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di Silvia Grilli
Francesco ha compiuto 1 anno l’11 gennaio. Quando lo portava in grembo, sua madre Cindy sfogliava album fotografici e leggeva lettere di coppie che si presentavano a lei e la ringraziavano del suo gesto quasi eroico: avere scelto di non abortire e dare suo figlio in adozione. Lei guardava quelle foto di aspiranti genitori del suo bambino, leggeva i profili e decideva quale sarebbe stata la famiglia più amorevole per suo figlio.
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(Credits: The Topeka Capital Journal)
Non è facile vivere nel midwest americano. Saremo pure nell’heartland, il cuore dell’America, e non solo dal punto di vista geografico (Stati come Kansas e Oklahoma sono la patria dei nativi americani), ma sembra di essere così lontani dal fascino latino del sud-ovest, dai paesaggi mozzafiato del West e dalle grandi città dell’East Coast. Per gli americani è tutta colpa di quelle lande piatte e un po’ desolate che fanno di questi luoghi gli ultimi nella lista delle loro mete vacanziere.
Fatto sta che a Topeka, capitale del Kansas, farebbero di tutto pur di uscire dall’anonimato. Continua

Photo by Libby Volgyes./Palm Beach Post/ZUMA Press
All’inizio dell’anno scolastico, dopo i primi due o tre giorni di prima elementare, mio figlio sembrava perplesso. Ma non erano i nuovi compagni, le maestre o le indubbie difficoltà dell’alfabeto a turbarlo: a quanto pare era l’unico bambino della sua classe a non avere nello zaino una bottiglietta d’acqua. “Ma non bevete dal rubinetto del bagno?”, gli chiedo, ricordandomi di aver evitato ai miei tempi la disidratazione per tutti e cinque gli anni delle elementari usando proprio questo astuto stratagemma. A quanto pare non fa fine bere “a canna” e tutti i suoi compagni preferiscono invece sorseggiare acqua minerale dalle bottigliette da mezzo litro.
Ecco un modo brillante per inquinare inutilmente e produrre una valanga di rifiuti. E infatti si muovono i primi passi per limitare il consumo insensato delle bottigliette di plastica.
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Un'auto V2G (Credit Hathy Atkinson, University of Delaware)
L’auto elettrica non sfonda. O per lo meno non ancora. A dire il vero il fatto che questi veicoli non brucino direttamente la benzina non è di per sé un merito: a meno che l’elettricità necessaria a farli funzionare non sia prodotta da fonti pulite e rinnovabili, il problema delle emissioni viene soltanto spostato ma non eliminato.
Potrebbe però costituire un passo avanti la possibilità di “immettere in rete” l’energia contenuta nelle batterie delle auto elettriche parcheggiate. Questo è il meccanismo alla base del progetto V2G (vehicle-to-grid) messo a punto dall’Università del Delaware, negli Stati Uniti. Creato il prototipo, adesso è il momento di passare dalla fase di progetto all’utilizzo sul campo, anzi per le strade. Per incoraggiarlo lo Stato del Delaware ha varato una legge che prevede di retribuire i proprietari di auto elettriche con tecnologia V2G per l’elettricità che “restituiscono” alla rete elettrica collegandovi la propria auto quando non la usano.
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Se Facebook fosse una nazione, sarebbe la quinta più popolata del mondo con i suoi 300 milioni di abitanti che ogni giorno scrivono, guardano foto, chattano.
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Ecco un po’ di link a siti che contengono informazioni sull’influenza suina.
Il sito ufficiale del Governo Usa sulle epidemie influenzali.
Il centro americano per il controllo e la prevenzione delle malattie (CDC) ha una sezione dedicata all’influenza aviaria e tra le altre risorse propone una lista di suggerimenti per la prevenzione del contagio.
L’Organizzazione mondiale della Sanità aggiorna continuamente il proprio sito con gli ultimi aggiornamenti. E’ l’Oms a stabilire il livello di allarme pandemia in base all’andamento del contagio.
Il nostro ministero del Welfare ha messo online sul suo sito un documento di domande e risposte.
Infine il ministero della Salute messicano offre sul suo sito informazioni generali sulla malattia, ma non un aggiornamento sui casi di contagio né sul numero delle persone morte. E in un momento critico come questo, in cui il Messico è il primo focolaio del virus, sorprende il fatto che nella HomePage del sito istituzionale compaia in bella vista una brochure scaricabile (in pdf) sull’influenza stagionale che ben poco può aiutare chi in queste ore si interroga su una possibile pandemia globale. E’ comunque disponibile, sempre in pdf, un documento molto ben fatto che contiene le linee guida per la prevenzione, i consigli per chi entra in contatto con i malati, le informazoni sulle persone più a rischio.
Ma il sito del Centro Nacional de Vigilancia Epidemiologica y Control de Enfermedades, l’equivalente messicano del CDC statunitense, non nomina mai esplicitamente l’influenza suina nella sua HomePage, ma rimanda a un approfondimento su “influenza e difficoltà respiratorie“, dove però i link che dovrebbero dare accesso a domande e risposte sulla febbre suina e alle azioni per contenere la diffusione dell’epidemia sono inattivi.
Peggio ancora fa il sito del Piano nazionale di preparazione e risposta alla pandemia influenzale. La febbre suina non è proprio citata e il link che dovrebbe condurre a una pagina in cui il piano d’azione viene spiegato in dettaglio spedisce in realtà a una pagina di errore.
L’ultima speranza è quella di cliccare sul link Influenza Pandemica, ma anche qui c’è un’amara sorpresa: nessuna informazione aggiornata sull’emergenza, bensì un testo, non proprio utilissimo, sull’influenza nella storia dell’umanità.
Spot us: prove di citizen journalism
Un anno fa la petroliera Cosco Busan ha rovesciato 200mila litri di greggio nella baia di San Francisco. Ora il reporter Aaron Crowe vuole vederci chiaro: ha proposto un’inchiesta sullo stato delle acque e delle spiagge al sito Spot.Us, un’associazione non profit che ha deciso di scommettere sul citizen journalism, il giornalismo con la partecipazione dei lettori. Crowe non è un novellino: è un reporter da 22 anni e lavora in un giornale californiano, Contra Costa Time. Ma ha deciso di chiedere al pubblico i fondi per un’indagine, fissando la cifra a mille dollari. Finora ha raccolto quasi metà della somma. Su Spot.Us le persone possono anche segnalare notizie: chiunque può proporsi per lavorare da reporter: i curriculum degli aspiranti cronisti saranno controllati e selezionati dalla redazione. Insomma, se finora i lettori erano abituati a comprare in edicola la copia di un giornale di carta o a guardare gli articoli online, ora hanno un’opportunità in più: pagare singole inchieste.
Se per l’editoria negli Stati Uniti è un periodo di profonda trasformazione, per la stampa locale cartacea è un momento di crisi. Le copie vendute in edicola sono diminuite negli ultimi sei mesi con punte fino al 13%. Le inserzioni pubblicitarie sul web crescono, ma non abbastanza da sostituire le entrate assicurate dalla carta stampata. L’idea di Spot.Us è di offrire una possibilità di espressione per le comunità locali: il fondatore, David Cohn, ha iniziato con l’area di San Francisco (culla dell’innovazione tecnologica), ma vorrebbe che il progetto di estendesse negli altri Stati.
Un video dell’università di Cambridge sul citizen journalism

E’ il 2004 e un Bill Gates più ottimista del solito annuncia al World Economic Forum di Davos la morte dello spam: “Tra due anni sarà un problema risolto”. Mai profezia tecnologica fu meno azzeccata. Quattro anni dopo la spazzatura elettronica prolifera incontrastata in ogni angolo di Internet. Più che l’eccezione è ormai la regola con cui siamo costretti a convivere in tutte le nostre attività online. Basti pensare che 9 mail su 10 sono posta indesiderata. Pillole ormonali, diplomi di master, erbe miracolose, conti in banca bloccati: dietro a una fantasia così fervida si nasconde un vero business che alimenta un’economia sommersa sempre più florida. E’ per questo che a fronte di filtri sempre più intelligenti e mirati, gli spammer non fanno che rincarare la dose ed escogitare nuove trappole per aggirarli. In questa battaglia, un un ruolo da protagonista (in negativo) lo sta assumendo anche l’Italia. Secondo l’ultimo rapporto di Sophos, software-house specializzata in sicurezza informatica, nella sporca dozzina dei paesi con il maggior numero di messaggi indesiderati ha fatto il suo ingresso anche il nostro paese, da cui parte più del 3,5 per cento di tutte le informazioni-spazzatura. Certo, siamo ancora un bel po’ distanti da Stati Uniti (21 per cento) e Russia (8,3), ma è quanto mai importante tenere alta la guardia. Anche perché questi dati non vogliono assolutamente dire che in Italia si concentra un alto numero di spammer. Significano, piuttosto, che i nostri pc sono facile preda di attacchi: “Il balzo in avanti in classifica conferma che sono purtroppo ancora numerosissimi i computer italiani sprovvisti di protezione che consentono agli hacker di infiltrarvisi e di trasformarli in zombie da cui inviare spam e malware”, conferma Walter Narisoni, Sales Engineer Manager di Sophos Italia.
E’ per questo che, al di là degli opportuni (e sempre insufficienti) filtri anti-spam, la vera arma per vincere la guerra contro lo spam è culturale e sociale al tempo stesso. Cominciando, ad esempio, a non cliccare su link di cui non conosciamo la provenienza. E partecipando in maniera più convinta ai filtri collaborativi offerti dalla maggior parte dei servizi del web 2.0 con le funzionalità “report spam” o “report abuse” con cui si può segnalare in un click la sorgente da cui partono le informazioni-spazzatura. E così evitare che infestino anche altri utenti.
VIDEO: L’anti-spam collettivo di Gmail
Come notificare lo spam su YouTube

I rifiuti e le discariche non sono soltanto un problema sulla Terra: le stime della Nasa dicono che almeno il 95% degli oggetti in orbita fino a 2000 chilometri sono satelliti in disuso. Dagli enti di ricerca scientifica agli operatori di telecomunicazioni, il numero di lanci cresce rapidamente. E aumenta l’immondizia spaziale. Come il satellite militare “Us 193″: gli Stati Uniti lanciano l’allarme perché non è più sotto controllo e sta precipitando alla velocità di otto chilometri al giorno. Entro poche settimane potrebbe distruggersi completamente avvicinandosi all’atmosfera o arrivare fino al suolo. Se è vero che l’acqua ricopre i tre quarti della superficie terrestre, è anche possibile che resti del satellite cadano sul suolo.
Negli ultimi mesi già alcuni blogger avevano osservato il comportamento anomalo di “Us 193″, mandato in orbita il 14 dicembre 2006 con il nome di L-21 dalla base di Vandenberg, e inutilizzabile già poco dopo il lancio. A denunciare il rischio è stato il National Reconnaissance Office, una delle sedici agenzie della comunità d’intelligence Usa. Secondo il Pentagono sono 17mila i satelliti caduti sulla Terra negli ultimi cinquant’anni.

Il 10 ottobre si celebra da ormai qualche anno l’Obesity day, giornata dedicata alle problematiche legate all’obesità, che mira a fare una corretta informazione per la prevenzione. Sappiamo infatti che questa condizione apre la strada a moltissime malattie dette “del benessere” che, a quanto emerge da uno studio condotto dai ricercatori della Rollins School of public health della Emory University, con sede ad Atlanta, negli Usa, colpirebbero gli americani in misura assai più massiccia rispetto agli europei.
Diabete, malattie cardiache, artrite, cancro: gli ultracinquantenni americani che soffrono di una o più di queste patologie sono numericamente assai di più dei loro coetanei europei. In questa fascia di età la percentuale di persone cui è stata diagnosticata l’artrite è del 53,8% in America contro il 21,3% in Europa. Il 50% delle persone coinvolte nello studio in America ha la pressione alta, in Europa sono “solo” il 32,9%. Problemi al cuore? 21,8% contro 11,4%. Diabete? 16,4% contro 10,9%. Anche il cancro colpisce maggiormente gli americani: 12,2% contro 5,4%. Solo sul colesterolo alto la differenza si affievolisce: 21,7% contro 19,6%. Mentre resta nettissimo lo stacco tra America ed Europa quando si parla di obesità: ne soffre il 33,1% degli americani over 50, contro il 17,1% degli europei.
E se per quanto riguarda le cifre che riguardano il cancro, è possibile che il più alto tasso di diagnosi negli stati Uniti sia dovuto a uno screening più intensivo, sul fronte dei disturbi correlati all’obesità gli studiosi non hanno dubbi: la salute degli americani è semplicemente peggiore. La spesa sanitaria ne risente: nel 2004, anno preso in considerazione dallo studio, gli Usa spendevano 6.102 dollari a testa, circa il doppio di molti Paesi europei. Gli autori suggeriscono almeno un paio di soluzioni per contenere la spesa sanitaria e migliorare la salute degli americani: una dieta più sana e ritmi di lavoro meno serrati, ovvero più vacanze e più verdure, meno grassi e cibo fast food e meno stress.
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