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web 2.0

Yahoo chiuderà Delicious

Carol Bartz, Ceo di Yahoo (AP Photo)

Carol Bartz, Ceo di Yahoo (AP Photo)

Nel 2005, all’epoca cioè della grande acquisizione di Yahoo, avevamo già manifestato le nostre preoccupazioni: “Quando i grandi mettono le mani sui piccoli più brillanti”, scrivevamo su Mytech, c’è sempre da preoccuparsi. Nemmeno il più pessimista fra noi poteva però immaginare che a soli cinque anni da quell’operazione, Delicious - probabilmente il miglior sito per archiviare e condividere i bookmarks online nonché una delle stelle più luminose del Web 2.0 - sarebbe stato spento dal suo nuovo proprietario.

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La Regina Elisabetta (e tutti i reali inglesi) su Flickr

(Credits: Ian Jones Photography)

(Credits: Ian Jones Photography)

Per buona pace di chi pensa che la monarchia sia un’istituzione anacronistica e poco attenta ai fenomeni del nostro tempo ecco il primo diario fotografico 2.0 della Corona inglese: si chiama The British Monarchy’s photostream ed è l’album fotografico ufficiale della famiglia reale inglese su Flickr.
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Lasciarsi sul web. Quando il network separa invece di unire

Foto: Flickr

Foto: Flickr

Un paio di anni fa Jimmy Wales, fondatore di Wikipedia, lasciò la sua ragazza proprio sulle pagine dell’enciclopedia online, modificando la propria biografia da fidanzato a single. Lei si vendicò all’istante mettendo alcuni indumenti di Wales all’asta su eBay. I due sono stati pionieri di un nuovo modo di dirsi addio: online.

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Amore e morte sul web 2.0: quando il trapasso è online

Il cimitero di The Sims 3

Il cimitero di The Sims 3

Nella vita quotidiana di ciascuno di noi il web si sta ritagliando uno spazio sempre più ampio.
Oggi gestiamo i contatti su Facebook, carichiamo video sui portali dedicati, teniamo traccia della musica ascoltata o degli ultimi libri letti. C’è chi carica le mappe degli itinerari di viaggio, chi condivide il calendario, chi tiene traccia dei propri progressi nello sport; o ancora chi pianifica il matrimonio, chi crea album fotografici con i momenti più belli della propria vita.

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“La vera innovazione viene dagli utenti”. Intervista al 24enne creatore di WordPress

Matt Mullenweg

Sembra un ragazzo americano qualsiasi appena uscito dal college, con la camicia fuori dai pantaloni, le scarpe di pelle multicolore un po’ futuristiche, la macchina fotografica, l’iPod e l’Amazon Kindle sempre appresso, moderatamente ecologista, non beve caffè e non fuma. Matt Mullenweg però, 24 anni compiuti a gennaio, il college non l’ha mai finito perché quattro anni fa ha inventato WordPress, una piattaforma per scrivere i blog che in breve tempo è diventata popolarissima. L’anno scorso in America è stato definito il sedicesimo uomo più potente del Web. WordPress in pochi anni ha sostituito molte piattaforme esistenti perché si installa facilmente e non richiede particolari ambienti di sviluppo, è facilissimo da usare e funziona bene, ha molte estensioni per aggiungere in modo semplice funzionalità sofisticate e ha molti temi precostituiti per cambiare subito e senza difficoltà l’aspetto estetico del blog. Abbiamo incontrato Matt al WordCamp organizzato a Milano, dove è stato l’ospite d’onore, e gli abbiamo rivolto un po’ di domande.

Come ti descrivi?
Questa è una domanda difficile. Di solito mi descrivo come un imprenditore. Ci sono molte cose che considero importanti nella mia vita, ma tutte condividono lo stesso bisogno di fare qualcosa di meglio – un’insoddisfazione per lo status quo.

Quando e perché hai creato WordPress?
Circa cinque anni fa ho co-fondato WordPress. Non c’era nessuna grandiosa ragione dietro, volevo solo un software migliore per il mio sito Web e un’alternativa Open Source (n.d.r. programmi collaborativi gratuiti a “sorgente aperta”) alle altre piattaforme di blog disponibili.

Il successo ha cambiato la tua vita?
Una delle sensazioni più belle della vita è quella di fare qualcosa bene e sono molto orgoglioso di molte delle cose che sono andate bene con WordPress e Automattic (n.d.r.: la sua azienda).

Perché alla gente piace WordPress? Quante persone lo usano al mondo?
Credo che la gente di solito lo usi perché è facile da trovare, è facile da usare e ha molte funzionalità, specie se si confronta alle altre piattaforme disponibili per scrivere blog. Stimiamo che ci siano in tutto il mondo circa 3-4 milioni di persone che lo usano. Il numero è molto più piccolo di altre piattaforme come Blogger, ma WordPress tende a essere il migliore, il più “intelligente” e ha i blog più popolari.

WordPress è nato come un progetto Open Source. Come e perché siete diventati un’azienda?
Circa tre anni fa mi è stato chiaro che c’erano un certo numero di possibilità che avrebbero aumentato la diffusione di WordPress e avrebbero offerto qualche opportunità commerciale, quindi avrebbero permesso di dedicare più risorse allo sviluppo di WordPress. In ogni caso, per proteggere il progetto Open Source dal destino di diventare un’azienda, Automattic e WordPress operano in modo separato.

Come hai trovato i capitali e quanto è stato raccolto?
Pochi mesi dopo aver fondato l’azienda abbiamo raccolto 1,1 milioni di dollari e poi, nel gennaio 2008, altri 29,5 milioni. Sono stato messo in contatto con in miei investitori da consiglieri quali Om Malik [n.d.r.: uno scrittore tecnologico] e Tony Conrad [n.d.r.: fondatore e CEO dell’azienda Sphere]. Mi avevano colpito come persone con le quali vorrei fare affari per lungo tempo e così, quando mi hanno offerto di investire su Automattic ed è stato chiaro che potevamo usare del capitale aggiuntivo per accelerare la crescita e offrire qualche sicurezza all’azienda, è stata una decisione facile.

Gli utenti conoscono WordPress specialmente come un mezzo per pubblicare blog, ma in realtà tu hai molti altri progetti in corso.
In effetti sono coinvolto in diversi altri progetti: Akismet, il programma anti-spam, bbPress, un programma per i forum, BuddyPress, una piattaforma di social network basata su WordPress e Ping-O-Matic, un servizio di notificazione di aggiornamento del blog.

Come lavora la tua azienda?
Ci coordiniamo come progetto Open Source: non c’è un ufficio, viviamo in tutto il mondo, e parliamo soprattutto online. L’azienda è piuttosto informale, con la maggioranza delle persone che lavorano ai lori progetti e le loro priorità. Non ci incontriamo regolarmente. Ci riuniamo circa due volte l’anno, di solito una volta a San Francisco e una volta in qualche bel posto come l’Arizona o il Messico. È più che altro una riunione fra amici per aiutare chi lavora a conoscersi meglio.

Chi guida l’innovazione nella tua azienda? I commenti degli utenti, gli sviluppatori del codice o tu stesso?

Penso che in ultima analisi tutto viene dagli utenti.

Chi pensi che siano i più intelligenti al mondo nel processo innovativo su Web (incluso te)?
Ho trovato Amazon.com molto impressionante, non temono di assumersi dei grandi rischi e di scommettere che in 5-7 anni ne saranno ripagati, come hanno fatto con la loro strategia di servizi Web.

Quali credi che siano gli scopi e i target della tua azienda?
Noi vogliamo rendere democratico il processo di pubblicazione su Web. Tutto deriva da questo.

Hai ricevuto delle offerte di acquisizione? Le hai rifiutate, accettate oppure ci stai pensando?
Abbiamo avuto un certo numero di discussioni con le aziende in questi anni. Lusinga molto che sia ben riconosciuto il valore che abbiamo creato fin qui ma ogni volta, fino ad ora, la conclusione è stata che possiamo creare più valore per il Web e per l’azienda se rimaniamo indipendenti. La via davanti a noi è più lunga di quella dietro di noi.

Pensi che il Web sia “democratico” e come può aiutare la gente e i governi?
Penso che possa offrire uguali opportunità. C’è una ricchezza senza fine di informazioni disponibili essenzialmente ai costi di accesso (cioè libera) e offre uno spazio dove puoi essere giudicato in base al merito delle tue idee, non del tuo background economico, sociale o religioso.

Hillary, Obama, o…?
Obama, è tempo di cambiare.

Internet ha cambiato la gente?
Penso che ha appena cominciato a farlo ma c’è ancora una lunga strada da fare.

Ha cambiato te?
Ha dato l’opportunità a un ragazzo di Houston di creare una delle più grandi piattaforme per pubblicare, quindi direi proprio di sì.

La tua visione del futuro nella tecnologia d’innovazione: dove stiamo andando?
Credo che la possibilità di accesso Internet ovunque e la velocità della banda larga stiano cambiando quello che si può fare online e stiano rendendo possibile l’investimento di miliardi di dollari di innovazione. Qualcosa come YouTube cinque anni fa non era possibile, semplicemente non c’erano abbastanza utenti che usavano la banda larga sul Web per prendere i video su Internet in seria considerazione.

Quali sono le prossime sfide del Web?
Penso che dobbiamo stare attenti alla centralizzazione del controllo, come è successo con i vecchi media. Il Web dovrebbe rendere possibile l’indipendenza, non dovrebbe essere un altro modo di imporre il controllo.

Arriva Metaplace il mondo virtuale creato dagli utenti

Metaplace
Uno dei maggiori ostacoli per la crescita di Second Life è sicuramente la scarsa integrazione con il web. Il metaverso dei Linden Lab rappresenta un bel giardino tridimensionale, colorato e divertente, ma è ancora del tutto isolato rispetto al resto della rete. E quando si prova a creare dei ponti, il dialogo è per lo più macchinoso e ridotto all’osso.
Dagli Stati Uniti arriva ora un progetto di ambiente in 3D che punta invece tutto sul web e la sua apertura. Si chiama Metaplace e intende dar vita a una felice unione tra la personalizzazione dell’esperienza in rete e le potenzialità interattive dei mondi virtuali. Ogni utente potrà trasformarsi in un programmatore e costruire un micromondo personalizzato (”appartamento” nel gergo del progetto) in pochissimi minuti. Così come è già possibile fare con le pagine web e i blog. Con l’aggiunta, però, dell’immersività dei mondi virtuali. Il tutto potrà girare sin da subito all’interno delle normali pagine web, senza dover scaricare un programma a parte.
Spiegano gli ideatori: “Il nostro motto è: costruisci quello che vuoi. Fino ad ora i mondi virtuali hanno funzionato come i servizi online precedenti all’esplosione di internet. Gli utenti non possono fare molto per cambiare la loro esperienza”.
Metaplace, invece, intende innescare lo stesso circuito felice che ha permesso al web di crescere, a partire dall’intuizione del fondatore Tim-Berners-Lee di uno spazio aperto e “riscrivibile“, in cui chiunque è in grado di costruire un nuovo “nodo” della rete.
Grazie all’adozione di standard aperti di programmazione, anche intorno a Metaplace dovrebbero fiorire molteplici micromondi costruiti dal basso a partire da modelli personalizzabili, che comunicano tra loro e con il resto del web. Al di sopra di ogni “appartamento” non ci sarà nessuna società privata, ma solo il suo ideatore/demiurgo: starà a lui, e solo a lui, decidere quali leggi e limiti adottare all’interno del proprio mondo.
GUARDA IL VIDEO: Una demo di Metaplace

Effetto Facebook: anche MySpace diventa aperto


MySpace va sulla scia di Facebook. Otto mesi dopo la decisione del portale più amato dagli studenti statunitensi (e non solo), anche il contenitore 2.0 di Rupert Murdoch consegna le proprie chiavi di casa agli sviluppatori. In sostanza, MySpace aprirà il codice della sua piattaforma ai programmatori esterni che, seguendo i dettami di Open Social (la Bibbia della programmazione sociale costruita da Google e condivisa da molti portali di ultima generazione), potranno generare le proprie personalissime applicazioni. L’obiettivo è quello di permettere al servizio di arricchirsi di nuove risorse, come ad esempio giochi, test e funzionalità di messaggistica, sia per migliorare le opportunità di comunicazione e di fruibilità della piattaforma sia per aumentare i meccanismi di condivisione fra gli utenti, che sono poi l’essenza stessa del Web 2.0. Ma c’è anche chi sostiene che la scelta sia dettata dalla volontà di dare al sito qualche freccia in più da utilizzare in campo pubblicitario. Di fatto, il mercato dei social network è in un momento di grande cambiamento: dalla fase di reclutamento degli utenti l’obiettivo pare essere ora quello del reclutamento dei fondi. Anche perché, come ha fatto recentemente notare Google, per voce del suo Chief Financial Officer George Reyes, il mercato dei social network non sta rendendo secondo le aspettative. Che sia questa la prima mossa per arrivare a qualche nuova forma di pubblicità virale? No, assicura Amit Kapur, fresco direttore operativo di MySpace, la priorità resta quella dell’esperienza utente e l’impegno della compagnia sarà quello di evitare qualsiasi forma di spam pubblicitario. Ogni riferimento a Facebook non è ovviamente casuale.

Troppi social network? 8hands vi dà una mano, anzi otto

8hands
Web 2.0? Il principio è quasi sempre lo stesso, quello della casa digitale che accoglie sotto il proprio tetto tanti inquilini legati da interessi comuni. C’è posto per tutti, basta procurarsi una chiave per l’accesso (un nome utente e una password sono di norma sufficienti) e il gioco è fatto. Sarà anche per questo che il numero di network sociali è in continuo aumento con proposte sempre più specifiche e articolate. Una vera epidemia che pone gli utenti 2.0 più incalliti di fronte a un nuovo problema: come gestire in modo semplice e immediato tutti i più disparati servizi del Web di nuova generazione senza rischiare di esserne fagocitati? In loro “soccorso” arriva ora 8hands, che si potrebbe definire come il social network dei social network. In realtà è un programmino che raduna in un sol colpo tutti i principali servizi Web come YouTube, Facebook, MySpace, Flickr, nonché i vari feed selezionati dall’utente; in questo modo, il navigatore sociale ha il vantaggio di poter sfruttare un’unica interfaccia – con un unico login di accesso – per avere sott’occhio i propri siti preferiti. Una delle funzioni più utili del programma è rappresentata dalla possibilità di visualizzare in modo trasversale tutti gli ultimi eventi registrati sui vari social network, sia che si tratti di un invito a cena piuttosto che della foto del collega di lavoro, e di comporre una sorta di hit parade dei contatti più attivi.
8hands non è l’unico servizio di questo tipo. L’alternativa più nota è rappresentata probabilmente da Flock che proprio lo scorso novembre ha messo online la sua versione 1.0. In questo caso si tratta di un browser, quindi un programma da usare in alternativa a Explorer o Firefox, per tenere traccia dei propri amici online. In entrambi i casi si tratta di servizi suscettibili di miglioramenti, ma rappresentano comunque ottimi tentativi di radunare tutti i propri contatti sociali sotto un unico ombrello.

Big Think, quando i video servono a condividere le idee

http://flickr.com/photos/rkottonau/161053228/
Reading di poesia. Lezioni di storia dell’arte e di drammaturgia. Filosofi che discutono sul rapporto tra fede e ragione. Politici a confronto sulle sfide della democrazia. Ma anche confronti su amore e felicità, vita e morte, gli scenari del futuro. Tutto rigorosamente in versione video e con il massimo grado di interattività. Così come web 2.0 comanda.
Stiamo parlando di Big Think, portale di video-sharing fresco di lancio che è stato subito battezzato come il “You Tube per intellettuali“. Niente immagini sgraffignate dalla tv, esibizioni di pseudo-cantanti o video confessioni di adolescenti chiusi tra le quattro mura della cameretta. Ma solo opinioni ben documentate di esperti intervistati sui temi più caldi dell’attualità culturale.
“Le interviste sono solo un elemento di partenza - spiegano gli ideatori - servono a dare la scintilla alla discussione fornendo un esempio di cosa i leader di oggi pensano su grandi argomenti”. Poi sta agli utenti allargare l’orizzonte e rendere più dialogica la discussione. Attraverso i commenti e non solo. Anche proponendo nuove idee o rispondendo a quelle già pubblicate sotto forma di video-risposta.
Nato dall’incontro tra Peter Hopkins, ex studente di Harvard, e Lawrence H. Summers, segretario del Tesoro Usa durante il secondo mandato di Bill Clinton (la storia di questo incontro è ben raccontata dal New York Times), Big Think intende fare da cassa di risonanza per le migliori idee sulle grandi questioni globali. “Ho sempre creduto che le persone della mia età sono assetate di maggiori contenuti intellettuali”, dice Summers. “L’idea dietro il nostro progetto - spiega il giovane Hopkins - è che bisogna sedersi per qualche minuto e ascoltare le persone che sanno qualcosa in più”.
Chissà se riusciranno in questa impresa anche con i nativi digitali abituati al mordi-e-fuggi di YouTube.

Arriva Hatebook, l’ultima ondata del movimento anti-social

http://www.flickr.com/photos/cambodia4kidsorg/1588259367/
“Benvenuto nell’Impero del male”. È l’avviso ricevuto da chi entra in Hatebook, un social network che vuole riunire le persone con una passione in comune: l’odio. Qui le attività preferite sono la ricerca dei nemici online e il gossip. Le parodie di Facebook come questa hanno successo: gli utenti possono sfogliare sul web anche un altro Hatebook, disegnato come una bacheca virtuale dove criticare insieme mode, pensieri, persone, generi musicali. Insomma, se c’è chi sui social network ha imparato a spostare il proprio business, prostituzione compresa, qualcuno nel mondo del web 2.0 inizia a ironizzare sulla moda di condividere tutto e di essere sempre connessi, dovunque e a qualsiasi orario. Ne avevamo già parlato citando il caso di Isolatr, che però, è il caso di dirlo, non è più un fenomeno isolato.

Nel movimento anti-social rientra Snubster, un sito-cestino in cui far partecipare altri utenti al risentimento verso personaggi e tendenze: da George W. Bush a Tom Cruise, da Myspace a Paris Hilton. Secondo alcuni potrebbe essere comunque un’idea per aggregare persone: Snubster è diventato un’applicazione nella community di Facebook. E come non sorridere pensando agli eventi “No” organizzati dalla community di Noso, “incontri senza incontri” che sono parodie dei barcamp? L’appuntamento è in un caffè, un parco, una strada: poi, come scrivono gli autori del sito, “le persone arrivano da sole, disconnesse e non gli è permesso di parlare con nessuno, ma saranno presumibilmente soddisfatte del fatto che gli altri NoSo stanno condividendo l’esperienza”.
Leggi anche: Nell’era del web 2.0 anche le escort si mettono online

Il futuro di Facebook

Sopa, Megaupload e il resto
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