fumo minaccia la stabilità sociale”, sostiene Zhang Baozhen, deputato all’ Assemblea Nazionale del Popolo (il Parlamento) e vicepresidente del Monopolio di Stato del tabacco.
Il riferimento è ai disordini provocati dai fumatori in Unione Sovietica quando non si trovavano più sigarette.  In Cina si consumano ogni anno quasi due miliardi di sigarette e, secondo i dati forniti dal Monopolio di stato, ci sono circa 350 milioni di fumatori. Il più grande mercato del mondo. Anche quando si parla di tabacco.

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