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Unione-Europea

Vietati in tutta Europa i biberon al bisfenolo A

Foto: Flickr

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Dal 1° di marzo entra in vigore il divieto di produrre biberon in materie plastiche contenenti bisfenolo A, sancito da una direttiva europea del 28 gennaio scorso. L’alternativa per i neonati europei non allattati al seno saranno dunque i biberon in vetro. Continua

Clima: in Europa emissioni in calo. E non solo grazie alla crisi

Credit: Ansa

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Il 2009 ha fatto registrare ovunque un consistente calo del consumi, accompagnato da un’altrattanto corposa diminuzione delle emissioni di gas a effetto serra. Le stime appena diffuse dall’Agenzia europea per l’ambiente (EEA) parlano chiaro: i 27 Stati dell’Unione hanno generato il 6,9 per cento di emissioni in meno rispetto al 2008.

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Clima: negli Usa avanzano i negazionisti

Terra a bagno? (Credit: http://www.flickr.com/photos/nattu/3945439186/)

L’Europa chiama, ma gli Usa risponderanno? La risposta a questa domanda è probabilmente quella che deciderà tra fumata bianca e fumata nera ai negoziati di Copenaghen, dove a dicembre il mondo sarà chiamato a trovare un accordo su come frenare il cambiamento climatico. Al recente vertice di Bruxelles l’Unione Europea (qui, in inglese, il testo del discorso del Presidente della Commissione Barroso in Pdf) ha proposto un pacchetto di aiuti ai paesi più poveri per un importo di 100 miliardi di euro l’anno fino al 2020. Ma la Ue non ha intenzione di metterceli tutti di tasca propria e chiede agli altri paesi, e in particolare agli Stati Uniti, di condividere il fardello.
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L’autunno caldo del clima e la sfida dei 350 ppm

Grande barriera corallina australiana: giornata d'azione per il clima (Credit: 350.org)

Quello del 2009 è stato il secondo settembre più caldo da quando si registrano le temperature. Il rapporto sullo stato globale del clima pubblicato dalla statunitense National Oceanic and Atmospheric Administration parla chiaro: lo scorso settembre è stato secondo solo a quello del 2005, con una temperatura media di 0,62 °C superiore alla media del Ventesimo secolo, pari a 15 °C, che è stata così superata per il 33° anno di fila.

Per ricordare che è necessario prendere seri provvedimenti e battersi per porre un freno ai cambiamenti climatici prima che questi diventino irreversibili, è stata indetta per sabato 24 ottobre una giornata di azione per il clima.
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Intel: in arrivo una multa dall’antitrust

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E’ atteso per questa settimana il pronunciamento della Commissione Antitrust dell’Unione Europea sul caso Intel, accusata di comportamento anti competitivo nei confronti degli altri produttori di chip, per aver pagato illegalmente alcuni produttori di computer affinché posticipassero o addirittura annullassero il lancio di nuovi modelli basati su chip diversi da Intel.
E’ molto probabile che la Commissione Europea decida di applicare una sanzione al più grande costruttore di processori, ma al momento non si conosce ancora di quale entità sarà l’ammenda (anche se alcune fonti parlano di una cifra che potrebbe arrivare anche al 10% del fatturato annuo dell’azienda, quindi intorno ai 3 miliardi di euro).
Di certo, come ricorda l’agenzia stampa Reuters, c’è il precedente di Microsoft che nel 2004 fu condannata per abuso di posizione dominante sul mercato per 497 milioni di euro, cifra poi salita a 1,35 miliardi di euro a causa di altre violazioni imputate dall’antitrust al gigante di Redmond.
In questo caso Intel dovrà rispondere di abuso di posizione dominante sul mercato per due precisi motivi: per aver corrisposto denaro ai produttori di computer che accettavano di ridurre o eliminare del tutto dai loro computer i chip della concorrenza (leggi AMD) e per aver persuaso le catene distributrici a vendere solo PC a marchio Intel.
Secondo l’Unione europea, la pratica di corrispondere denaro sotto banco ai produttori di PC compiacenti, sarebbe una “restrizione nuda e cruda” alla libera competizione sul mercato. Non solo durante gli otto anni in cui Intel avrebbe violato le regole di mercato, l’azienda avrebbe anche stabilito in che percentuale i produttori di PC dovevano utilizzare i suoi chip e quelli di altri fornitori. Reuters cita l’esempio di NEC che secondo alcune fonti, avrebbe utilizzato i chip AMD solo nel 20% dei suoi desktop e notebook. Mentre Lenovo e Dell avrebbero sposato il marchio Intel in tutti loro notebook e desktop e Hewlett Packard sul 95% dei suoi desktop. Mercoledì questo si saprà come andrà a finire la vicenda, iniziata nel 2000 quando AMD fece ricorso all’anti-trust proprio per denunciare il comportamento anti-competitivo di Intel.

L’Unione europea detta i diritti dei consumatori online

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Se Internet è un mezzo globale non si capisce perché i servizi offerti in rete, dall’acquisto di un bene fisico on line al download di un file, debbano essere regolati dalle normative vigenti in ciascun Paese.
Con il risultato che l’e-commerce resta ancora uno scoglio insormontabile per molti cittadini, visto che ben il 42% degli utenti Internet europei non ha mai eseguito un pagamento on line e soprattutto il 65% non sa dove trovare informazioni su come perfezionare un acquisto da siti stranieri (fonte Eurobarometer survey).
Ora la Commissione Europea, accogliendo una Risoluzione del Parlamento di Strasburgo, ha formalizzato ieri una guida pratica ai diritti digitali dei consumatori nell’Unione Europea. logo_eyou guide.gif
“Nel mercato unico europeo”, ha detto Viviane Reding Commissario Europeo per l’Information Society e i Media, “i diritti dei consumatori on line non devono dipendere da dove ha la ragione sociale o il sito quella società. I confini nazionali non devono complicare la vita agli utenti quando essi vogliono acquistare on line un libro o scaricare da Internet un file. Se vogliamo davvero sfruttare le potenzialità dei mercati digitali dobbiamo dare ai cittadini lo stesso livello di sicurezza e di confidenza che hanno quando entrano in un negozio sulla strada” ha concluso la Reding.

La guida non contiene solo indicazioni sull’e-commerce ma anche regole di comportamento utili per i navigatori in materia di protezione dei dati personali e di come questi vengono gestiti dai vari social network di appartenenza.


Nella guida si legge che i cittadini hanno diritto ad avere informazioni chiare su prezzi e condizioni vendita prima di fare un acquisto; di decidere se e come acconsentire al trattamento dei propri dati; di ricevere la merce entro 30 giorni dalla data di acquisto e di avere a disposizione un periodo di ripensamento di 7 giorni lavorativi in cui è possibile cambiare idea e mandare indietro il bene acquistato. Queste regole dovranno essere seguite da tutti i siti che portano il suffisso .eu che ormai contraddistingue più di 3 milioni di indirizzi e che è il segno di riconoscimento delle aziende che operano in uno dei 27 stati membri nella comunità europea.

Nelle priorità della Commissione Europea c’è anche quella di individuare una licenza unica per i contenuti on line che vengono scaricati da web (come file musicali, giochi, video e libri) che dovrebbe quindi bypassare le singole legislazioni nazionali, offrendo la possibilità agli utenti di acquistare contenuti digitali da un qualsiasi paese dell’Unione senza problemi di differenti norme sul copyright. Un provvedimento quest’ultimo molto atteso e che segnerebbe una svolta nel web.
Non solo la Reding si è spinta oltre, parlando di una licenza d’uso unica in Europa anche per prodotti come software applicativi e videogiochi: “la licenza d’uso dovrebbe garantire agli utenti gli stessi diritti che si hanno quando si acquista un bene fisico: il diritto ad avere un prodotto funzionante e a condizioni standard di mercato”.

Nanomateriali nei cosmetici, la Ue detta nuove regole

Rossetti
Sempre più spesso, ultimamente, si sente parlare di nanotecnologie e nanomateriali. In effetti l’industria basata sull’utilizzo di nanoparticelle è in piena crescita e, secondo le stime della società Lux Research, il mercato di prodotti che integrano materiali nanotecnologici vale oggi 146 miliardi di dollari e si prevede che raggiungerà i 3,1 triliardi entro il 2015.
Una delle industrie che utilizza maggiormente questi materiali in prodotti destinati ai consumatori è quella cosmetica (per rossetti, schermi solari o creme per la pelle) ed è proprio per questo che una delle prime direttive europee a prendere in considerazione i nanomateriali riguarda la regolamentazione dei prodotti di bellezza.

La scorsa settimana è stata approvata da Bruxelles una direttiva che introduce una nuova procedura per determinare la sicurezza dell’utilizzo di nanomateriali in un particolare prodotto, obbligando il produttore a informare un’apposita commissione di esperti 6 mesi prima del lancio sul mercato. La nuova regolamentazione include anche, per la prima volta, una definizione specifica di cos’è un nanomateriale, cioè “un materiale indissolubile o bioresistente prodotto intenzionalmente con una o più dimensioni esterne, o una struttura interna, di dimensioni tra 1 e 100 nanometri”.
La nuova legge, che sostituisce la direttiva UE sui cosmetici risalente al 1975, rimpiazzando 3500 pagine di emendamenti e testo legale, è stata giudicata un enorme passo avanti dalla Europarlamentare verde Hiltrud Breyer, visto che per la prima volta indirizza chiaramente l’utilizzo dei nanomateriali. Il gruppo europeo di consumatori BEUC, però, pur accogliendo la regolamentazione come un primo passo importante, ha anche evidenziato come la direttiva richieda la valutazione dei nanomateriali solo in certi casi specifici (coloranti, conservanti o filtri UV) mentre in altri casi il produttore dovrà solo notificare la commissione, che però non procederà ad alcuna valutazione.

Un altro punto dolente è la definizione dei nanomateriali, che la stessa Breyer ha riconosciuto essere troppo limitata, chiedendo un ulteriore revisione della definizione al fine di includere direttive specifiche per ogni singolo nanomateriale, non solo alcuni. Infine il BEUC ha criticato le tempistiche della nuova regolamentazione, che avrà effetto a partire dal 2012, permettendo così di commercializzare prodotti potenzialmente nocivi fino a tale data.

Alcune associazioni di settore (tra cui l’inglese CTPA) hanno assicurato che i prodotti cosmetici vengono già sottoposti a rigorosi test. Le regole più severe in quanto a sicurezza sono però quelle dettate dal nuovo COSMOS Standard, che definisce i prodotti cosmetici biologici e naturali, ne avevamo già parlato qui. Questo standard europeo, frutto del lavoro di armonizzazione dei principali enti di certificazione della cosmetica naturale e biologica di Francia, Inghilterra, Belgio, Germania e Italia, adottando il principio di precauzione, vieta l’utilizzo di particelle inferiori a 100 micron
(100.000 nanometri) per qualunque preparazione cosmetica a logo COSMOS.

Wwf: abbattere i gas serra per risparmiare sulla spesa sanitaria in Europa

(ANSA)
Se l’Unione Europea deciderà di intraprendere delle serie politiche per il clima, portando al target del 30 per cento la riduzione di gas serra, il risparmio che si avrà in termini di spese sanitarie sarà di circa 76 miliardi di euro l’anno. La stima arriva da uno studio del Wwf, che analizza proprio i benefici per la salute che si realizzerebbero se l’obiettivo dell’Ue di ridurre le emissioni di gas serra dal 20 al 30 per cento entro il 2020 verrà conseguito senza ritardi.
Il risparmio di spese sanitarie per il target del 20 per cento sarebbe di 51 miliardi di euro, ma salirebbe a oltre 76 se il taglio fosse del 30 per cento: ciò vuol dire che il risparmio ulteriore per l’Ue, raggiungendo l’obiettivo di riduzione delle emissioni raccomandato dal Panel intergovernativo sui cambiamenti climatici (IPCC), sarebbe di almeno 25 miliardi di euro di spese mediche l’anno, ovvero del 48%. La stima è calcolata sulla base delle spese derivanti dalle cure mediche, dalla perdita di giorni di lavoro e dai costi sostenuti dagli ospedali. Diminuire le emissioni di gas serra del 30 per cento entro il 2020 vorrebbe dire 8.000 ricoveri in meno (5.800 con il target del 20 per cento) e circa 2 milioni di giornate di lavoro in più.
Cifre, quelle dei danni alla salute legate all’inquinamento, che non accennano a ridimensionarsi: la Commissione europea stima che ogni anno 369.000 persone muoiano prematuramente a causa dell’inquinamento atmosferico, e che queste morti e le cure mediche associate costino il 3-9 per cento del Pil europeo.
”Finora le discussioni sul cambiamento climatico si sono focalizzate solo sui costi per l’industria e l’economia, mentre i costi per la società sono sempre rimasti sullo sfondo”, commenta Gianfranco Bologna, direttore scientifico del Wwf Italia. Da qui l’impegno del Wwf Italia, che con la Campagna GenerAzione Clima supporterà la grande pressione sui parlamentari e sui governi portata avanti a livello europeo dal Wwf affinché le trattative portino a un risultato positivo per il clima. Intanto, ricorda l’associazione, due importanti appuntamenti sono alle porte: il 14-15 ottobre il Consiglio Europeo a Bruxelles vedrà i capi di Stato e di Governo discutere della questione clima. Altro appuntamento decisivo per chiudere il pacchetto europeo sul clima sarà, poi, il 20-21 ottobre con il Consiglio ambientale europeo a Lussemburgo con i ministri dell’Ambiente europei.

Proposta Ue: frutta e verdura gratis per gli studenti europei

una ragazzina mangia una fetta di anguria

Frutta e verdura gratis nelle scuole europee a partire dal prossimo autunno. La Commissaria europea all’agricoltura e sviluppo rurale, Mariann Fischer Boel, annuncia dal suo blog il progetto di uno stanziamento di 90 milioni di euro l’anno per l’acquisto e la distribuzione gratuita di questi cibi. Il contributo dell’Unione si limiterà al 50 per cento dei costi, ma potrà salire fino al 75 per cento in alcune aree che dispongono di minori risorse economiche.

La commissaria sottolinea come questa iniziativa sia un modo per rispondere al crescente problema dei disordini alimentari dei giovani europei: 22 milioni sono in sovrappeso e più di 5 milioni sono obesi, con un incremento di 400 mila soggetti ogni anno. Nel documento “Reform of the common market organisation for fruit and vegetables” della Commissione europea all’agricoltura e allo sviluppo rurale si parla anche di supporti economici alla distribuzione di prodotti orto-frutticoli anche in altre istituzioni come gli ospedali. L’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) raccomanda 400 grammi di frutta e verdura al giorno. La maggior parte dei cittadini dell’Unione europea non raggiunge questa quota nella propria dieta quotidiana, mentre la rispetta solo il 20 per cento dei ragazzi under 11. “Una campagna di promozione importante che va sostenuta e sviluppata”. Così la Confederazione italiana agricoltori (Cia) manifesta apprezzamento e sostegno all’iniziativa lanciata dalla Commissione Ue che, inoltre, potrebbe servire anche a rilanciare il mercato dei consumi, calato nel 2007, secondo le stime della Cia, “del 2,5 per cento nelle vendite di frutta e del 4,2 per cento per verdure e ortaggi freschi”.

La Commissione europea ha presentato il primo testo di regolamento con le linee guida di questa campagna di promozione. In Italia, si è riunito un gruppo di lavoro il 25 luglio scorso che tornerà a incontrarsi nuovamente il 10 settembre. Il testo andrà all’esame del consiglio dei ministri il prossimo 19 settembre. La Commissione redigerà anche una lista dei prodotti da escludere dalla campagna promozionale, mentre i singoli paesi potranno scegliere i prodotti da promuovere all’interno della rosa autorizzata da parte dell’Ue. La commissaria europea all’agricoltura Mariann Fischer Boel ha inoltre dichiarato che si potrebbe riconsiderare la possibilità che frutta e ortaggi non rispondenti ai criteri di uniformità previsti dagli attuali standard per la “categoria A” possano tornare sul mercato per calmierare i prezzi dei prodotti agricoli. La proposta attuale è di eliminare 26 delle 36 norme che impongono limiti a grandezza, forma e peso di frutta e verdura, lasciando i distributori alimentari liberi di decidere su tali parametri. Soltanto dieci norme rimarrebbero in vigore: nello specifico, quelle vigenti su mele, pere, fragole, peperoni, pomodori, nettarine, ortaggi in foglia, uva da tavola, kiwi e agrumi. I funzionari Ue sperano di ottenere un voto favorevole su questo progetto entro l’estate; tuttavia, un gruppo di 17 paesi, Italia in testa, è nettamente contrario al provvedimento.

Privacy online, la Ue richiama Google: cancellare i dati dopo sei mesi


Il Gruppo di lavoro Articolo 29, un organismo consultivo europeo indipendente, che dà pareri (generalmente accolti dalla Commissione Europea) sulla protezione dei dati e la privacy, sostiene che il motore di ricerca non ha giustificazioni per conservare la registrazione dei percorsi di ricerca dei propri utenti fino a 18 mesi. Il gruppo di lavoro critica inoltre Big G per la scarsa chiarezza sull’uso che viene fatto di questi dati. Lo stesso IP, il numero che individua il singolo computer da cui la ricerca viene svolta, è considerato, dall’autorità europea un’informazione personale e come tale andrebbe protetto. (Qui il file pdf del documento).

Quello della protezione dei dati online è un problema spinoso: nella maggioranza dei casi i servizi gratuitamente disponibili sul web si “ripagano” utilizzando i dati di chi li usa. Il dilemma è quanto siamo disposti a dare e dire di noi pur di non essere costretti a pagare?

La risposta di Google non ha tardato ad arrivare. In un post comparso sul blog dedicato alle questioni istituzionali, si spiega che ci sono molti buoni motivi per conservare questi dati così a lungo primo fra tutti sarebbe quello di migliorare la qualità del servizio. E’ in base alle ricerche svolte da milioni di utenti che chi lavora dietro le quinte mette a punto algoritmi sempre più precisi per migliorare la rilevanza dei risultati e dare alla gente alla rima ciò che sta davvero cercando.

Ma l’opinione del Gruppo di lavoro Articolo 29 è che, anche in presenza di motivi più che legittimi per i quali i motori di ricerca possono voler conservare i dati dei propri utenti (migliorare il servizio, proporre pubblicità personalizzata, fornire protezione dalle frodi), quello che manca è una politica improntata alla trasparenza. In pratica Google e gli altri motori di ricerca (Yahoo per esempio conserva i dati per 13 mesi) devono dire più chiaramente ai propri utenti quello che fanno con i loro dati e perché lo fanno. E se ci sono fondati motivi, ad esempio legati alla sicurezza, per conservarli più a lungo dei sei mesi considerati il tempo massimo dal Gruppo di lavoro, dovranno avvertire gli utenti e poi utilizzare quei dati solo per la sicurezza e non, ad esempio, per continuare a inviare pubblicità personalizzate.

La questione non si risolve qui. Del resto questo s tratta per il momento solo di un parere, per quanto autorevole. E c’è da scommettere che Google, il cui impero si fonda su pubblicità in cambio di gratuità, non cederà tanto facilmente il suo più grande tesoro: le informazioni sulle preferenze dei consumatori di tutto il mondo.

LEGGI ANCHE: Chris Anderson: merci e servizi gratis, ecco il business del futuro

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