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Sole

Mente e corpo sempre al top? Aspirina e tintarella

Al sole (Foto: Flickr)

Al sole (Foto: Flickr)

E’ il più ampio studio mai finanziato dal National Institute of Aging americano e ha lo scopo di stabilire se l’Aspirina, il medicinale più usato al mondo, sia in grado di contribuire a farci vivere a lungo in buona salute. Continua

Eolico, un jolly contro l’inquinamento in Cina. E nel mondo

(Nella fotografia, pale eoliche. Credits: the russians are here)

Cosa soddisferà la sete di energia della Cina? È una domanda che riguarda l’intero pianeta. Carbone, energia idroelettrica e solare sono in poll position per sfamare le industrie e le città in rapida espansione.
Ma c’è una carta jolly, inattesa, che Pechino può ancora giocare: entro venti anni l’eolico sarebbe in grado di sostenere l’economia dell’intera nazione, se il governo fosse disposto ad allentare i cordoni dei finanziamenti in tempo utile. Il costo dell’energia generata dalle pale rotanti è accessibile: circa 6-8 centesimi per chilowattora.
Da soluzione di nicchia diventerebbe una tecnologia di massa. Secondo i ricercatori di Harvard e della Tsinghua, gli impianti andrebbero costruiti nel nord e nell’ovest, un’area poco popolata dove sarebbe minimizzato l’impatto ambientale.
Continua

La tintarella che fa bene: previene la trombosi

Abbronzatura pericolosa?

Lo studio non è ancora giunto a risultati definitivi, nel senso che non sono ancora chiare le ragioni per cui esporsi al sole diminuisca l’incidenza di eventi trombotici. Gli studiosi hanno preso in esame una popolazione costituita da 40.000 donne svedesi (1.000 per anno e di età compresa fra i 25 e i 64 anni) monitorate per dodici anni (dagli inizi degli anni Novanta in poi). Ciò che si è riscontrato, nell’esposizione al sole, e complessivamente negli effetti sullo stato di salute, è che si sono verificati solo un totale di 312 casi di trombosi.

All’analisi puntuale dei dati è emersa una diretta correlazione tra esposizione al sole e diminuzione di formazione di trombi.
Ma quale è la ragione? “Prendendo il sole si evita la carenza di vitamina D che il corpo può trovarsi a fronteggiare in inverno – spiega Pelle G. Lindqvist, coordinatore dello studio –. Rimane poco chiaro il legame tra vitamina D e trombosi. Dovremo fare altri studi, ma il messaggio è: sì alla tintarella, e seppure con cautela bisogna esporsi al sole nelle ore calde perché è in quel momento che c’è produzione di vitamina D, non nel pomeriggio”.

Estate sicura: quanti errori alla luce del sole

Sole e raggi sulla pelle

Ha fatto le lampade, un mese prima delle vacanze, perché “proteggono dalle scottature”. È andata in farmacia e ha acquistato gli integratori che preparano la pelle al sole: ha scelto i solari protezione media, così potrà stare sotto i raggi per ore senza preoccuparsi. Tutto giusto, no? È quello che molti di noi, del resto, abbiamo letto, orecchiato, sentito dire. O che, semplicemente, facciamo da anni perché siamo abituati così. Però in questo modo rischiamo, esponendoci al sole, di accumulare piccoli e grandi errori. Con conseguenze immediate per la pelle o rischi nel lungo periodo.
A confondere le idee sui potenziali danni o sui benefici dei raggi solari sono anche messaggi spesso contraddittori. L’ultima notizia è di pochi mesi fa: il sole non fa poi così male, anzi aiuterebbe a prevenire il cancro favorendo la formazione della vitamina D (lo ha annunciato uno studio dell’Istituto per la ricerca sul cancro di Oslo). Una seconda indagine (International Journal of Cancer) rincara la dose: esporsi al sole, seppure con moderazione, evita il linfoma non Hodgkin. Negli Stati Uniti la Indoor tanning association (associazione americana di proprietari di solarium) ha subito usato queste ricerche per una martellante campagna di controinformazione: addio timori e cautele, il sole fa bene e basta. “Vi sono solo alcune dimostrazioni dell’efficacia anticancro della vitamina D mentre il legame tra esposizione al sole e tumori cutanei è assodato. Inoltre, non occorre cuocersi sotto i raggi per sintetizzarne una giusta quantità. Bastano 10 minuti o, ancora meglio, una dieta adeguata” puntualizza William Hanke, presidente dell’American academy of dermatology citato da Newsweek.
“E, soprattutto, non è affatto vero che le lampade abbronzanti siano sicure”. Una convinzione, questa, tuttavia diffusa, come conferma Giovanni Leone, direttore del Servizio di fototerapia dell’Istituto dermatologico San Gallicano di Roma: “Contrariamente a quanto si credeva alcuni anni fa, il melanoma è più legato ai raggi Uva, quelli emessi dalle lampade che penetrano in profondità, e meno alla combinazione Uva-Uvb presente nella luce naturale. Quindi sottoporsi a sedute abbronzanti prima di andare al mare per indurre la formazione della melanina e sentirsi protetti è un errore “. Il rischio è molto limitato se si ricorre al solarium ogni tanto, ma non va sottovalutato da chi lo usa tutto l’anno. Non è l’unico abbaglio che prendono i forzati della tintarella, quelli che, in questo mese non ancora vacanziero, hanno solo il weekend per abbronzarsi (pioggia permettendo). C’è chi si alza presto il sabato mattina e, con un avanzo di crema solare rimasto nel cassetto, fattore di protezione non superiore a 10 (”Altrimenti non mi scurisco”), si dirige alla spiaggia o al parco per passarvi la giornata. La crema viene spalmata, ma senza abbondare (”Perché appiccica”). Raramente ci si ricorda che la dose minima necessaria, secondo il Progetto prevenzione melanoma dell’Unione Europea, è sei cucchiai colmi, pari a circa 36 grammi di prodotto.
Un tubetto da 100 grammi, quindi, serve per non più di tre o quattro esposizioni. Inoltre è bene ripetere l’applicazione ogni 2 ore e ogni volta che si esce dall’acqua, anche se la confezione afferma che il prodotto resiste ai bagni. Altra illusione da sfatare: i caftani di cotonina leggeri e trasparenti non bloccano i raggi, per proteggere davvero il tessuto deve essere abbastanza spesso da non far passare la luce, di colore scuro o rosso-arancione. Se non si rispettano queste regole, il rischio che si corre non riguarda solo il melanoma (la forma più aggressiva di cancro cutaneo, che non supera il 10 per cento del totale), ma anche il carcinoma spinocellulare e il basalioma. Due forme tumorali meno temibili ma che non vanno comunque trascurate e possono, specie la prima, dare luogo a metastasi. “I fattori di rischio per il melanoma sono noti solo in parte.
Alcuni sono legati alla predisposizione familiare, a occhi, capelli e cute chiari, alla presenza di lentiggini o di nei grossi e numerosi, dai bordi irregolari, di forma e colore variabile” spiega Natale Cascinelli, ex direttore scientifico dell’Istituto dei tumori di Milano e presidente del Programma melanoma dell’Oms. “Per chi è predisposto l’esposizione al sole senza adeguate protezioni è solo il fattore scatenante, soprattutto se le scottature sono avvenute in età infantile”. In nove casi su dieci il tumore cutaneo è degli altri due tipi.
“Il basalioma coinvolge gli strati profondi dell’epidermide e sembra un piccolo nodulo, talvolta colorato” prosegue Cascinelli. Dopo l’asportazione, si può in genere considerarlo guarito. “Il carcinoma spinocellulare ha origine dagli strati superficiali ed è più legato alle ustioni solari (si trova facilmente su viso e spalle): di rado dà metastasi, ma va controllato. Chi ne ha uno di solito ne sviluppa altri; vanno anch’essi asportati quanto prima”. La soluzione, oltre a evitare di esporsi nelle ore centrali, è usare correttamente le creme solari. Da questo punto di vista ci sono novità. “È stata eliminata la dicitura schermo totale, perché non esistono sostanze in grado di filtrare completamente i raggi.
I fattori di protezione sono stati uniformati a livello europeo, per cui il più elevato è il 50+” dice Leone. “Le creme con fattore di protezione inferiore a 6 non sono considerate solari bensì cosmetici per mantenere la pelle idratata e nutrita”. A fianco della cifra, le associazioni di consumatori hanno ottenuto che compaia una dicitura più immediata: per un fattore tra 6 e 10 deve comparire la scritta “protezione bassa”, tra 15 e 30 “protezione media”, tra 30 e 50 “alta”, e con il 50+ “molto alta”. L’associazione Altroconsumo consiglia anche di verificare la data di scadenza e di non usare i prodotti aperti l’anno prima, perché i filtri solari chimici si degradano facilmente. Altro punto fondamentale, che non tutti sanno: i filtri possono essere instabili e degradarsi anche per colpa del sole stesso. Meglio acquistare un fotostabile (dovrebbe essere indicato in etichetta).
I filtri fisici (contengono zinco e lasciano una patina bianca sulla pelle) invece non superano il fattore 30 di protezione e per essere veramente efficaci devono essere uniti a quelli chimici. E le pillole che promettono di proteggere la pelle? “Possono essere utili per mantenere attive le difese immunitarie della cute, compromesse dal sole, ma non sostituiscono la crema solare ” avverte Leone. Contengono antiossidanti come betacarotene, licopene e fermenti lattici. Le associazioni di consumatori, però, ricordano che si tratta di elementi presenti nei vegetali, come carote e pomodori, e nei latticini; dato il costo non indifferente dei “nutraceutici ” (gli integratori alimentari che vantano proprietà preventive), basta attenersi a un’alimentazione ricca di insalate e yogurt per ottenere risultati analoghi. Attenzione agli autoabbronzanti: stimolano la produzione di melanina ma non offrono protezione. Quelli ultrarapidi poi sono semplici coloranti. Tumori a parte, non vanno trascurati altri effetti del sole come l’eritema, una sorta di reazione allergica alla luce. “La maggior parte di quanti ne soffrono (il 10 per cento degli italiani) ricorre al cortisone, senza contare che l’esposizione diventa impossibile” continua Leone.
“La sensibilizzazione è dovuta per esempio alle abbronzature prese ai Tropici, nonché alla maggiore aggressività dei raggi anche nel Mediterraneo, a causa dell’assottigliamento della fascia di ozono. Per prevenire problemi si dovrebbe fare una corretta analisi del modo con cui la pelle reagisce alla luce solare, per esempio grazie al simulatore solare, uno strumento che consente di studiare esattamente il fototipo di una persona”. La valutazione del fototipo è utile anche per evitare guai più seri come le ustioni solari, che possono essere molto dolorose, accompagnate da febbre e disidratazione.
E che sono la tipica conseguenza delle “botte di sole”: esposizioni prolungate, con poca crema solare o con un filtro troppo basso.

A caccia di meraviglie nel cielo stellato, anche al computer

Z<p>odiacal light. (credits: Eso)
Il tramonto del Sole è un classico negli album fotografici i ricordi. Tra gli astronomi al Parnal, in Cile, è ormai abitudine scattare immagini al calare della notte: hanno un punto d’osservazione privilegiato, il più grande telescopio ottico del mondo, quello dell’European space observatory (Eso) a 2600 metri di altitudine. Qui il confine tra lavoro e hobby diventa sottile. Con apparecchiature amatoriali gli scienziati sono riusciti a cogliere particolari luci blu e verdi al tramonto, grazie a un cielo limpido per trecento giorni l’anno. Di notte un ricercatore è stato in grado di catturare fenomeni particolari dovuti ai raggi solari riflessi dalla polvere interstellare, come le luci zodiacali (vedi la fotografia sopra) e il Gegenschein.

Ma la passione per le immagini digitali può dare vita a progetti di successo. Alberto Conti è un astronomo dello Space telescope science institute (STScI) di Baltimora: incantato da Google Earth, ha proposto agli ingegneri del motore di ricerca californiano di sviluppare un software per visualizzare l’universo visto dalla Terra. Google Sky, appunto. Una sorta di telescopio a portata di tutti per esplorare le galassie: la volta stellata virtuale può sfruttare anche l’immensa banca dati del telescopio spaziale Hubble. E sul suo blog Conti ha raccontato come è nata l’idea: tutto è partito da una mail inviata a John Hanke, responsabile dei progetti per le mappe di Google. Alla prima missiva non ha ricevuto risposta. È andata bene al secondo tentativo, tanto che l’astronomo italiano ha ottenuto in questi giorni l’International Pirelli Award.

Altri software permettono di gettare uno sguardo, seppur limitato, su pianeti, nebulose e ammassi lontani: come Aladin Sky Atlas dell’Università di Strasburgo. L’Europa resta anche con i piedi per Terra: di recente è stato finanziato con due milioni di euro il progetto GIS4EU, un’iniziativa nell’ambito della direttiva Inspire con l’obiettivo di stabilire regole condivise per riunire le banche di dati geografici nel territorio dell’Unione, in modo da renderle liberamente accessibili a cittadini e pubbliche amministrazioni.
Tramonto al Parnal. (credits: Flickr)

La Terra potrebbe sopravvivere all’esplosione del Sole

[color=red][b]5 MILIARDI DI ANNI[/b][/color] Il sole morente diviene una stella gigante rossa. Inizia il suo processo di espansione, che brucerà tutti i pianeti intorno. La Terra evaporerà .<br /> [i](Illustrazioni di Stefano Carrara / Panorama)[/i]

di Antonio De Blasi

Quando una stella si avvicina alla propria fine, diventa una gigante rossa. E per i pianeti che orbitano intorno, se esistono, non sono bei momenti. Fra 5 miliardi di anni il nostro Sole diventerà una gigante rossa, e i pianeti più interni verranno vaporizzati. Compresa la Terra.
O forse no. Il destino che attende il nostro mondo (anche se noi non ci saremo più) potrebbe non essere così infausto. La speranza viene, infatti, dalla scoperta di un pianeta gassoso, V391 Pegasi b, che orbita tranquillamente intorno a un astro morente, la stella V391 Pegasi, a circa 4.500 anni luce da noi. Ad averlo individuato è un team di astrofisici guidati da un italiano, Roberto Silvotti dell’Inaf-Osservatorio di Capodimonte. La scoperta è pubblicata sull’ultimo numero di Nature.

V391 Pegasi è una stella di 10 miliardi di anni, con una massa pari alla metà di quella del Sole e una temperatura superficiale di 30 mila gradi. Una volta esaurita, nel nucleo, la sua riserva di idrogeno, si è espansa, aumentando di volume, diventando più luminosa ma anche più fredda e più rossa. “La scoperta dimostra, per la prima volta, che un pianeta come Pegasi b, distante appena 1,7 volte la distanza media della Terra dal Sole, può sopravvivere alla drammatica fase di gigante rossa” spiega Silvotti. Quando il nostro Sole giungerà alla fine del ciclo, le possibilità sono due: il vento solare e la riduzione dell’attrazione gravitazionale potranno spingere la Terra su un’orbita più esterna, dove sarà solo sfiorata dagli «eventi». Seconda possibilità, resterà nella sua orbita attuale. In tal caso, insieme a Mercurio e Venere, verrà inghiottita dal Sole e vaporizzata. La “fortuna” di Pegasi b potrebbe far propendere per la prima ipotesi: se la Terra avrà modo di allontanarsi fino a circa il doppio della sua attuale distanza dal Sole, potrà forse continuare a esistere.

L’Europa fa luce sul lato oscuro dell’abbronzatura

http://ec.europa.eu/health-eu/news/sun_uv_en.htm
Se ci si fida troppo delle creme solari c’è il rischio di restare scottati, in tutti i sensi: lo aveva denunciato già lo scorso anno la Commissione europea, pubblicando un lungo elenco di raccomandazioni (pdf), e oggi lo conferma uno studio americano, secondo il quale la maggioranza dei prodotti in commercio non riescono a mantenere le promesse quanto a protezione dai raggi ultravioletti (UVA e UVB).
Anche per questo, è di questi giorni la decisione della Commissione europea di trasformare le raccomandazioni su base volontaria in obbligo: dal prossimo anno, stando alle nuove direttive della Commissione europea, spariranno finalmente dalle etichette le diciture - di fatto ingannevoli - come “protezione totale” o “sun-blocker”.

Quest’estate si troveranno ancora in commercio simili etichette, ovviamente già stampate da tempo, ma è importante sapere che occorre prendere con le molle simili affermazioni, e in caso di dubbio ci si può invece affidare ai prodotti - circa il 20 per cento del totale - che si sono già adeguati volontariamente al nuovo standard (i paesi dell’Unione Europea detengono il 90 per cento circa del mercato mondiale di prodotti solari), che classifica anche in modo uniforme i valori di SPF, il fattore di protezione della pelle.

Sono previste due categorie di prodotti “a bassa protezione” (contraddistinti da un 6 o un 10, rispettivamente per un valore del fattore di protezione tra 6 e 9,9 e tra 10 e 14,9), tre “a media protezione” (con fattore 15, 20 o 25, inteso sempre come valore minimo), due “ad alta protezione” (con SPF di 30 e 50, con quest’ultimo compreso di fatto tra 50 e 59,9) e infine uno”ad altissima protezione”, con un’indicazione riassuntiva “50+” che indica un fattore di protezione superiore a 60.

Di fatto, per una persona di carnagione normale la protezione media è in genere sufficiente, a condizione che non ci si esponga molto a lungo al sole, e soprattutto si evitino le ore più calde. In questo caso, aumentare il fattore di protezione cambia le cose in misura minima.

La protezione alta e altissima serve invece per anziani e bambini, e per le pelli molto chiare e particolarmente sensibili ai raggi solari.

Questo in teoria. In pratica, un’analisi condotta dall’associazione non-profit Environmental Working Group, la stragrande maggioranza dei quasi 800 prodotti commercializzati negli Stati Uniti è poco efficace o perde rapidamente efficacia nelle normali condizioni d’uso (il loro “Cosmetics database” può essere consultato online).

In Italia, l’Associazione Altroconsumo ha segnalato di recente un paio di prodotti che ha deciso esplicitamente di sconsigliare: Venus confezione Weekend, perché è venduto in un minitubetto che contiene appena 35 g di crema, ovvero il quantitativo sufficiente per una sola applicazione (mentre nell’arco di un week-end bisogna sicuramente ripetere molte più volte l’operazione) e ancor più perché ha un fattore di protezione 2, laddove le raccomandazioni europee indicano che il minimo per contraddistinguere un prodotto “protettivo” deve essere 6; e Bilboa Ultra Bronze Superabbronzante: anche se si trova sugli stessi scaffali, non contiene alcun filtro solare, e ci vuole molta attenzione per notare la piccola scritta sulla confezione che lo precisa.

La posta in gioco - la protezione della pelle - è sicuramente rilevante, anche se gli esperti sono contrari agli eccessi di allarmismo, in cui secondo quanto riferisce un articolo del New York Times sarebbe caduta anche una recente campagna dell’American Cancer Society: “Mia sorella si è uccisa accidentalmente” dice una ragazza che campeggia nella pubblicità. “E’ morta di cancro della pelle”. Secondo molti critici, è errato far passare il messaggio che il tumore della pelle è mortale (può esserlo spesso il melanoma, che però costituisce circa il 6% di tutti i tumori della pelle) e ancor più che il nostro rapporto con la tintarella è il principale colpevole. Secondo gli esperti, infati, l’esposizione prolungata ai raggi del sole ha un ruolo solo in una minoranza dei melanomi (attorno al 20%), e si tratta di un ruolo non del tutto dimostrato.

“Ci sono prove abbastanza solide che le protezioni solari riducono il rischio di contrarre una forma meno letale di cancro della pelle” spiega Barry Kramer, condirettore della prevenzione delle malattie presso i National Institutes of Health. “Ma ci sono assai poche prove che proteggano contro il melanoma, anche se spesso è questo il messaggio che appare dominante”.

Una recente revisione pubblicata dal settimanale medico The Lancet conferma poi che la protezione offerta da creme e spray è comunque limitata: “In una strategia per la prevenzione del cancro della pelle, all’uso di filtri solari occorre preferire misure comportamentali, come l’uso di indumenti protettivi e di un cappello e la riduzione al minimo dell’esposizione al sole” scrivono Stephan Lautenschlager e colleghi.

Prepariamoci a sbarcare sulla Terra2

Forse esiste un’altra Terra, un pianeta in cui le condizioni ambientali potrebbero aver reso possibile la nascita della vita, grazie a una vicina stella. Pianeta e stella sono stati chiamati rispettivamente (e col minimo sforzo di fantasia) Gliese 581c e Gliese 581. Il primo, che ha una massa pari a 5 volte quella terrestre, orbita intorno alla seconda, che è una nana rossa (una stella più fredda del nostro Sole) posta a circa 20 anni luce di distanza dal nostro sistema solare. A fare la scoperta è stato un gruppo di astronomi europei dell’osservatorio di La Silla, in Cile.

Non è la prima volta che gli scienziati gridano al miracolo pensando di aver individuato il nostro pianeta gemello, che come la Terra sia stato baciato dalla fortuna e si trovi in una posizione che renda la sua atmosfera e la sua temperatura compatibili con la vita. Più di 200 pianeti esterni al nostro sistema solare sono già stati trovati, ma tra tutti questi, l’ultimo scoperto sembra quello che ha le maggiori affinità con la Terra.

Il nuovo pianeta è in realtà più vicino alla sua stella di quanto Mercurio non lo sia al Sole, ma siccome Gliese 581 è una stella meno calda, la maggior vicinanza non determinerebbe temperature troppo elevate. In 13 giorni il pianeta completa la propria orbita intorno alla sua stella, che però ha intorno a sé anche altri corpi celesti: in passato ne erano stati avvistati altri due.

Nella comunità scientifica c’è già chi pensa alla possibilità di organizzare una spedizione. Ad esempio mandando a dare un’occhiata il Terrestrial Planet Finder della Nasa, equipaggiato con una strumentazione adatta a bloccare la luce proveniente dalla stella così da rendere visibili i pianeti che la circondano.

Le nane rosse come Gliese 581 sembrano essere le migliori candidate ad avere attorno a sé un pianeta che possa definirsi simile al nostro. E se fosse proprio quello appena scoperto, chi saranno i primi a metterci piede? Quanti anni ci vorranno prima di avere le tecnologie necessarie e a raggiungerlo in tempi umani e stabilirvi una colonia? Qualcuno si sta gà attrezzando.

Al Seti Institute, dove si cercano segnali dell’esistenza di vita extraterrestre sotto forma di onde radio, hanno già puntato le antenne in direzione di Gliese 581. Per partecipare alla ricerca e dare una mano agli astronomi, basta andare sul sito, scaricare l’apposito programma e aiutare gli scienziati ad analizzare i dati in arrivo dai radiotelescopi. Chi invece vuole osare di più e prepararsi a sbarcare armi e bagagli sulla Terra2, può cominciare a risparmiare per pagarsi un’esperienza spaziale: quella offerta dalla società Zero Gravity che con un Boeing 727 è in grado di simulare un volo spaziale in assenza di gravità. Partenze dall’aeroporto internazionale di Las Vegas o dal Kennedy Space Center in Florida: l’esperienza costa 3.500 dollari e include dal dvd dell’evento, al merchandising, al party post-volo. Da metà maggio i comuni mortali potranno prenotare un posto in uno dei 187 punti vendita Sharper Image. I vip stanno già apprezzando: proprio oggi a sperimentare l’assenza di gravità sarà lo scienziato Stephen Hawking.

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