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tabagismo
Negli Stati Uniti la vedova di un fumatore morto di cancro ha messo ko la Philip Morris al termine di un braccio di ferro decennale. La signora Moyola Williams accusava Philip Morris di non aver fornito informazioni sufficienti sui rischi da fumo e l’industria ha dovuto risarcire i danni per un totale di 145 milioni di dollari, il 60 per cento dei quali sarà devoluto a un fondo per le vittime di crimini violenti. Jesse Williams, un custode di Portland, in Oregon, aveva cominciato a fumare negli anni ‘50 ed è morto nel 1997 all’età di 67 anni, per un tumore al polmone. La moglie ha iniziato la sua battaglia contro Philip Morris sostenendo che la società andava ritenuta responsabile di aver lasciato credere ai fumatori che i propri prodotti, e in particolare le Marlboro aspirate dal marito per oltre 40 anni, non creano dipendenza e aver taciuto i potenziali danni.
Visto che l’informazione non è mai abbastanza, dopo le scritte di avvertimento sui pacchetti in Italia si parla adesso della possibilità di inserirvi anche un bugiardino. Si tratterebbe di un foglio illustrativo simile a quello che si trova nei medicinali e che in genere riporta le informazioni essenziali per la loro assunzione (indicazioni, posologia, principi attivi, ma anche avvertenze e controindicazioni). In questo caso il bugiardino dovrebbe indicare la presenza di sostanze cancerogene ad oggi sconosciute ai consumatori. Ma i provvedimenti non finiscono qui. All’attenzione della Commissione Sanità del Senato c’è infatti una legge bipartisan che prevede il divieto di vendita delle sigarette ai minori di 18 anni, pena una sanzione che può andare dai 250 a mille euro, fino alla sospensione dell’esercizio. Si stabilisce anche l’obbligo per i tabaccai di chiedere un documento di identità, i distributori automatici verranno muniti di un sistema per il rilevamento del documento e il divieto di fumo a scuola, troppo spesso ignorato.
Il testo è firmato dal senatore del Pd Ignazio Marino e dal presidente della Commissione Antonio Tomassini (PdL). Tomassini ha spiegato: “Abbiamo chiesto la deliberante (Commissione deliberante: i poteri dell’aula vengono attribuiti alla commissione n.d.r.). La Commissione approverebbe la legge senza che poi sia necessario il passaggio attraverso l’aula”.
“Innalzare l’età di acquisto dei prodotti del tabacco da 16 a 18 anni può andar bene”, commenta Giacomo Mangiaracina, membro della Società scientifica di Tabaccologia, e presidente dell’Agenzia Nazionale per la Prevenzione, “ma se i tabaccai hanno da sempre venduto sigarette a minori di 16 anni, pur sotto il rischio della sanzione, e se le autorità di vigilanza hanno da sempre chiuso un occhio potremo sperare che la legalità venga finalmente rispettata? E le macchinette distributrici avranno occhi e cervello per capire quando il minore compra con la tessera dell’amico diciottenne?”.
Il bugiardino può aiutare a informare le persone sui rischi? “Cosa vuol dire che il bugiardino deve ‘indicare la presenza di sostanze cancerogene ad oggi conosciute ai consumatori’? Sarà in lista anche il Polonio 210, la cui presenza nel tabacco era conosciuta sin dagli anni Sessanta dai produttori ma non dai consumatori? Le politiche di controllo del tabacco richiedono una strategia nazionale, con esperti e fondi disponibili. I risultati sono proporzionali agli investimenti. Ce lo hanno insegnato proprio i grandi del tabacco, che continuano ad investire fiumi di denaro per agganciare almeno un ragazzo su quattro”.
La sigaretta nuoce anche da spenta
Tra i buoni propositi per l’anno nuovo, rientra spesso quello di smettere di fumare, e un motivo in più per farlo davvero viene suggerito da uno studio pubblicato sul numero di gennaio di Pediatrics, rivista ufficiale dell’Accademia americana di pediatria. Un gruppo di ricercatori dello statunitense MassGeneral Hospital for Children di Boston, guidati da Jonathan Winickoff, professore di pediatria presso la Harvard Medical School, vi descrive infatti come la contaminazione prodotta dal fumo permanga perfino dopo che la sigaretta è stata spenta, fenomeno definito fumo di terza mano, ovvero un’evoluzione del fumo passivo finora trascurata, ma altrettanto nociva, specialmente per i neonati. Come spiega Winickoff, quando si fuma, ovunque ciò avvenga, si sprigiona un particolato tossico che impregna i capelli e i vestiti e con il quale il bambino può dunque entrare facilmente in contatto attraverso i genitori e gli altri adulti che lo circondano, oltre che con l’allattamento al seno.
Si tratta di una minaccia rappresentata da 250 tra metalli, composti chimici e gas tossici, che includono per esempio l’acido cianidrico, il monossido di carbonio, l’arsenico, il piombo, il cadmio e il polonio-210, un carcinogeno altamente radioattivo. I bambini risultano particolarmente esposti al fumo di terza mano anche perché interagiscono in vari modi (giocando, o toccandole con la bocca) con le superfici domestiche contaminate, che possono rimanere tali a lungo dopo che si è smesso di fumare. E i rischi per la salute dei piccoli aumentano, in quanto il particolato prodotto dal tabacco, anche nel caso di un’esposizione a livelli non troppo elevati, è stato associato scientificamente alla possibilità di sviluppare deficit cognitivi.
Lo studio coordinato da Winickoff è il primo ad analizzare se la consapevolezza dei danni molto concreti che può causare il fumo di terza mano convinca gli adulti a non fumare in casa. Una ricerca condotta su più di 1.500 famiglie ha riscontrato che il 65,2 per cento dei non fumatori ritengono che il fumo di terza mano faccia male ai bambini, percentuale che però scende al 43,3 tra i fumatori. Secondo i ricercatori è quindi essenziale far conoscere con ogni mezzo il problema, partendo dalle campagne di informazione e dai siti internet come quello fondato da Winickoff, per arrivare alla stessa pratica clinica.
Salute in cenere
Aiutare i fumatori ad abbandonare il vizio con un programma integrato che oltre a utilizzare i metodi tradizionali si avvale dell’ausilio della posta elettronica. Questo, in sintesi, quello che hanno fatto i ricercatori del Centro per la prevenzione e la cura del tabagismo (CPCT) dell’Università di Catania coordinati da Riccardo Polosa, direttore del Dipartimento di Medicina interna presso l’Azienda ospedaliera Vittorio Emanuele.
“Il nostro programma di supporto per la cessazione del fumo ha dato una buona risposta perché si tratta di un sistema integrato che utilizza psicoterapia, tecniche psico-comportamentali e terapie farmacologiche oltre a un supporto di counselling svolto tramite e-mail”, spiega Polosa.
Il fumatore è trattato a tutti gli effetti come un malato: “È indispensabile capire che il fumo non è un vizio – precisa Polosa – ma una malattia, una tossicodipendenza di cui la medicina e la società devono occuparsi. L’OMS, infatti, classifica il tabagismo tra le patologie da dipendenza farmacologica alla stessa stregua dell’abuso di alcol e dell’assunzione di eroina. Il problema è che di solito il tabigista non si sente malato e quindi non avverte la necessità di recarsi in un ambulatorio o in ospedale per sottoporsi a dei controlli. Noi diamo al fumatore la possibilità di gestirsi tramite un sistema e-mail che lo sgancia da una schiavitù e che potrà permettere in futuro una maggiore fruizione dei servizi. Anche per noi medici il sistema telematico offre dei vantaggi: gestire una e-mail con 24-48 ore di latenza ci permette di seguire molti più pazienti ottimizzando le risorse”.
Lo studio ha arruolato inizialmente 84 persone e ne ha avviate al programma una cinquantina (una trentina non rispondevano ai criteri di inclusione) e di queste sono tornate ai controlli a sei mesi solo una trentina. La valutazione è stata poi fatta solo su chi ha completato tutte le fasi dello studio.
“ La differenza rispetto ai programmi tradizionali è che dopo il primo incontro i successivi invece di essere svolti al Centro antifumo sono stati condotti dallo stesso operatore specialista tramite una messaggistica e-mail – aggiunge Polosa –. Durante il primo incontro – il più importante perché è il momento in cui si realizza un’alleanza terapeutica con il malato-fumatore – è stato chiesto al fumatore di fornire la propria e-mail e se voleva entrare nel programma di ricerca.
Le e-mail sono state poi gestite dallo stesso operatore del centro antifumo che ha dato ai pazienti il suo indirizzo di posta elettronica e ha istruito il tabigista sull’importanza di mantenere un contatto. Quest’ultimo era tenuto a mandare una e-mail conoscitiva a 24-48 ore dalla cessazione per raccontare tutte le difficoltà incontrate. I risultati dell’interruzione da fumo sono stati poi vagliati a sei mesi sia nel gruppo di controllo sia in quello operativo con dei misuratori di monossido di carbonio per valutare il grado di inquinamento polmonare.
“Abbiamo visto che i pazienti che superavano il terzo o il quarto contatto e-mail erano quelli che completavano lo studio perché probabilmente più motivati. Siamo molto soddisfatti dei risultati perché il nostro livello di cessazione è tra il 35-40% e più della metà di coloro che non sono riusciti a smettere ha ridotto la propria dipendenza passando da una media di 26 a circa 8 ‘bionde’ al giorno”, conclude Polosa.
La locandina dell’evento
Il 19 novembre si celebra la settima giornata mondiale dedicata alla broncopneumopatia cronica ostruttiva (Bpco), un evento che mira ad aumentare la conoscenza e l’informazione su una patologia che, secondo i dati dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), rappresenta la quinta causa di morte tra tutte le patologie, ma che fra circa dieci anni potrebbe salire al terzo posto. Il motto internazionale è “Breathless, but not helpless“, (senza fiato, ma non indifesi). In Italia le malattie respiratorie interessano circa il 10-15 per cento della popolazione. In particolare, bronchite cronica e asma bronchiale colpiscono oltre 4 milioni di persone, pari al 6,4 per cento della popolazione (600 milioni nel mondo). Nel nostro Paese, causa 18 mila decessi l’anno, pari al 47 per cento delle morti per malattie respiratorie. La spesa annuale per ogni paziente con Bpco è di circa 3 mila euro, che può arrivare fino a 7 mila euro negli stadi più gravi. Questa malattia si colloca al quarto posto nel numero complessivo dei ricoveri: i dati disponibili registrano quasi 130 mila ricoveri ospedalieri per riacutizzazioni, con una degenza media di circa 10 giorni. In vista della giornata mondiale, l’Associazione italiana pazienti Bpco Onlus ha realizzato un opuscolo di 180 parole, intitolato “Senza fiato ma non soli”, uno strumento utile per i malati che vogliono andare all’estero. Contiene termini facilmente intuibili e altri più complessi, racchiusi in poche pagine da portar con sé in valigia o nella borsetta, tutti facilmente memorizzabili.
E’ il fumo il principale responsabile di questa patologia ed è su quello che è necessario agire per contrastarne efficacemente l’insorgenza. Da uno studio condotto dall’equipe di Riccardo Polosa, responsabile del Centro di ricerca antifumo del Dipartimento di medicina interna dell’Università di Catania, su 30 persone è emerso che il 36,7 per cento dei partecipanti ha smesso completamente di fumare grazie al supporto offerto dagli esperti via posta elettronica. E più della metà di coloro che non sono riusciti a dire addio alle sigarette ha ridotto in modo sostanziale la propria dipendenza, passando da una media di 26 a 8 al giorno. Lo strumento principale della lotta al tabagismo è l’informazione avvalorata da conoscenze scientifiche. Per esempio, la riduzione del contenuto di catrame al di sotto dei 15 mg (tipica della sigaretta cosiddetta “light”), che negli anni ’80 era stata massicciamente pubblicizzata quale soluzione ai danni derivanti dal fumo di sigaretta, non determina alcuna riduzione del rischio di tumore al polmone. Sono in arrivo, invece, nuovi e più efficaci trattamenti che miglioreranno ulteriormente la qualità della vita e forse anche l’attesa di vita dei pazienti con Bpco. Farmaci già in uso come la combinazione salmeterolo/fluticasone o anche il solo tiotropio, si sono confermati efficaci e sicuri in due recenti studi su migliaia di pazienti trattati per 3-4 anni, e sembrano anche portare a una riduzione di mortalità.
Una sigaretta
(ANSA)
Su trenta paesi europei l’Italia è decima nella lotta al tabacco, anche se molto può essere fatto per migliorare la salute dei suoi cittadini, fumatori e non. Lo ha affermato Cinzia De Marco, dell’Unità prevenzione danni da fumo dell’Istituto nazionale dei tumori di Milano, durante la presentazione dei risultati della campagna europea antifumo Help - Per una vita senza tabacco.
De Marco cita il più recente studio europeo sulla politiche antifumo presentato durante la quarta ‘Conferenza europea tabacco o salute 2007′ in Svizzera. ”L’Italia conquista meritatamente il decimo posto nella graduatoria di trenta stati europei - spiega - dove è preceduta da paesi come Gran Bretagna, Irlanda (la prima a bandire il fumo dai locali pubblici nel 2004) e Islanda”. Nel 2005 il nostro paese si classificava all’ottavo posto, ma questo scivolamento al decimo, secondo De Marco, non significa che la lotta al tabagismo si sia affievolita. ”Vuol dire solo che sono migliorati altri paesi - aggiunge - di certo potremmo avanzare in classifica se il fumo venisse bandito completamente dai locali pubblici, mentre oggi c’è la possibilità di creare aree speciali per fumatori”.
Secondo l’esperta resta ancora molto da fare per sensibilizzare gli oltre 11 milioni di fumatori italiani (un milione nella fascia tra i 15 e i 24 anni). ”Bisogna intervenire meglio su adolescenti e bambini con campagne di sensibilizzazione e più spot televisivi - prosegue - mentre non serve aumentare il prezzo del pacchetto di sigarette, che nel nostro paese non funziona come deterrente. Sarebbe meglio invece vietare la vendita di pacchetti da dieci sigarette, i preferiti dai ragazzi”.
Politiche anti-fumo e le campagne di sensibilizzazione funzionano: dal 2006 ad oggi in Europa è sensibilmente migliorata la salute dei polmoni dei non fumatori, sempre meno avvelenati dal fumo passivo. A dirlo è lo studio Comets promosso dalla campagna Help. In particolare, lo studio rivela che in questi due anni nei non fumatori si è ridotto del 28 per cento l’inquinamento dei polmoni da monossido di carbonio (CO), un gas altamente tossico prodotto anche dalla combustione delle sigarette. Proprio per rendere le persone immediatamente consapevoli degli effetti del tabacco sulla loro salute, nel marzo del 2006 era stata lanciata dalla Commissione europea la campagna di misurazione del CO nell’aria espirata: l’operazione Comets ha fatto così il tour dei 27 stati membri e ha ottenuto un importante successo di pubblico, visto che hanno partecipato ben 340 mila persone, soprattutto giovani fumatori e non (oltre 6.000 solo in Italia).
”Il tasso di CO dei non fumatori - spiega Cinzia De Marco - presenta una diminuzione del 28 per cento dall’inizio della campagna Help ad oggi, da quando cioè molti paesi dell’Ue hanno migliorato il controllo del tabacco e il fumo passivo nei locali chiusi europei è diminuito”.
Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), il fumo è “la prima causa di morte facilmente evitabile”, essendo responsabile ogni anno nel mondo della morte di 4,8 milioni di persone (circa 650 mila nella sola Unione europea) che, se non saranno adottate misure efficaci, potranno divenire 10 milioni nel 2030. Nel corso del 2007 il numero dei fumatori nel nostro Paese si è ridotto di 500 mila unità: oggi siamo a quota 12 milioni. Sono le cifre esposte in un convegno dedicato alla lotta al tabagismo nell’ambito del Sanit, la Fiera internazionale della Sanità, in corso di svolgimento a Roma fino al 26 giugno. Nel 2008, in Italia, si è avuta una riduzione complessiva di 1,5 punti percentuali rispetto all’anno precedente: dal 23,5 al 22 per cento. Gli uomini fumatori sono al 26,4 per cento mentre le fumatrici sono scese al 17,9 per cento. Ancora alto il numero di fumatori tra i 15 e i 24 anni: il 24 per cento, quasi un milione e mezzo di ragazzi. (leggi l’articolo di Panorama.it sulla giornata mondiale contro il fumo)
Per Piergiorgio Zuccaro, direttore dell’Osservatorio fumo alcol e droga (OssFAD) dell’Istituto superiore della sanità si può fare molto di più. “Se per l’anno prossimo, che sarà l’anno dedicato alla sensibilizzazione sulle malattie respiratorie, riuscissimo a tagliare di un sesto questo numero, potremmo avere 600 mila casi in meno di broncopneumopatia cronica ostruttiva (bpco), patologia che colpisce 3 milioni di italiani, e ne uccide 18 mila ogni anno, con ingenti costi economici e sociali”. Ma come raggiungere questo ambizioso obiettivo? “Lo Stato dovrebbe investire più soldi – aggiunge Zuccaro - per esempio rendendo gratuiti i trattamenti nei centri antifumo e i farmaci necessari per combattere la dipendenza, che sono di provata efficacia e la cui assunzione dura al massimo tre mesi con costi contenuti per il servizio sanitario”.
Un passo importante è stata la nascita di “GoToLab“, una rete di laboratori governativi europei per il tabacco e i prodotti del tabacco allo scopo di facilitare lo scambio di esperienze tra i laboratori di analisi del tabacco nell’Unione europea. “Anche se l’Italia dopo otto anni ha finalmente adottato questa convenzione, non ha ancora individuato i laboratori che possano analizzare le sigarette, da noi non vengono date informazioni al pubblico sugli ingredienti, il consumatore non è informato sugli altri componenti del fumo – spiega Zuccaro a Panorama.it – E’ per questo motivo che non è possibile ancora partecipare a livello europeo al GoTo Lab ma, grazie alla ratifica della Convenzione quadro per il controllo del tabacco, potremo finalmente partecipare alla prossima riunione che si terrà a Durban dove si discuteranno le politiche di controllo del tabagismo”. Da poco più di due mesi, dunque, anche l’Italia ha finalmente ratificato la Convenzione mondiale contro il tabacco (Fctc), entrata in vigore il 27 febbraio 2005. “La Fctc invita i governi a informare maggiormente il pubblico sui rischi del fumo, approvare e attuare efficacemente provvedimenti che aiutino i più giovani a non iniziare a fumare, combattere la diffusione delle sigarette contraffatte e di contrabbando”, sottolinea Daniela Galeone, dirigente del neonato ministero del Lavoro, della Salute e delle Politiche sociali.
E se politiche anti fumo sono sempre più rispettate, soprattutto nelle manifestazioni sportive, non sarà così per Olimpiadi. Le autorità cinesi hanno infatti rinunciato alla legge che sarebbe dovuta entrare in vigore dal primo maggio, cedendo alle proteste dei ristoratori e alle lobby del tabacco, visto che il monopolio, quasi il 97 per cento delle sigarette vendute nel paese, è nelle mani dello Stato. La “China National Tobacco Corp.”, di proprietà statale, è infatti la più grande produttrice di tabacco al mondo, con più di 2 trilioni di sigarette vendute l’anno scorso. Ristoranti, bar e internet point sfuggiranno quindi alla nuova legge che invece sarà applicata in scuole, ospedali e musei. I tassisti non avranno più diritto di fumare nelle loro auto e sarà anche vietato fumare negli spazi riservati agli atleti. Si spera di ridurre un fenomeno che, secondo le stime dell’Oms, conta in Cina 360 milioni di fumatori, un terzo del totale mondiale di fumatori, che sono 1,2 miliardi.

Ci siamo. A Capodanno si fanno le liste di buoni propositi. Ai primi posti? Dieta, ginnastica e, per chi è rimasto refrattario alle campagne anti sigaretta degli ultimi anni, anche il classico smettere di fumare. Un vizio che ormai è sempre più rosa, come dimostra anche l’aumentata incidenza di tumori al polmone e malattie respiratorie fra le donne. Provate però a ricordare a una fumatrice i rischi della sua abitudine. La reazione, immancabile, sarà uno scongiuro e l’accensione di una sigaretta. Per questo il progetto Smettere ti fa bella, organizzato dalla sezione milanese della Lega Italiana Lotta contro i Tumori con l’Assessorato alle Pari Opportunità del Comune di Milano e le associazioni Manager Italia e Donne Dermatologhe Italiane, lanciato lo scorso febbraio, ha affrontato l’argomento da un altro punto di vista, mettendo l’accento su un rischio più frivolo ma molto sentito. Quello dei danni alla pelle.
«Chiariamo subito: che le sigarette danneggiassero la cute, lo si sapeva da tempo. Tanto che è pure scritto sui pacchetti, insieme agli altri avvertimenti. Per la prima volta, però, grazie a questo progetto pilota, siamo in possesso delle prove scientifiche. Abbiamo esaminato la cute di più di 60 fumatrici per individuare i segni dell’invecchiamento da sigaretta e le abbiamo seguite per nove mesi, documentando il miglioramento della pelle mentre abbandonavano il vizio», spiega Adele Sparavigna, dermatologa, direttore dell’istituto Derming di Monza. Perché il viso delle fumatrici porta segni inequivocabili, racchiusi nella definizione di smoker’s face. Ossia, un vero film horror: zampe di gallina, colorito grigiastro, rughe profonde, tono rilassato. Le volontarie sono state seguite da psicologo, dermatologo e dietologo per aiutarle a smettere senza ingrassare, e contemporaneamente monitorare i benefici sulla pelle. Oggi, a esperimento terminato, sono disponibili i primi dati, supportati da documentazione fotografica. Davvero notevoli: senza alcun trattamento antiage ma “solo” spegnendo l’ultima cicca, le rughe marcate tra naso e bocca, i cosiddetti solchi nasogenieni, sono diminuiti del 54%. Un bel meno 65% anche per le linee intorno agli occhi e un aumento generale di tono ed elasticità del 57% e dell’idratazione del 62%. Ma il dato più eclatante riguarda la luce e il colorito, spesso inseguiti a prezzo di creme costosissime.
“Fumare peggiora drasticamente l’irrorazione capillare e la pelle diventa subito grigia e asfittica. Invece, sul viso di chi ha smesso, la luminosità è aumentata dell’85%”, dichiara Sparavigna.
A costo zero, anzi, risparmiando pure.
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