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Il cervello registra il dolore anche se non è più cosciente

Malati di solitudine

Per capire se un paziente ha bisogno di antidolorifici il modo migliore è chiedergli se prova dolore. Ma in presenza di un danno cerebrale la persona non sarà in grado di rispondere e la decisione diventa più difficile da prendere. Ora una ricerca apparsa su The Lancet Neurology sembra dimostrare che il cervello di alcuni di questi pazienti reagisce a uno stimolo elettrico doloroso proprio come avviene in persone sane. Questi pazienti potrebbero quindi provare dolore anche se non sono in grado di dirlo o mostrarlo.
Steven Laureys, neurologo dell’Università di Liegi, in Belgio, che ha condotto lo studio, spiega che si sa ancora molto poco sulla percezione del dolore nei pazienti incoscienti. Per questo se alcuni dottori tendono a dare pochi farmaci dando per scontato che i paziente non soffra, altri al contrario tendono a somministrali più liberamente, ma in questo modo rischiano di sedare troppo e magari perdere minimi segni di coscienza che dovessero manifestarsi.
Nello studio condotto da Laureys e colleghi è stata usata la tomografia ad emissione di positroni (PET) per misurare l’attività cerebrale di 15 volontari sani e 15 persone in stato vegetativo, e di cinque persone in “stato di minima coscienza”, caratterizzato da una limitata e sporadica consapevolezza e reattività.
La reazione alla somministrazione di una scossa elettrica nei pazienti sani “illuminava” rapidamente le zone del cervello che si attivano normalmente in risposta al dolore. Nei pazienti in stato vegetativo l’attività di queste regioni era ridotta e la tempistica di attivazione anormale. Nelle cinque persone in stato di minima coscienza, sia i livelli sia la tempistica di reazione erano invece molto simili a quelli osservati nei soggetti sani.
Anche se la tomografia non può certo rendere l’idea di ciò che questi pazienti effettivamente sentono, Laureys si dice convinto che lo studio dimostri che possono provare dolore e che quindi va loro somministrata un’adeguata terapia. Non solo, ma secondo il neurologo i parenti delle persone che si trovano in questa condizione dovrebbero considerare la loro capacità di percepire il dolore come un ulteriore fattore da soppesare quando si trovano dovere prendere le cosiddette “decisioni di fine vita”.
Serviranno studi più ampi per confermare i risultati ottenuti dal gruppo di Liegi e aiutare così i medici a regolarsi meglio nel trattamento di questi pazienti.

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