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Virus, scoperta la struttura del loro motore molecolare

Un'illustrazione del motore molecolare dei virus

Il meccanismo che permette ai virus di moltiplicarsi e di infettare l’organismo ospite è diventato più chiaro grazie al lavoro di un gruppo di biologi della statunitense Purdue University e della Catholic University of America, che lo illustrano in un articolo pubblicato sull’ultimo numero della rivista Cell. Con un dettaglio mai raggiunto prima, come spiega Siyang Sun, tra i principali autori dell’articolo, è stata infatti analizzata la struttura atomica di un potente motore molecolare che, muovendosi in sequenza in modo simile ai pistoni del motore di un’auto, attira progressivamente il materiale genetico nel capside del virus, mettendolo così in condizione di agire. Attraverso la cristallografia a raggi X e la microscopia crioelettronica, il meccanismo in questione è stato osservato nel virus T4, che infetta i batteri, ma è probabile che possa essere riscontrato anche in altri virus che invece colpiscono l’uomo. Siyang Sun ha scoperto che il motore molecolare è formato da due strutture, simili a dischi, ognuna delle quali contiene cinque segmenti di una proteina definita gp17, a sua volta composta da due segmenti, uno nel disco superiore e l’altro in quello inferiore. Quest’ultimo si unisce al Dna del virus, per poi spingere il materiale genetico all’interno del capside grazie all’azione del disco superiore, processo alimentato da forze elettrostatiche che si generano tra oggetti con cariche opposte. Benché i ricercatori avvertano che è ancora troppo presto per entrare nei dettagli delle possibili applicazioni pratiche della scoperta, si può tuttavia ipotizzare fin d’ora che sarà un giorno più agevole sviluppare farmaci in grado di interferire con il funzionamento di questo particolare motore, alleviando gli effetti di alcune infezioni virali, così come mettere a punto alternative agli attuali antibiotici.

Google ora studia dove colpisce l’influenza

Il logo di Google
Pochi giorni dopo aver donato 14 milioni di dollari per la ricerca su Sars, aviaria, malaria e Hiv, Google.org è di nuovo in prima linea sul fronte salute. Stavolta però non si tratta di infezioni gravi o virus mortali, ma della più comune (e, statisticamente, meno pericolosa) influenza.

La divisione “socialmente responsabile” di Mountain View ha infatti annunciato in queste ore il lancio di un nuovo servizio on line, Google Flu Trends, che consentirà attraverso un apposito portale di monitorare situazione ed evolversi del virus dell’influenza negli Stati Uniti.

Realizzato in collaborazione con Center for Disease Control and Prevention (Cdc), una delle principali e più attive unità dello U.S. Department of Health and Human Services, il progetto promette di mantenere aggiornata la popolazione e sarebbe in grado di anticipare di due settimane i tradizionali sistemi di controllo utilizzati dagli organismi sanitari nazionali.

Come? L’intuizione alla base è molto semplice: dato che sempre più persone si rivolgono a Google alla ricerca di informazioni sul proprio stato di salute, basta sapere “leggere” in modo nuovo le parole immesse. Un software sviluppato ad hoc si occuperà di tracciare tutte le query contenenti termini medici o comunque collegabili all’influenza, aggregandole tra loro e registrandone il luogo di provenienza. Da queste prime informazioni sarà possibile ricostruire su base giornaliera l’attività del virus, localizzarne l’incidenza ed evidenziare su una mappa eventuali aree critiche.

Google Flu Trends è solo il primo passo intrapreso da Google in questa direzione. Gli esperti del Cdc hanno infatti già dichiarato che presto lo stesso modello verrà applicato ad altri virus o infezioni. Intanto il progetto ha qualche zona d’ombra: il nuovo software sa come comportarsi di fronte ai cosiddetti “malati immaginari”? O i fanatici del farmaco? E le mamme iperprotettive? Evidentemente no, non si potrà mai capire chi fa sul serio e chi invece si preoccupa in modo irragionevole, nè se questi comportamenti hanno effetti rilevanti da un punto di vista statistico. Queste domande potranno anche sembrare banali, ma dopotutto viviamo nella società della medicina facile. Sarebbe utile capire se Google Flu Trends può diventare un ottimo strumento preventivo o, alla lunga, un’ulteriore fonte di allarmismo.

Aids: creata la molecola che aggredisce il virus alle spalle

(ANSA)
Ecco una nuova strategia di attacco all’Aids: colpire il virus Hiv alle spalle agendo non direttamente su di lui ma sui ‘macchinari cellulari’ della persona infettata ‘dirottati’ dal virus per replicarsi e diffondersi nell’organismo. Infatti esperti italiani hanno dimostrato, per ora su cellule in provetta, che si può bloccare l’infezione, colpendo una proteina umana chiamata DDX3, la quale suo malgrado, aiuta il virus a replicarsi.
La scoperta, pubblicata sul Journal of Medicinal Chemistry, è di ricercatori del Laboratorio di Virologia Molecolare diretto da Giovanni Maga presso l’Istituto di Genetica Molecolare del Consiglio Nazionale delle Ricerche di Pavia (Igm-Cnr), in collaborazione con il Laboratorio di Chimica Farmaceutica dell’Università di Siena, diretto da Maurizio Botta.
”Si tratta sicuramente di un approccio interessante e del tutto nuovo - ha commentato il lavoro Giovanni Rezza, responsabile del Dipartimento delle Malattie infettive parassitarie presso l’Istituto Superiore di Sanità - ma di certo, anche a giudicare dalla rivista su cui è pubblicato lo studio, si tratta di una ricerca di base con potenziali ricadute solo a lungo termine; bisogna dunque rimanere cauti sul valore applicativo di questa scoperta”.
Tutti i farmaci antiretrovirali oggi disponibili hanno come bersaglio d’azione un enzima del virus stesso. I ricercatori del Cnr hanno pensato a una strategia diversa di attacco al virus, non mirando direttamente su di lui, ma sulle proteine umane che di fatto il virus ‘dirotta’ per moltiplicarsi. Infatti, all’interno della cellula infettata, il virus Hiv prende il controllo di numerosi enzimi umani, distogliendoli dalle loro normali funzioni e obbligandoli a lavorare per lui. ”Uno di questi enzimi è la proteina cellulare DDX3 - ha spiegato Maga - il cui ruolo è facilitare il flusso di informazione genetica dentro la cellula. Il virus Hiv si inserisce in questo circuito e fa sì che DDX3 trasporti solo l’informazione genetica virale, al fine di massimizzare la produzione di proteine virali a scapito di quelle cellulari”.
Quindi DDX3 è un attore essenziale per la riproduzione del virus all’interno delle cellule umane. Con questo presupposto i ricercatori del Cnr hanno messo a punto una molecola che mette knock out DDX3 e hanno visto che, cosìfacendo, l’Hiv non è più capace di moltiplicarsi e l’infezione si blocca.
”Questi risultati dimostrano, per la prima volta che un farmaco diretto contro un enzima cellulare è in grado di bloccare l’infezione da Hiv”, ha detto Maga, finora la ricerca di nuovi bersagli d’azione di farmaci anti-Hiv si concentrava esclusivamente su molecole virali.
”Questo tipo di approccio - ha detto Rezza - è interessante perché, se fosse dimostrata in vivo su animali e poi sull’uomo la sua fattibilità, potremmo un giorno avere a disposizione farmaci del tutto nuovi e contro i quali il virus molto difficilmente potrebbe acquisire resistenze”.
Si potrebbe ipotizzare di attaccare il virus su due fronti, ha concluso Rezza, con una terapia multipla a base di farmaci classici, che colpiscono il virus direttamente, e di una nuova classe di farmaci che miri invece alle proteine umane che aiutano l’Hiv.

Nuovi indizi sulle origini della diffusione dell’HIV

Il virus dell'Aids

Una nuova ricerca condotta da un gruppo di scienziati americani ed europei coordinati dall’Università dell’Arizona e guidati dal biologo Michael Worobey è riuscita a stimare con maggiore precisione il periodo in cui ha iniziato a diffondersi il virus dell’HIV (Human Immunodeficiency Virus, ovvero il virus dell’immunodeficienza umana, responsabile della sindrome da immunodeficienza acquisita –AIDS). I biologi guidati da Worobey hanno infatti scoperto che il virus è comparso per la prima volta tra il 1884 e il 1924, in corrispondenza della creazione dei primi centri urbani nei Paesi dell’Africa centro-occidentale, e non dopo il 1930, come si era creduto fino a oggi.

Potendo lavorare su un frammento del gene dell’HIV prelevato da una donna di Kinshasa, nella Repubblica Democratica del Congo, deceduta nel 1960, ha spiegato il Professor Worobey in un articolo comparso sull’ultimo numero di Nature, la sua équipe ha potuto confrontare il campione del 1960 con il più antico frammento di gene di HIV disponibile, risalente al 1959 e prelevato da un campione di sangue di un uomo sempre di Kinshasa.

Il fatto di avere a disposizione frammenti raccolti in tempi così ravvicinati ha permesso al gruppo di biologi di calcolare con maggiore precisione i tempi di evoluzione del virus, quando quest’ultimo avrebbe colpito l’uomo per la prima volta, quanto velocemente si é diffusa la malattia e quali fattori ne hanno favorito l’espansione. Valutazioni precedentemente impossibili da fare dal momento che le uniche altre sequenze del gene dell’HIV disponibili erano state raccolte negli anni ’70 e ’80, periodi che rendevano impossibile un confronto con il campione del ’59.

Infine, sempre secondo Worobey, il virus non sarebbe passato dalle scimmie all’uomo nel Camerun ma nel Congo, aiutato proprio dalla forte urbanizzazione che ha caratterizzato il Paese alla fine del 1800.

Influenza 2008: quel vaccino s’ha da fare o no?

Vaccino anti-influenza

Fino a che punto il vaccino contro l’influenza, per il quale ogni autunno si mobilitano i mass media, mette al riparo dalla minaccia ricorrente di finire a letto con la febbre? Il vaccino antinfluenzale è un esempio emblematico della comunicazione imperfetta tra ricerca scientifica e pratica medica, sostiene Tom Jefferson, medico epidemiologo, autore del saggio Attenti alle bufale (Il Pensiero scientifico) e curatore dell’omonimo sito. “Il vaccino ci immunizza da certi virus contro cui è mirato che si presuppone circoleranno; ma non ci protegge dalla miriade di agenti infettivi, circa 300, responsabili delle sindromi influenzali che rappresentano di gran lunga la fetta più grande” considera Jefferson. “Agitare lo spauracchio della pandemia influenzale, giocando sull’equivoco che vaccinandosi ci si protegge da tutti i virus dell’influenza, serve solo a vendere più vaccini. Ed è grave che siano enti pubblici a fare previsioni azzardate e a gonfiare i consumi di vaccini in un palese conflitto di interessi”.
Una reinterpretazione della epidemiologia negli anziani (The Lancet - Vol. 370, 6 ottobre 2007) dimostrerebbe che non ci sono evidenze che il vaccino eviti morti negli anziani. E da sei mesi a due anni il vaccino antinfluenzale equivale a un placebo. Dopo, con l’aumentare dell’età, aumenta di efficacia ma non incide sul numero dei casi, su complicanze e trasmissione. Insomma, la campagna vaccinale, sostiene Jefferson, non si basa su evidenze scientifiche, c’entrano piuttosto il mercato, l’industria che li produce, e i governi. Perché gli esperti si prestano a far circolare messaggi fuorvianti? “Dietro ogni bufala ci sono cattivi maestri, persone che impartiscono cattive lezioni selezionando o deformando le informazioni disponibili. O semplificando artificialmente i messaggi” scrive Vittorio Demicheli nella prefazione al libro. “Alcuni di questi cattivi maestri agiscono per puro interesse economico, altri per mantenere la propria fama e la propria capacità di influenzare le decisioni. Altre volte per pura e semplice presunzione”.
Il vaccino antinfluenzale, secondo Jefferson, è un esempio di come i conflitti di interesse occulti riguardino istituzioni che prendono decisioni senza tener conto di ogni evidenza contraria. A chi non padroneggia il metodo scientifico Jefferson fornisce nel suo agile saggio gli strumenti utili per evitare le trappole della disinformazione: come si valuta un editoriale o un articolo originale, come si leggono le tabelle, come si individua un conflitto di interessi o si soppesa una pubblicità farmaceutica. Il repertorio dei trucchi di cui gli esperti si servono per non essere smascherati è insospettabile.

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  • gmilano
  • Venerdì 19 Settembre 2008

Finte pagine YouTube diffondono virus

Internet caffé

Utenti di YouTube, tenete gli occhi bene aperti: è in circolazione un programma che permette ai cybercriminali di creare pagine-clone di quelle del famosissimo sito di condivisione video, che vengono poi usate per diffondere virus, worm e Trojan.

A lanciare l’allarme è Panda Security. Il metodo di infezione - spiega in una nota - è il seguente: gli hacker inviano una mail contenente un video dal contenuto scandalistico (immagini erotiche, decesso di una celebrità, etc.) ed esortano gli utenti a cliccare un link per vedere il filmato. Una volta raggiunta la falsa pagina, molto simile al sito di YouTube, un messaggio di errore informa che è impossibile vedere il video perchè mancano alcuni componenti e suggerisce, quindi, di scaricarli. Facendolo, si permette invece l’accesso del malware sul pc.

Il programma, YTFakeCreator, permette di creare le pagine false molto facilmente. I cyber criminali - spiega Panda Security - possono scrivere il testo del messaggio di errore, definire per quanto tempo deve apparire, inserire il link al file infetto scaricato nel computer e creare un falso profilo simile a quello di YouTube, fingendo che il video sia stato caricato da un utente reale. “Il programma è progettato per incrementare l’utilizzo di questa tecnica per infettare gli utenti”, spiega Luis Corrons, direttore tecnico dei laboratori di Panda Security. “Il fatto che le pagine utilizzate dagli hacker siano difficilmente distinguibili da quelle legittime, garantisce che un crescente numero di utenti venga colpito”.

Il cyber-criminale ora si nasconde dentro il browser

http://www.flickr.com/photos/phinworld/118809773
Lo chiamano “uomo nel browser”, ma forse sarebbe più opportuno definirlo “la talpa del browser”, giacché il suo compito è proprio quello di entrare nel pc senza farsi notare, spiare e trasmettere le informazioni al suo losco “principale”. Man in the browser è solo l’ultima delle tante minacce informatiche di nuova generazione che hanno come obiettivo non più l’infezione fine a se stessa dei pc, bensì il furto di identità e, con esso, quello di denaro dai conti correnti e dai servizi di pagamento online.
Tecnicamente siamo di fronte a uno dei tanti programmini invisibili comunemente detti Trojan che si installano sul pc nascondendo nella propria “pancia” un codice maligno. Nello specifico, quello del Man in the browser è in grado di interagire con i più comuni browser in commercio, come Explorer e Firefox, generando una piccola finestra che si sovrappone perfettamente sui campi chiave (login e password) dei siti o dei servizi da colpire, come ad esempio quelli di home banking; il tutto, senza che l’utente se ne possa accorgere. A differenza del phishing, che adesca la vittima con un fac-simile del servizio utilizzato sul web, Man in the browser agisce infatti sul sito reale intervenendo solo durante la fase di login. Una volta rubate le informazioni, per il cyber-criminale sarà un gioco da ragazzi riutilizzarle o rivenderle al miglior offerente attraverso i siti specializzati usati dai truffatori digitali per la compravendita di dati personali
Ma esiste un metodo per debellare questa nuova forma di intrusione informatica? Per F-secure, società che opera nel campo delle soluzioni per la sicurezza informatica, siamo di fronte a una tipologia di attacco che non è vulnerabile attraverso i classici sistemi antivirus; in casi come questi la difesa migliore arriva dall’impiego di prodotti di sicurezza che adottano l’a cosiddetta analisi ”comportamentale”, che siano cioé in grado di identificare comportamenti anomali e sospetti all’interno dei pc. “Si tratta di un tipo di attacco più difficile da prevenire perché la frode si frappone proprio fra l’utente e il meccanismo di sicurezza all’interno del browser”, avverte l’esperto di sicurezza Philipp Guhring che comunque puntualizza: “Impiantare un uomo nel browser richiede un sforzo piuttosto alto sia dal punto di vista tecnologico sia da quello dei costi. Per questo il suo impiego si limita perlopiù ad alcune tipologie di frodi finanziarie”. Almeno per ora.

Scompaiono miliardi di api: un virus tra gli imputati

Abbandonano la colonia e il cibo nell’alveare. E scompaiono senza lasciare traccia. Sono miliardi le api operaie sparite negli Stati Uniti: un fenomeno chiamato “Disordine da collasso nella colonia” (Ccd) che sta mettendo in ginocchio gli apicoltori. Alcuni casi sono stati segnalati anche in Spagna, Grecia e Germania.

Il principale accusato è il virus Iapv (Israeli acute paralysis virus) che causa tremore alle ali e porta gli insetti a morire lontano dalle colonie. Secondo uno studio pubblicato di recente da Science Express sarebbe arrivato negli Stati Uniti tre anni fa dall’Australia: i ricercatori lo hanno individuato in tutti gli alveari abbandonati. Eppure l’Iapv è presente anche in alcune colonie che non manifestano sintomi: secondo gli scienziati a causare la sparizione delle api contribuiscono altri fattori, come l’inquinamento, l’uso di pesticidi, gli organismi geneticamente modificati e i campi elettromagnetici.

Negli Stati Uniti i danni ormai ammontano a 15 miliardi di dollari: è a rischio la produzione di miele e l’impollinazione dei campi coltivati.

Il futuro di Facebook

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