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Prepararsi all’influenza: il vaccino arriva a metà ottobre

Vaccino (Foto: Flickr)

Vaccino (Foto: Flickr)

Parte da metà ottobre e si conclude a fine dicembre la campagna vaccinale per la prossima stagione influenzale. Quest’anno il vaccino sarà trivalente e servirà perciò a proteggere dai tre ceppi principali che si prevede possano circolare nell’emisfero settentrionale. Continua

Influenza A: 60 risposte per evitare la paura

Influenza A (AP Photo/Vadim Ghirda)

Influenza A (AP Photo/Vadim Ghirda)

di Gianna Milano con Alvise Mamprin

Il Virus

1 L’H1N1 è più pericoloso degli altri comuni virus dell’influenza?
Finora si è dimostrato meno aggressivo di altri virus influenzali, tranne rari casi, ma molto contagioso. L’H5N1, quello dell’aviaria, anch’esso nuovo per l’uomo, era il contrario: poco contagioso ma molto virulento (ha ucciso la metà dei 450 casi registrati). Non si sa se nei prossimi mesi possa modificarsi e diventare più temibile. Un virus influenzale nuovo è imprevedibile per definizione.
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Paura del virus A? Ci pensa Topo Gigio

Il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio dei Ministri con delega per l'Informazione e l'Editoria, Paolo Bonaiuti, durante la presentazione della campagna di comunicazione istituzionale per la prevenzione dell'influenza A che vede il pupazzo Topo Gigio come protagonista

Il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio dei Ministri con delega per l'Informazione e l'Editoria, Paolo Bonaiuti, durante la presentazione della campagna di comunicazione istituzionale per la prevenzione dell'influenza A che vede il pupazzo Topo Gigio come protagonista

Topo Gigio è il testimonial scelto dal governo per la nuova campagna di prevenzione contro l’influenza A che sarà lanciata a breve su tv, giornali e settimanali.

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Influenza 2008: quel vaccino s’ha da fare o no?

Vaccino anti-influenza

Fino a che punto il vaccino contro l’influenza, per il quale ogni autunno si mobilitano i mass media, mette al riparo dalla minaccia ricorrente di finire a letto con la febbre? Il vaccino antinfluenzale è un esempio emblematico della comunicazione imperfetta tra ricerca scientifica e pratica medica, sostiene Tom Jefferson, medico epidemiologo, autore del saggio Attenti alle bufale (Il Pensiero scientifico) e curatore dell’omonimo sito. “Il vaccino ci immunizza da certi virus contro cui è mirato che si presuppone circoleranno; ma non ci protegge dalla miriade di agenti infettivi, circa 300, responsabili delle sindromi influenzali che rappresentano di gran lunga la fetta più grande” considera Jefferson. “Agitare lo spauracchio della pandemia influenzale, giocando sull’equivoco che vaccinandosi ci si protegge da tutti i virus dell’influenza, serve solo a vendere più vaccini. Ed è grave che siano enti pubblici a fare previsioni azzardate e a gonfiare i consumi di vaccini in un palese conflitto di interessi”.
Una reinterpretazione della epidemiologia negli anziani (The Lancet - Vol. 370, 6 ottobre 2007) dimostrerebbe che non ci sono evidenze che il vaccino eviti morti negli anziani. E da sei mesi a due anni il vaccino antinfluenzale equivale a un placebo. Dopo, con l’aumentare dell’età, aumenta di efficacia ma non incide sul numero dei casi, su complicanze e trasmissione. Insomma, la campagna vaccinale, sostiene Jefferson, non si basa su evidenze scientifiche, c’entrano piuttosto il mercato, l’industria che li produce, e i governi. Perché gli esperti si prestano a far circolare messaggi fuorvianti? “Dietro ogni bufala ci sono cattivi maestri, persone che impartiscono cattive lezioni selezionando o deformando le informazioni disponibili. O semplificando artificialmente i messaggi” scrive Vittorio Demicheli nella prefazione al libro. “Alcuni di questi cattivi maestri agiscono per puro interesse economico, altri per mantenere la propria fama e la propria capacità di influenzare le decisioni. Altre volte per pura e semplice presunzione”.
Il vaccino antinfluenzale, secondo Jefferson, è un esempio di come i conflitti di interesse occulti riguardino istituzioni che prendono decisioni senza tener conto di ogni evidenza contraria. A chi non padroneggia il metodo scientifico Jefferson fornisce nel suo agile saggio gli strumenti utili per evitare le trappole della disinformazione: come si valuta un editoriale o un articolo originale, come si leggono le tabelle, come si individua un conflitto di interessi o si soppesa una pubblicità farmaceutica. Il repertorio dei trucchi di cui gli esperti si servono per non essere smascherati è insospettabile.

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  • gmilano
  • Venerdì 19 Settembre 2008

Dalle piante un vaccino contro il tumore della cervice

Il laboratorio del centro Casaccia

Il futuro dei vaccini contro il papilloma virus umano (Hpv) potrebbe arrivare da una nuova generazione di vaccini a dna, costituiti cioè dal materiale genetico del microrganismo responsabile dell’infezione e che rappresentano un’interessante strategia per l’immunoterapia del cancro poiché uniscono la stabilità e la sicurezza dei vaccini ad un vantaggioso rapporto costo-efficacia. Il lavoro è frutto di una collaborazione tra il gruppo di ricerca guidato da Aldo Venuti, responsabile del laboratorio di virologia dell’Istituto nazionale tumori Regina Elena di Roma, e quello di Rosella Franconi dell’Ente per le nuove tecnologie, l’energia e l’ambiente (ENEA). “Abbiamo analizzato la potenza antitumorale di vaccini basati sulla fusione tra il gene E7 inattivato di Hpv di tipo 16 e quello codificante per una proteina di un virus vegetale. Abbiamo così scoperto che tali vaccini chimerici a dna, somministrati a topi per via intramuscolare, inibiscono la crescita di tumori meglio di quanto possa fare il gene ‘E7’ da solo – spiega a Panorama.it Rosella Franconi dell’ENEA - Pertanto, grazie all’incremento delle risposte linfocitarie indotte da tali vaccini, essi potrebbero rappresentare in futuro una strategia alternativa per aumentare l’efficacia dei vaccini genetici volti alla terapia dei tumori correlati ad Hpv”.

Il cancro della cervice uterina, determinato da tipi di papillomavirus ad alto rischio, in particolar modo Hpv di tipo 16 e 18, rappresenta il secondo tumore più comune tra le donne di tutto il mondo. Le ultime stime hanno fatto registrare 493 mila nuovi casi e 274 mila decessi, l’83 per cento dei quali avvenuti nei paesi in via di sviluppo. In Italia ogni anno vengono diagnosticati circa 3.500 nuovi casi di carcinoma della cervice uterina e circa 1000 donne muoiono a causa di questa patologia. L’Italia è stato il primo paese europeo a pianificare una strategia di vaccinazione pubblica e gratuita, rivolta alle ragazze di 11 e 12 anni in tutto il territorio italiano.

“Il vaccino contro l’Hpv è un importante strumento di prevenzione primaria del carcinoma della cervice uterina. E’sicuro ed è in grado di prevenire nella quasi totalità dei casi l’insorgenza di un’infezione persistente dei due ceppi virali responsabili attualmente del 70 per cento dei casi – aggiunge la Franconi - Noi lavoriamo su vaccini biotech, terapeutici ma anche preventivi, prodotti direttamente in pianta come proteine ricombinanti, dove la pianta viene usata come ‘biofabbrica’, o genetici, che utilizzano sequenze di dna derivate dal mondo vegetale fuse con gli antigeni di interesse, allo scopo di ottenere formulazioni innovative, sicure e accessibili perché a basso costo”. Già nel marzo 2007 il laboratorio di virologia del Regina Elena di Roma e il dipartimento Biotecnologie, agroindustria e protezione della salute del Centro ricerche “Casaccia” dell’ENEA, grazie alla collaborazione con il Center for molecular biotechnology del Fraunhofer Institute, negli Usa, hanno utilizzato nuove tecnologie per la preparazione di proteine di fusione purificate da piante di tabacco che hanno portato alla messa a punto di vaccini terapeutici Hpv-specifici; tale lavoro pubblicato sulla rivista internazionale Vaccine, ha dimostrato un’altissima efficacia terapeutica in un modello animale in cui si è ottenuta la guarigione di tumori sperimentalmente indotti. Per fare questa ricerca servono “tanti soldi, che purtroppo mancano in Italia”, dice la ricercatrice. “Alla Casaccia le risorse non mancano, ma servirebbero altri fondi per stabilizzare i giovani ricercatori e per il lavoro di ricerca in laboratorio. A volte ci verrebbe voglia di lasciare questo paese ed emigrare altrove”.

Vaccino: tutti i rischi della libera scelta

Di Gianna Milano

Mentre cresce l’allarme meningite e aumenta la pressione affinché nel nuovo Piano nazionale vaccini 2008-10 sia prevista “l’offerta universale attiva e gratuita” per le vaccinazioni antipneumococco e meningococco C, batteri responsabili della temibile infezione, la Regione Veneto imbocca la strada della libera scelta. E da gennaio 2008, grazie a una delibera, cancella l’obbligo per quattro vaccinazioni: difterite, tetano, polio ed epatite B. L’iniziativa veneta parte con il beneplacito del ministero della Salute, cui spetta valutare se e come estendere la libera scelta in tutto il Paese.
“L’abolizione dell’obbligo è un tema di civiltà e di impegno” sostiene Donato Greco, direttore generale per la prevenzione sanitaria al ministero della Salute. “Difficile oggi la coesistenza tra vaccinazioni obbligatorie e raccomandate, la prevenzione è partecipazione e non obbligo, e genitori e medici sono pronti”. Ma esistono davvero oggi in Italia i presupposti per annullare l’obbligo di una pratica preventiva che ha permesso di eradicare nell’emisfero occidentale patologie gravi come polio e vaiolo?
“I vaccini sono un atto medico complesso, rivolto al singolo ma finalizzato a un risultato di salute per l’intera comunità. La libera scelta, seppur dovuta, pone in contrasto i diritti del singolo e della comunità” avverte Luisella Grandori, responsabile per la prevenzione vaccinale dell’Associazione culturale pediatri (Acp).
L’obbligatorietà nacque in un contesto storico lontano in cui lo Stato si sentiva in dovere di decidere sulla salute dei cittadini senza consultarli, con il loro tacito assenso. Quanto è eticamente condivisibile oggi il traguardo della libera scelta?
“Il percorso verso la libera adesione alle vaccinazioni iniziò alla fine degli anni 90, quando lo Stato sancì il diritto alla frequenza scolastica ai bambini non vaccinati, ma la forte disomogeneità sul territorio nazionale della copertura vaccinale richiede cautela” sostiene Grandori. Se nel Veneto per i vaccini obbligatori è stata negli ultimi due anni del 95 per cento (soglia critica stabilita dall’Oms), non altrettanto in altre regioni. Secondo stime del ministero della Salute, in base a riepiloghi inviati da regioni e province autonome, nel 2005 la copertura vaccinale è stata in media del 94 per cento, con forti differenze tra una regione e l’altra. Se in Valle d’Aosta ha raggiunto il 98 per cento, in Calabria è stata dell’84 e ancora più bassa nella provincia autonoma di Bolzano, l’80 per cento.
“L’eliminazione del vincolo per le vaccinazioni previste dalla legge per l’iscrizione a scuola ha di fatto attenuato l’impegno a non permettere evasioni; e nelle situazioni di maggiore degrado sociale e istituzionale ha fornito un alibi all’incapacità di offerta attiva della profilassi vaccinale, a scapito delle comunità più emarginate” dice Michele Grandolfo dell’Istituto superiore della sanità (Iss). “Senza contare che l’abolizione dell’obbligo rischia di mettere allo stesso livello vaccini di provata efficacia con altri la cui efficacia è da dimostrare, rendendoli tutti uguali e facilitando le pressioni del mercato”.
Dove è rarefatta l’organizzazione dei servizi vaccinali, come al Sud, e il diritto-dovere alla vaccinazione non è garantito, i rischi di salute pubblica si amplificano. “Certe asl non hanno gli strumenti per raggiungere i più disagiati, che neppure sanno di doversi vaccinare” ricorda Rosario Cavallo, pediatra di famiglia a Lecce. “Per essere liberi di esercitare con convinzione il proprio diritto a essere vaccinati occorrono servizi efficienti e politiche vaccinali ineccepibili su tutto il territorio”.
Ma in alcune aree del Sud lo stato dei servizi vaccinali è carente e l’offerta attiva ha grandi falle. «L’obbligo deve essere innanzitutto dei servizi» precisa Grandolfo.
L’abolizione del vincolo se mancano requisiti organizzativi potrebbe essere prematura e compromettere i livelli di salute raggiunti. “Finora solo il 72 per cento delle asl ha un’anagrafe informatizzata indispensabile per rintracciare i bambini non vaccinati, rilevare le vaccinazioni effettuate e sorvegliare sia le malattie prevenibili con vaccini sia gli eventi avversi” sottolinea Marta Ciofi dell’Iss. Un buon monitoraggio è indispensabile per evitare brutte sorprese. Cosa succederebbe se ci fosse un drastico calo di alcune vaccinazioni, obbligatorie e non?
È il caso del vaccino per il morbillo, malattia esantematica che può causare l’encefalite. La media nazionale di copertura è dell’89 per cento: troppo bassa. La percentuale va dal 58 per cento di Bolzano al 78 della Calabria, al 93 per cento dell’Umbria. Comunque sotto la soglia di sicurezza del 95 per cento. Il piano sanitario nazionale partito nel 2003 prevedeva l’eliminazione della malattia nel 2010. Ma ancora oggi si segnalano focolai dell’infezione: l’ultimo è di questi giorni in Piemonte con 132 casi conclamati, tra cui uno mortale.
Secondo l’ufficio malattie infettive del ministero della Salute, la copertura delle vaccinazioni obbligatorie ha registrato un lieve calo nel 2005, invertendo la tendenza degli anni precedenti. “Probabilmente anche per ideali naturalistici, biologici, new age condivisi da genitori e pediatri” dice Maria Grazia Pompa, che dirige l’ufficio del ministero. Sovente, come segnala l’indagine Icona dell’Iss sul territorio nazionale, la mancata o ritardata esecuzione sia delle vaccinazioni facoltative, come il morbillo, sia delle obbligatorie dipende dalla carenza di un’informazione esauriente da parte dei medici.
“Le paure e i pregiudizi si superano passando dal paternalismo all’alleanza terapeutica” afferma Michele Gangemi, presidente dell’Acp. “I genitori che decidono di non vaccinare i figli non possono essere definiti sbrigativamente oppositori, ma richiedono una maggiore capacità di ascolto”.
Informare significa spiegare correttamente il rapporto rischio/beneficio. “Per scegliere in libertà, sapendo che i vaccini come tutti i farmaci hanno effetti collaterali. Invece spesso i genitori si trovano nelle mani brochure informative di chi li produce” lamenta Eugenio Serravalle, pediatra omeopata di Pisa.
Se si è disposti, pur di stare meglio, a prendere farmaci di cui si sanno gli effetti collaterali, “nel caso dei vaccini siamo meno propensi ad accettare una scommessa sul futuro” dice Fabrizio Pregliasco, virologo all’Università di Milano. “L’efficacia stessa delle campagne vaccinali riduce la percezione della pericolosità delle patologie che esse prevengono”.
Tenendo conto dei milioni di dosi somministrate, quanto sono giustificati i timori di possibili danni dovuti ai vaccini? Nel 2006 le segnalazioni di reazioni avverse al servizio di farmacovigilanza dell’Aifa sono state 1.500, tra gravi (per fortuna rare), non gravi e indefinite. E sempre nel 2006 “è stata registrata una riduzione del numero di segnalazioni” si legge nel Bollettino di informazione sul farmaco dell’Aifa (n. 1/2007). Un segnale che si sta abbassando il livello di guardia sul monitoraggio della sicurezza d’uso dei vaccini? La sorveglianza è l’unico strumento per migliorare la risorsa che essi rappresentano. “È necessario segnalare anche le reazioni minime per poter identificare, per esempio, problemi di lotto o errori in qualsiasi fase del programma di immunizzazione” si legge nel bollettino.
L’offerta di vaccini in età pediatrica è diventata sempre più vasta e le pressioni del mercato forti. “I vari polivalenti rendono difficoltoso oggi vaccinare contro alcune malattie invece che contro tutte le sei con cui si vaccina con l’esavalente, che ormai usano in tutta Italia. Se l’antitetanica singola è disponibile, meno facile è in alcune aree del Paese trovare l’antidifterica da sola perché la si importa dalla Danimarca” informa Serravalle.
Anche le dosi per il vaccino contro la rosolia, non combinata con parotite e morbillo, devono essere espressamente richieste e quelle disponibili sono poche. “E le somministrazioni contemporanee provocano reazioni che sono la somma degli eventi avversi previsti per ogni singolo vaccino. Spesso non viene detto ai genitori” si rammarica Serravalle.
E mentre si parla di superare l’obbligo, ci sono associazioni di categoria, e le istituzioni gli vanno appresso senza opporre resistenza, che spingono per i vaccini contro meningite da meningococco C e pneumococco (Streptococcus pneumoniae). Si fanno pressioni perché nel Piano nazionale vaccini 2008-10 entrino nei livelli essenziali di assistenza (Lea). Ora il braccio di ferro è tra Stato e regioni che dovranno decidere a chi spetterà l’onere economico di distribuire, somministrare e gestire eventuali campagne vaccinali.
Sono dieci le regioni (da poco si è aggiunta la Lombardia) che in modo autonomo hanno introdotto la vaccinazione gratuita antipneumococco e anti-meningococco C: nelle altre lo è solo per i bambini a rischio. Ma quanto serve una campagna di vaccinazione di massa? Gli italiani colpiti sono 4 su 1 milione e l’incidenza è stabile: sui 900 casi l’anno. “Esistono circa 90 ceppi di pneumococco, una ventina quelli patogeni: il vaccino ne copre solo sette che non sappiamo quanto circolino in Italia. Il rischio è favorire una pressione selettiva dei ceppi non contenuti e oltretutto resistenti agli antibiotici” avverte Maurizio Bonati del Mario Negri di Milano, che fa parte della commissione sui vaccini.
Per questo l’Oms richiede ai paesi che avviano la vaccinazione di attivare contemporaneamente un idoneo sistema di sorveglianza. In Italia, tranne il Piemonte, non c’è, sebbene il vaccino sia disponibile dal 2001. I dati sull’incidenza delle infezioni causate dal batterio sono raccolti dall’Iss (e disponibili online), ma parziali e inadeguati quelli sui vari sierotipi.
Il vaccino non offre comunque una copertura totale per la meningite. Esistono altre due forme, da meningococco C e B (il vaccino copre solo il C) e da Haemophilus influenzae, che colpisce soprattutto nei primi 4 anni di età, e il cui vaccino è già offerto attivamente a oltre il 95 per cento dei nuovi nati.
“Difficile orientarsi, per pediatri e genitori. E, ancor di più, districare le vere emergenze sanitarie dalle pressioni del mercato. Nel 2015-19 è previsto il nuovo vaccino sierotipo indipendente, valido per tutti i ceppi di pneumococco. Prima di allora, a meno di non avviare un piano di sorveglianza, avranno gioco solo i venditori di speranza” conclude Grandori.
(ha collaborato Nunzia Bonifati)

LEGGI ANCHE: Le ragioni dei genitori che si oppongono

Le ragioni dei genitori che si oppongono

Di Gianna Milano

“Di vaccini è meglio non abusare”. È la posizione dei vari movimenti di obiezione alle vaccinazioni. “Se è stato utile vaccinare quando malattie serie, come difterite e poliomielite, erano diffuse in Europa, quando esse si azzerano il dato di fatto è che restano gli eventi avversi” dice Andrea Valeri, responsabile per la ricerca clinica per la Società italiana di medicina omeopatica a Verona.
Tornerebbero se la copertura vaccinale si abbassasse? “Non vi sono dati certi sulla copertura vacinale minima”. In Germania, racconta, anche quando la copertura vaccinale è scesa sotto l’80 per cento non c’è stato un ritorno.
Fra i motivi all’obiezione a un alto numero di vaccini il sito della Federazione del Comilva (Coordinamento del movimento italiano per la libertà delle vaccinazioni) elenca gli effetti collaterali più comuni: un aumento di patologie allergiche (un bimbo su 10 è oggi asmatico) e una maggiore frequenza di malattie infettive delle vie aeree superiori. “Curate poi con antibiotici che predispongono alle allergie: un circolo vizioso” avverte Valeri. “Lo vedo nella pratica quotidiana: i bambini che hanno fatto 8-9 vaccinazioni e che hanno preso antibiotici si ammalano più degli altri. Vi sono pochi studi studi che mettono a confronto la salute di chi fa un certo numero di vaccini con chi non li fa. Sono più sani? Non si sa”. E mancano, sempre secondo i movimenti di obiezione, studi nel lungo termine che valutino sulla distanza gli eventuali eventi avversi.
E il vaccino per l’influenza? Invece di farlo per sollecitare una risposta antigenica, meglio stimolare il sistema immunitario in modo naturale, specie nei più piccoli. In questa direzione vanno anche le raccomandazioni della medicina ufficiale: sotto i 2 anni questo vaccino è del tutto inefficace, come indica una metaanalisi pubblicata sul British Medical Journal.

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Il sesso orale è a rischio cancro, secondo uno studio americano

Alcune forme di cancro della gola sarebbero provocate dal virus del Papilloma umano, l’Hpv, lo stesso già noto per essere responsabile della quasi totalità dei carcinomi del collo dell’utero (come spiega anche la scheda informativa per i pazienti pubblicata sulla rivista medica Jama).
Lo afferma uno studio pubblicato sul New England Journal of Medicine su 100 pazienti, uomini e donne, colpiti da cancro delle tonsille, della lingua o della gola. “Più di sette malati su 10 risultano positivi per l’Hpv, il che significa che hanno contratto l’infezione, e le tracce del virus si trovano proprio nei tessuti cancerosi” spiega Maura Gillison, ricercatrice del Johns Hopkins Kimmel Cancer Center. “Inoltre chi è stato infettato dal virus ha un rischio di sviluppare tumori dell’area del collo 32 volte più elevato della media. Poiché finora i principali fattori di rischio per questo tipo di tumori erano considerati l’alcol e il fumo, è importante sapere che anche gli astemi e i non fumatori possono ammalarsi e per quale ragione”.

Ma come ci si infetta? Semplice: con il sesso orale. L’Hpv è infatti un virus a prevalente trasmissione sessuale e alcune sue varianti sono responsabili dei cosiddetti condilomi acuminati (o creste di gallo), una comune malattia venerea. I ricercatori ipotizzano anche una trasmissione da bocca a bocca (con il bacio, per esempio) che però lo studio in questione non ha dimostrato. “In realtà il virus ha il potere di indurre la trasformazione cancerosa di diversi tessuti, in particolare delle mucose e della pelle, quindi poco importa quale sia la localizzazione dell’infezione” continua Gillison.

La notizia assume ovviamente una rilevanza particolare dal momento che è da pochi mesi disponibile il vaccino contro l’Hpv, che il ministro della Salute Livia Turco ha deciso di concedere a spese del Servizio sanitario nazionale a tutte le ragazze dai 12 anni in su.

“La nostra scoperta accresce il valore del vaccino, che assume una funzione di prevenzione anche nei confronti di questo tipo di tumori: secondo le nostre stime, circa il 62 per cento dei tumori di testa e collo sarebbero imputabili all’Hpv. E potrebbe anche avere un impatto importante sulla selezione delle categorie da vaccinare. Per esempio, molti hanno protestato per la giovane età delle ragazze a cui si consiglia la profilassi, sostenendo che i rapporti sessuali iniziano in genere alcuni anni dopo la pubertà. Il sesso orale, invece, viene praticato anche da ragazzi e ragazze piuttosto giovani” commenta Gillison. “Inoltre diversi studi hanno dimostrato che anche il cancro dell’ano può essere provocato dall’Hpv, in particolare nelle persone omosessuali, che potrebbero a loro volta costituire una categoria a rischio, per la quale vale la pena di ipotizzare una campagna vaccinale”.

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