
La nuvola di fumo e cenere del vulcano Grimsvotn (AP)
Dobbiamo prepararci ad assistere al replay di ciò che accadde ad aprile dell’anno scorso quando le ceneri del vulcano islandese Eyjafjallajokull bloccarono i voli di mezzo mondo causando perdite economiche disastrose? Forti di questo precedente gli esperti sono restii a fare previsioni in occasione dell’eruzione di un altro vulcano dell’isola, dal nome vagamente più pronunciabile, Grimsvotn, che si è risvegliato inaspettatamente sabato scorso. Continua

Il pennacchio di fumo creato dall'eruzione (Credit: Nasa)
Peggio dell’11 settembre. Così un portavoce dell’autorità per l’aviazione civile britannica ha riassunto oggi la situazione del traffico aereo in seguito all’eruzione del vulcano islandese. “E’ una situazione peggiore di quella creatasi dopo gli attacchi dell’11/9, quando venne bloccato il traffico transatlantico, ma i voli in Europa erano operativi”. Ma perché negli aeroporti di mezza Europa i velivoli restano fermi al suolo?
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Le immagini di questi giorni di controesodo, con le autostrade trasformate in fiumi di auto ferme e fumanti mi spingono a domandarmi quale sia stato l’impatto ambientale delle ferie degli italiani.
Per quello che mi riguarda io ho usato praticamente tutti i mezzi di trasporto esistenti: dal traghetto all’auto, all’aereo, eppure vi assicuro che purtroppo non ho fatto il giro del mondo. Ma quanto ho inquinato? In rete abbondano i calcolatori di carbonio, programmi interattivi che promettono di rivelare a chi li usa il peso in tonnellate delle emissioni provocate dal proprio stile di vita. Ne esistono di molti tipi, ma si dividono principalmente in due categorie: quelli dedicati alla casa e quelli riferiti ai viaggi.
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Studiano i cambiamenti climatici e la loro relazione con l’inquinamento causato dalle attività umane. Sono i climatologi, che dovrebbero ben sapere quanto il trasporto aereo incida sul totale delle emissioni di gas responsabili dell’odiato effetto serra. Invece, a giudicare dai risultati di uno studio da poco pubblicato su Atmospheric Chemistry and Physics e le cui conclusioni sono state riprese dalla rivista Nature, pare proprio che le persone maggiormente coinvolte nello studio
degli effetti nocivi di queste emissioni, a caccia di una soluzione per arrestare i cambiamenti climatici, non si facciano troppi problemi a volare in lungo e in largo, sia pure per il nobile scopo di mettere insieme le proprie conoscenze e i risultati delle ricerche. A fare le pulci in particolare agli studiosi del norvegese istituto NILU, Norwegian Institute for Air Research, è un collega che ci lavora gomito a gomito, il meteorologo austriaco Andreas Stohl, impiegato nel medesimo istituto.
Stohl ha calcolato le emissioni dovute ai viaggi di lavoro svolti per i più svariati motivi dagli impiegati dell’istituto e li ha confrontati con i dai relativi ai soli scienziati (circa la metà del totale) tra il 2005 e il 2007 per poi confrontare la loro impronta ecologica con quella del cittadino medio in diversi Paesi.
Cosa è emerso? Che i viaggi, tra voli, trasporto su gomma e permanenza in albergo, hanno un impatto a livello di emissioni assai più alto per gli scienziati che per gli altri impiegati (5,5 tonnellate di CO2 emesse nel 2005 da ogni scienziato del NILU contro le 2,4 dell’impiegato medio dello stesso istituto, calate appena a 5 nel 2007 mentre le 2,4 dell’impiegato sono rimaste costanti). Ricordiamo che lo studio (qui il file pdf) ha tenuto in considerazione solo i viaggi di lavoro, non calcolando le emissioni prodotte, per esempio, nel tragitto da casa a ufficio, nella vita domestica e nel tempo libero.
Le emissioni totali pro-capite annue, a livello mondiale, si assestano su una media di 4,5 tonnellate di CO2, ma ci sono enormi differenze tra i vari Paesi. Uno studio di altri autori del 2004 ha calcolato che in India si emettevano 1,2 tonnellate di CO2 a testa, 3,8 in Cina, 5,5 in Svizzera, 6,2 in Francia, 20,4 negli stati Uniti e un ragguardevole 19,1 proprio in Norvegia, che quindi risultava tra i Paesi meno attenti a porre un freno alle emissioni.
Resta notevole il dato secondo cui uno scienziato che lavora in difesa dell’ambiente inquina di più in un anno solo con i viaggi di lavoro di quanto faccia il cittadino mondiale medio con tutte le proprie attività.
Forse è ora che gli scienziati del clima comincino a sfruttare meglio le nuove tecnologie e si mandino qualche email in più concedendosi qualche volo in meno.
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