
Giocare fa bene… (Foto: Flickr)
Avversità, trascuratezza e stress patiti nella prima infanzia lasciano un segno nelle cellule dei bambini che può essere foriero di futuri problemi di salute. Lo sostiene uno studio condotto dai ricercatori della Tulane University di New Orleans che appare oggi sulla rivista Molecular Psychology. La ricerca dimostra l’esistenza di una correlazione tra la quantità di tempo passata dai bambini in un istituto per orfani e l’accorciamento dei telomeri, le parti terminali dei cromosomi. Continua
Batteri al microscopio
Un mal comune condiviso dagli esseri umani e dai microrganismi è lo stress, i cui effetti sui secondi sono molto meno evidenti, tanto che per diffonderne la conoscenza è stato organizzato un convegno internazionale a cura della Federazione europea di biotecnologia, che si è appena tenuto a Semmering, in Austria, dove, provenienti da 24 Paesi, si sono radunati 140 scienziati, convinti che il mezzo gaudio della situazione andrà a tutto vantaggio degli esseri umani. L’influsso di fattori di stress come le elevate temperature e l’azione degli acidi, comporta per i microrganismi un’attività ridotta o una crescita più lenta, tuttavia i biotecnologi sono in grado di manipolare tali fattori in grande quantità, e anche nella direzione opposta, ovvero per rendere più resistenti e produttivi questi minuscoli esseri viventi, in vista del loro impiego nella ricerca farmacologica. Tra le istituzioni che hanno partecipato al convegno vi è stata infatti l’Università di Scienze Applicate di Vienna, presso la quale sarà condotto a termine entro il 2010, dopo essere stato avviato nel 2005, il progetto di ricerca Optipro, il cui obiettivo è lo sviluppo di metodi innovativi per una produzione più efficace ed economica di proteine. Esse rientrano tra i più importanti principi attivi dei farmaci e vengono normalmente create in colture di cellule animali, oppure ricorrendo a microrganismi come batteri e cellule di lievito. Opportunamente “stressati” attraverso differenti soluzioni saline, i microrganismi in questione serviranno specificamente alla realizzazione di proteine ricombinanti, di grande utilità alle aziende farmaceutiche per approntare nuovi medicinali in tempi rapidi. Simili proteine saranno ottenute attraverso l’introduzione di un gene in un organismo ospite, che le metterà a disposizione con la sua crescita, portata avanti in un fermentatore industriale.
Tachicardia accentuata e inarrestabile mentre non è in corso alcuno sforzo fisico, dolore toracico, sensazione di soffocamento, torpore o formicolio a un braccio. Sono solo alcuni dei sintomi sinistri che spingono chi fino a un attimo prima pensava di stare benissimo e all’improvviso ha la sventura di percepirli, a fiondarsi al pronto soccorso del più vicino ospedale, temendo di essere vittima di un infarto. Il tragitto è accompagnato dalla penosa e tangibile sensazione di poter morire da un momento all’altro, ma gli accertamenti sanitari del caso produrranno una diagnosi per certi aspetti non meno sconvolgente: il paziente dispone di un apparato cardiocircolatorio tra i più affidabili, e non si trova l’ombra di patologie letali di altra natura. In altri termini, è incappato in un attacco di panico, uno “scherzo” di pessimo gusto prodotto dalla mente e una tremenda dimostrazione della sua potenza, che la mette in grado di simulare perfettamente sintomi di patologie anche gravi che in tal caso non esistono. Un inganno che riesce alla grande, perché tanto i sintomi psichici del disturbo, come la paura di morire o di perdere la ragione, quanto quelli neurovegetativi, dalle palpitazioni alle difficoltà respiratorie, vengono avvertiti realmente, non sono certo il frutto dell’immaginazione di coloro che, sempre più numerosi, si trovano a sperimentarli. All’attacco di panico è dedicata una ricerca pubblicata sull’ultimo numero del Canadian Journal of Psychiatry, che lo rende, se possibile, ancora più preoccupante, ravvisandovi un possibile indizio di futuri problemi non meno drammatici, quali la depressione, i propositi suicidi e l’alcolismo.
Panorama.it discute l’argomento con la dottoressa Alice Pluderi, medico specialista in psicologia clinica con molteplici anni di esperienza in dipartimenti di salute mentale e in attività di consulenza in ambito psichiatrico.
Dottoressa Pluderi, l’attacco di panico colpisce davvero in modo così subdolo e improvviso?
Sì, anche se in realtà è preceduto da segnali che non vengono colti, come la riduzione delle ore di sonno, un senso di irrequietezza generale e le difficoltà di concentrazione, facilmente attribuiti a un momento stressante della propria vita in ambito lavorativo o affettivo. A innescarlo provvede poi un evento di per sé non eccezionale, per esempio un litigio con il partner, che in una determinata occasione può essere però sentito come particolarmente toccante e irritante, e proprio quando le difese risultano allentate (di notte, oppure svolgendo attività di solito rilassanti come guardare la tv o leggere un libro), irrompe un attacco di ansia estremamente acuto che si manifesta con i sintomi dell’attacco di panico: tachicardia, respiro che sembra bloccarsi, pensiero fuori controllo fino alla paura di morire o di impazzire.
Perché l’attacco di panico mostra una certa predilezione per i giovani e per le donne?
Perché vi entrano in gioco le richieste di una vita sempre più stressante e competitiva, dove specialmente negli ultimi anni è diventato più probabile non avere certezze lavorative e affettive, situazione dalla quale chi è più in là con gli anni è più facilmente al riparo. Senza dimenticare che fra i giovani stessi l’attacco di panico può colpire anche chi, al contrario, si presenta sicuro di sé e ha la tendenza a dare il massimo, ma potrebbe scoprirsi impreparato a fronteggiare qualche intoppo. Quanto alle donne, la patologia psicologica in un certo senso è sempre femminile, dato che le donne presentano una maggiore sensibilità al giudizio esterno e una struttura psicologica che le porta ad ammettere con meno fatica l’esistenza di sintomi ansiosi.
Perché a chi finisce al pronto soccorso in preda a un attacco di panico, che si manifesta con sintomi così allarmanti, quasi sempre viene detto che non ha nulla?
Al pronto soccorso non si trova quasi mai lo psichiatra, che però è reperibile, viene chiamato su richiesta. Se chi accoglie il paziente capisce che quest’ultimo in realtà soffre di attacchi di panico, lo psichiatra viene chiamato e in quella sede viene fatta la diagnosi, ma è rarissimo che ciò accada. Se il soggetto è sano fisicamente, torna a domicilio e non gli viene nemmeno detto di rivolgersi al medico curante. Quando prima o poi vi si recherà, si sentirà proporre una visita psichiatrica, che crea un altro problema, il rifiuto dello psichiatra, che popolarmente può essere ancora visto come il medico dei “matti”, al punto che per superare tale rifiuto spesso il medico curante sarà costretto a dirottare il paziente dal neurologo.
Come si cura il disturbo da attacchi di panico?
Esistono due scuole di pensiero. Una, quella psicofarmacologica, sostiene la necessità di una terapia con farmaci quali le benzodiazepine e i serotoninergici, l’altra suggerisce il ricorso all’aiuto di un valido psicoterapeuta che, con un lavoro più lungo, condurrà il paziente a individuare le ragioni che hanno prodotto questa crisi. L’ideale è tuttavia una terapia combinata che, sul versante farmacologico, associ un antidepressivo del gruppo degli inibitori selettivi della ricaptazione della serotonina, come la paroxetina, a un ansiolitico a emivita breve come l’alprazolam. Ma è necessario affiancarvi una psicoterapia che faccia capire al paziente perché è stato colpito da questo disturbo, per scongiurare la ricomparsa dei sintomi una volta sospesa la terapia farmacologica e per evitare la tendenza ad attribuire ai farmaci l’onnipotenza nel trattamento di qualsiasi patologia psichiatrica.
Gli attacchi di panico possono essere la spia di future patologie psichiatriche? E, in considerazione di alcuni loro sintomi, sono in grado di incrementare il rischio cardiovascolare?
Non esiste alcuna prova che essi incrementino il rischio cardiovascolare rispetto a chi non ne soffre. Il disturbo da attacchi di panico può preludere allo sviluppo di fobie e alla depressione, ma solo se viene ignorato e non è adeguatamente e tempestivamente trattato.
Cosa vuole comunicare la mente con questo doloroso inganno?
E’ un invito a fermarsi, ad ascoltarsi, a riprendere con calma il controllo delle proprie potenzialità. L’attacco di panico giunge per segnalare che l’individuo sta esasperando le sue energie psichiche, e se la natura del disturbo viene compresa dal soggetto che lo vive, egli ne potrà uscire più consapevole e rafforzato, con la percezione di essere forte, in grado di affrontare esperienze delle quali non si sarebbe creduto capace. Sarà cioè più padrone della propria vita e delle proprie scelte.
Donne soldato
Le donne-soldato impiegate in zone di guerra sono esposte a un rischio molto elevato di incorrere in disturbi del comportamento alimentare e, rispetto alle loro colleghe che lavorano nell’esercito e alle civili, sono predisposte a un dimagrimento molto più significativo.
A lanciare questo allarme è uno studio longitudinale condotto dai ricercatori del Naval Health Research Center di San Diego (California) che hanno riferito gli esiti della ricerca sulla rivista American Journal of Epidemiology.
Lo studio ha monitorato i partecipanti per un periodo di tre anni (2001-2003) a cui è seguito un follow-up dal 2004-2006 basato su dei questionari indirizzati a 48.378 soggetti. Gli autori, nello specifico, sono andati a indagare nei partecipanti l’insorgenza di disordini alimentari nelle donne o negli uomini dopo aver valutato caratteristiche demografiche, militari e di comportamento.
Sono stati esaminati decine di migliaia di soldati dell’US Army (12.641 donne e 33.578 uomini) stanziati in Iraq e in Afghanistan sui quali i ricercatori sono andati a verificare l’ipotesi clinica, già formulata da tempo, che il forte stress subito a seguito della permanenza in zone di guerra giochi un ruolo determinante sia nell’incidenza sia nello sviluppo di disturbi del comportamento alimentare.
I risultati dell’indagine hanno infatti dimostrato che le donne-soldato che si trovano in zone di guerra vanno incontro a un rischio di 1,78 volte più alto di soffrire di disturbi del comportamento alimentare e di 2,35 più alto del normale di subire forti dimagrimenti, ovvero più del 10% del loro normale peso.
Se la genetica gioca un ruolo determinante nel processo di invecchiamento del nostro corpo, una recente ricerca svolta dall’American Society of Plastic Surgeons, pone l’accento su come anche una forte pressione dovuta all’esposizione a fattori stressanti possa cambiare addirittura l’espressione del volto.
Sappiamo bene, infatti, che essere sottoposti a eventi stressanti non giova affatto alla nostra psiche, il punto è che a farne le spese non è solo la nostra mente ma anche il fisico. Sotto accusa episodi di per sé già connotati come fortemente stressanti: divorzi, lutti, alcol, abuso di farmaci (antidepressivi e similari).
Lo studio, pubblicato sulla rivista Plastic and Reconstructive Surgery, ha esaminato quanto lo stress sia responsabile dell’invecchiamento del volto di una persona andando ad analizzare le visibili differenze nei lineamenti del viso di un campione di 186 gemelli in precedenza identici nell’aspetto. I ricercatori hanno riscontrato che i soggetti esaminati per lo studio che nel corso della loro vita avevano subito un divorzio dimostravano in media due anni in più rispetto ai loro fratelli gemelli single, sposati o persino vedovi. A giocare un ruolo importante nell’invecchiamento dei tratti somatici del volto anche il ricorso abituale a farmaci antidepressivi e le forti oscillazioni di peso.
“Questa ricerca è importante per due ragioni – spiega il dottor Guyoron del Dipartimento di chirurgia plastica dell’University Hospitals Case Medical Center di Cleveland in Ohio (Stati Uniti) –“prima di tutto perché abbiamo scoperto un numero di nuovi fattori che contribuiscono all’invecchiamento, secondariamente, le nostre scoperte supportano l’idea che i filler al viso ringiovaniscono l’espressione del volto”.
Stando infatti alle recenti statistiche della American Society of Plastic Surgeons nel 2007 sono state effettuate più di 1,5 milioni di procedure di riempimento delle rughe.

Si dice doping e subito si pensa agli sportivi che assumono sostanze più o meno legali per aumentare le proprie prestazioni fisiche. A nessuno verrebbe in mente, però, che la pratica sia altrettanto diffusa anche nei più austeri laboratori e centri di ricerca. Sembrerà strano, ma è così: anche gli scienziati iniziano a “doparsi” per migliorare la concentrazione ed essere più “lucidi”, o per combattere i disturbi del sonno in un periodo di particolare sovraccarico lavorativo. Il tutto in un ambiente - quello della ricerca - che sta diventando sempre più competitivo e stressante.
Una conferma di questa tendenza arriva da un recente sondaggio della rivista Nature, secondo cui 1 scienziato su 5 assume frequentemente (e senza alcuna prescrizione medica) farmaci come il Provigil, il Ritalin o il propranololo, indicati rispettivamente per il trattamento della narcolessia, i disturbi da deficit dell’attenzione e dell’iperattività, il miglioramento dell’efficienza cardiovascolare.
Il test è stato condotto su un campione casuale di 1400 scienziati provenienti da circa 60 paesi. Certo, non è il massimo dell’attendibilità, ma sta comunque sollevando un polverone nella comunità scientifica mondiale: “La crescita dell’utilizzo di stimolanti cognitivi pone una serie di questioni etiche che non possono essere ignorate - spiegano i neuroscienziati Barbara Sahakian e Sharon Morein-Zamir dell’Università Cambridge - Sul mercato esistono diversi farmaci per migliorare la memoria e la concentrazione, per tenere sotto controllo i comportamenti impulsivi e il rischio di prendere decisioni. E molti altri sono in corso di realizzazione”.
Per aggirare le visite mediche e i controlli delle farmacie, spesso l’acquisto avviene direttamente online, con poche garanzie, tra l’altro, sulla reale efficacia e senza una piena consapevolezza delle controindicazioni e dei potenziali rischi dati dall’abuso.
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Dagli scaffali dei supermercati a partire da domenica primo luglio potrebbero sparire tutte le etichette degli alimenti che ci promettono meno calorie, più benessere, maggiore concentrazione, più fibre o meno zuccheri. O meglio: determinati slogan potranno essere utilizzati soltanto a determinati parametri scientifici. È quanto stabilisce una disposizione comunitaria, la numero 1924 del 2006, che comincia a dettar legge nei vari Paesi membri.
Il testo di legge punta da un lato a omogeneizzare la normativa dei vari Paesi sui cosiddetti “claim” (quegli slogan che servono ad attrarre i consumatori verso i prodotti alimentari) in modo da agevolare gli scambi; e dall’altro a tutelare la salute dei consumatori evitando che si diffondano messaggi pubblicitari fuorvianti, come ad esempio soluzioni per malattie come l’obesità , la bulimia e l’anoressia.
Tanto è vero che nell’allegato alla disposizione, i legislatori hanno già stilato un elenco di 25 “claim” (senza zuccheri, con poco sale, a ridotto contenuto di calorie, ricco di fibre ecc..) specificando quali dovranno essere i valori nutrizionali che l’alimento dovrà possedere affinché l’azienda possa utilizzarli. Ad esempio: da domenica prossima l’espressione “senza grassi” sarà consentita solo se l’alimento contiene non più di 0,5 grammi di grassi su 100; così anche il claim “senza calorie” andrà sulle etichette delle bevande solo se queste contengono meno di 4 kilocalorie in 100 millilitri. Per gli edulcoranti da tavola si applica il limite di 0,4 kilolacorie a dose (circa un cucchiaio di zucchero).
La lista proposta dalla Ue non è definitiva tanto che i legislatori hanno invitato ai Paesi membri a proporre indicazioni nutrizionali aggiuntive che poi dovranno essere approvate da un comitato di scienziati. Ma la direttiva non si ferma a dettar regole alle indicazioni nutrizionali. Sotto la mira del legislatore ci sono anche le indicazioni di salute (come ad esempio: riduce lo stress, aumenta la concentrazione, fa bene alla diuresi) che dovranno essere regolamentate entro il 2010. Entro quella stessa data si deciderà la sorte anche dei loghi a forte valenza suggestiva (Slimfast e Vitasnella, tanto per fare degli esempi), quelli che tramite una immagine o un nome suggeriscono il raggiungimento di uno stato di salute che non corrisponde alla realtà.
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