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web 2.0

Alla fine l’iPhone ha tolto i lucchetti. A dare l’annuncio dell’apertura dello smartphone Apple ad applicazioni concepite da altre aziende è lo stesso Steve Jobs che, con una lettera sul sito Apple, fa sapere di essere emozionato all’idea di creare una “vibrante comunità di sviluppatori” di software intorno al gioiello della casa. Consapevole di aver creato “la miglior piattaforma mobile di tutti i tempi per gli sviluppatori”.
Intanto dal Summit Web 2.0 che si sta tenendo in questi giorni a San Francisco arrivano altri due annunci analoghi. Il primo da MySpace che, probabilmente sulla scia di una simile iniziativa presa mesi fa dal concorrente Facebook, promette di aprire il proprio sito verso l’esterno.
L’apertura dovrebbe essere bidirezionale: non solo aziende diverse potranno scrivere applicazioni per MySpace, ma a quel punto gli utenti potranno anche prenderle, installarle e modificarle a piacimento. Inoltre agli utenti del più grande sito di social networking del web sarà possibile accedere alla propria pagina su MySpace anche da altre piattaforme usando uno specifico widget, un’interfaccia utente.
Anche il colosso della telefonia Nokia, in occasione del lancio del suo internet tablet N8100, fa sapere che c’è massima apertura da parte dell’azienda verso chiunque voglia sviluppare software per il nuovo smartphone, che i proprietari del telefono potranno scaricare e installare tramite Ovi, la piattaforma dei servizi Nokia.
Apple, Nokia, Myspace: cosa succede a queste aziende che fino ad oggi avevano difeso con le unghie gli sbarramenti posti a difesa delle proprie creature? Stanno prendendo atto di una tendenza del mercato, spiega in un articolo il Times. L’ampia offerta di servizi via internet fa nascere nei consumatori l’esigenza di poterne fruire tramite qualunque sito o apparecchio scelgano di utilizzare. E allora meglio tenersi i clienti dando loro maggior libertà, piuttosto che perderli per eccesso di protezionismo.
Si può dire ancora qualcosa di nuovo quando si parla di social network? Per Yahoo sì, ed è per questo che la web company americana sta mettendo a punto Mash, il suo personalissimo esperimento di web 2.0 da dare in pasto alle comunità di Intenet. Come i suoi simili, vedi Facebook e MySpace, Mash vuole offrire agli utenti uno spazio virtuale da personalizzare in lungo e in largo, anche tramite l’innesto di applicazioni esterne, come Flickr RSS, Common Friends e Blog Module. In più, il social network di Yahoo si propone di offrire a tutti i fruitori del servizio la possibilità di scambiarsi le informazioni personali, modificandosi a vicenda i propri profili; in pratica una sorta di wiki applicato al mondo dei social network.
Allo stato attuale Mash è in fase di Beta testing al quale è possibile accedere tramite invito. Ma quando sarà terminata la fase di collaudo Yahoo potrà a tutti gli effetti recitare una parte di primo piano nel mondo delle web-community. Un modo, insomma, per rimediare al mancato acquisto di Facebook, anticipando (per una volta) le mosse di Google.
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“Walled garden”, ovvero giardini murati. È ciò che stanno diventando gran parte dei servizi della nuova ondata “social” del web 2.0 (tipo MySpace, YouTube, Flickr). Bravissimi ad attirare utenti e aprire spazi personali su cui poter pubblicare e condividere risorse di ogni tipo. Ma anche attenti a blindare i nostri dati per costringerci a svolgere qualsiasi attività all’interno del loro recinto. Giardini, appunto, ma con alte muraglie per impedire agli utenti di scappare e andare a generare traffico sui siti dei concorrenti. È così che, se per qualsiasi motivo ci si vuole trasferire su un altro network sociale, tutti i dati, le relazioni e le risorse create andranno perdute. Altro che condivisione!
Dagli Stati Uniti arriva ora la proposta di un “Bill of rights” per iniziare ad abbattere questi steccati e ridare agli utenti quanto gli spetta. E cioè, una carta dei diritti che, come la più famosa Costituzione americana del 1791, stabilisce i principi fondamentali della cittadinanza digitale nell’era del web 2.0. Le parole-chiave sono possesso, portabilità e libertà di movimento per le informazioni personali (profili, liste di persone con cui si è in contatto, flussi di attività e contenuti creati). In altre parole, gli utenti dovranno avere la possibilità, in qualsiasi momento, di disporre dei propri dati su siti terzi certificati e, cioè, non commerciali.
“The machine is Us/ing us”
Al di là del successo a cui andrà incontro l’iniziativa, il Bill of Rights for the Open Social Web solleva un problema destinato a diventare cruciale nei prossimi anni: l’emergere di una nuova arena sociale impone una ridefinizione dei diritti fondamentali degli utenti-cittadini. A patto, però, di affrontare la questione a livello globale, e non con i tentativi (spesso di censura ex-post e, quindi, per nulla incisivi) delle singole legislazioni nazionali. In questa direzione va anche la richiesta fatta nei giorni scorsi da Google dal palco dell’Unesco: il tema è quello ancora più scottante della privacy, per la quale Mountain View si dice pronta a portare avanti una crociata internazionale “per creare standard globali minimi, in parte decretati dalle leggi e in parte da auto-regolamentazioni”. Una prima risposta alle tante critiche piovute sul colosso di Mountain View?

Alla Opa, Online Publishers Association, devono essere stati particolarmente felici di dare al mondo la bella notizia. Finalmente la fruizione di contenuti ha ampiamente surclassato le altre principali attività normalmente svolte su internet. Attraverso l’analisi degli ultimi quattro anni dell’Internet Activity Index, l’Opa ha scoperto che adesso gli utenti in rete spendono metà del loro tempo online consultando “contenuti”. Nel 2003 il tempo dedicato a questa attività era solo il 34 per cento, mentre a farla da padrona era la comunicazione (46 per cento del tempo dedicato). La ricerca è passata a occupare il 5 per cento del tempo online contro il 3 per cento del 2003, mentre ha subito una flessione, sia pur leggera (dal 16 al 15 per cento) il commercio.
E se la gente passa più tempo a fruire i contenuti, che tipo di contenuti visita e come? Per capirlo arrivano in soccorso altre due ricerche. La prima (file pdf), svolta dall’Università di Harvard e focalizzata sul consumo di notizie, esaminando il traffico presente su oltre 160 siti per un anno, ha appurato che rispetto ai siti dei grandi giornali nazionali e delle emittenti e dei periodici locali, ad avere un crescente successo sono i siti di informazione non tradizionali (dagli aggregatori di notizie ai blog più influenti) che nulla hanno a che vedere con i media istituzionali. Il solo Digg.com è passato dall’aprile del 2006 allo stesso mese del 2007 da 2 milioni di visitatori mensili a oltre 15 milioni.
Quanto ai blog, altri dati interessanti arrivano dalla periodica relazione sullo stato della blogosfera di Technorati, una vera autorità nel campo dei blog e dei social media. Oltre 12 milioni di americani adulti avrebbero attualmente un blog aperto, e oltre 57 milioni di americani leggono i blog. 120 mila nuovi blog vengono creati ogni giorno e ne esistono all’incirca 70 milioni nel mondo. Infine 22 dei 100 siti più popolari al mondo, indovinate un po’? Sono blog.

Qual è l’identikit dell’utente medio di un social network? Ce lo si immagina di solito dotato di una buona dimestichezza all’utilizzo Internet, e con una naturale predisposizione al contatto con altri utenti con i quali condividere i propri interessi. Ma credereste mai che esistano utenti “sociali” con il pelo folto, le vibrisse o magari con una spiccata passione verso i gomitoli di lana e i bastoncini di legno? Tutto vero, provare per credere: basta entrare su MyCatSpace o su MyDogSpace, le due insolite varianti di MySpace (ma che con il portale di Rupert Murdoch non hanno, nome a parte, nulla a che vedere) dedicate ai cani e ai gatti.
Non si tratta di semplici siti per gli amanti degli animali, ma di due risorse online in perfetto stile web 2.0 dedicate ai migliori amici dell’uomo. All’interno dei due portali (rigorosamente distinti, forse per evitare l’insorgere di cyber-zuffe), i cinofili e i gattofili di tutto il mondo possono infatti caricare le foto dei propri fidati compagni a quattro zampe, scambiarsi opinioni, lasciare commenti, creare blog e partecipare ai forum sui temi più caldi. Perché in fondo, come si legge dalla home dei due portali, anche cani e gatti si meritano il loro MySpace.
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“L’idea che Google abbia un ampio margine di vantaggio sui concorrenti perché può contare sugli scienziati migliori è diventata un po’ antiquata. I motori di ricerca tradizionali non funzionano più: mancano di libertà, community, affidabilità e trasparenza”. Parola di Jimmy Wales, il fondatore di Wikipedia, che dopo aver dato un dura lezione all’ingessato (e intoccabile) mondo delle enciclopedie, è ora pronto a lanciare una nuova sfida dal sapore impossibile: un motore di ricerca open source in grado di scalzare i principali search engine proprietari. Il primo a doverne pagare le conseguenze è ovviamente Google: in più occasioni Wales non ha mancato di criticare la vocazione commerciale e monopolistica di Mountain View e le sue conseguenze potenzialmente pericolose per la libertà in rete.
La ricetta di Wikia Search - questo il nome del progetto che dovrebbe vedere la luce entro la fine dell’anno - è la stessa alla base della nota enciclopedia collaborativa: trasparenza (garantita dall’utilizzo di software open source), community (gestione affidata a centinaia di utenti-autori- programmatori, piuttosto che a pochi esperti), qualità (grazie ai controlli incrociati degli utenti che segnalano i risultati pertinenti), privacy (i dati personali non saranno utilizzati per scopi di marketing). Proprio in questi giorni, Wales ha annunciato l’acquisizione di Grub, un software in grado di utilizzare la potenza di più computer in rete per raggiungere uno scopo comune. Un po’ lo stesso meccanismo di SETI@home, il gigantesco progetto di calcolo distribuito per la ricerca di vita extra-terrestre. Anche qui, un’inversione di tendenza netta rispetto ai potentissimi server centralizzati di Mountain View che ormai custodiscono molte informazioni sulle nostre attività online.
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Potrebbe essere considerato come una sorta di “Blob” di Internet, solo che qui non ci sono gli spezzoni televisivi ma i videoclip trasmessi da YouTube, e al posto di Enrico Ghezzi e soci c’è uno staff di 25 specialisti della rete capaci di mettere al settaccio ogni 24 ore l’intero video-universo del web. Questo è in sintesi The Daily Tube, il nuovo sito realizzato dall’americana Condé Nast che si propone di radunare tutto il meglio dei principali servizi di video-sharing: YouTube, dunque, ma anche MetaCafe, iFilm e Revver.
Rispetto agli altri aggregatori video presenti in rete – è il caso di WeShow, Aggrega, uVouch, VodPod, Pikspot, e Feedbeat, The Daily Tube punta su una divisione per categorie, (si può scegliere fra video giornalieri, musicali, umoristici, celebrità, fino ai cosiddetti “late night” delle tv americane) e permette di ricevere via email i contenuti selezionati dagli editor del portale.
Anche se non può essere considerato un servizio di social network (tant’è che non è nemmeno richiesta la registrazione), The Daily Tube permette comunque agli utenti di segnalare i propri video, nonché di votare e commentare quelli più interessanti. In questo modo è possibile avere una graduatoria aggiornata dei migliori spezzoni apparsi ogni settimana, ogni mese e ogni anno; c’è pure una classifica con le clip più cliccate di ogni tempo. Un modo come un altro per rivedere i video che hanno fatto la storia di Internet. Come questo:

Costruirsi in casa una piattaforma per organizzare, condividere e pubblicare i file multimediali? Meglio comprarsela già pronta. A questo devono aver pensato i vertici di Nokia prima di decidere di acquistare Twango, il social network che assomiglia un po’ a Flickr e un po’ a Youtube, visto che permette di caricare, scaricare e gestire le foto, i video e i clip audio, compresi quelli scattati o registrati con il cellulare.
È facile pensare che per la società finlandese si sia trattato di una mossa dettata dalla rapida evoluzione dei dispositivi portatili di ultima generazione: se fino a qualche tempo fa la vera rivoluzione la facevano le fotocamere a bordo dei telefonini, ora la vera frontiera è rappresentata dalla possibilità di gestire i contenuti direttamente dal proprio device mobile, creando album multimediali condivisi o pescando dagli archivi di altri utenti. Del resto, solo nel 2006 Nokia ha venduto circa 140 milioni di cameraphone; un numero di per sé sufficiente a giustificare la necessità di dotarsi di un servizio come quello offerto Twango, che con ogni probabilità verrà presto integrato all’interno dei telefonini che usciranno dagli stabilimenti di Helsinki.
Per gli utenti Nokia, ciò si tradurrà nella possibilità di sfruttare un contenitore virtuale, già precaricato nel telefonino, su cui depositare gli scatti, i video o le registrazioni audio, o nel quale “frugare” fra gli archivi degli altri utenti registrati. Allo stato attuale Twango permette di effettuare l’upload e il download di contenuti multimediali, di editarli e di etichettarli mediante tag identificativi. Oltre al classico caricamento da pc, il servizio propone già una modalità di inserimento dei file da telefono cellulare, attraverso una procedura (in verità piuttosto elaborata) via mms o email. Naturalmente, l’integrazione nativa del software di Twango all’interno dei telefonini Nokia potrebbe portare a snellire l’operazione, rendendola più intuitiva e automatica. Una notizia che di certo farà piacere agli operatori di telecomunicazioni, che proprio sul traffico generato dai servizi legati al mondo multimediale stanno cercando di costruire il business del futuro.
È l’effetto YouTube: le sue conseguenze sono dirompenti non solo per l’industria dei media e dell’intrattenimento, ma anche per la ben più algida comunicazione scientifica. Senza il portalone di video-sharing, sarebbe difficile pensare a un progetto come il Journal of Visualized Experiments (JoVE), rivista scientifica dal piglio davvero innovativo.
Invece dei soliti articoli testuali strutturati secondo il rigido schema introduzione, materiali e metodi, risultati, discussione e conclusioni, JoVE propone video-articoli sui temi più disparati delle scienze della vita (qui l’ultimo numero dedicato alla biologia delle mosche).
Posizionati davanti alla telecamera, i ricercatori introducono l’esperimento e poi lo riproducono in tutte le sue fasi (il tutto è montato, per ovvie ragioni di tempo). Un modo per essere trasparenti (quanti esperimenti sono stati truccati, ma non potremo saperlo mai), ma anche per stare al passo coi tempi.
Il tutto per fare una divulgazione migliore tra gli studenti, che così possono apprendere più facilmente le tecniche base. Ma anche per avvicinarsi al grande pubblico: abbiamo tutti meno timore di fronte a un video in cui uno scienziato in carne e ossa (altro che impersonalità della scienza) ci spiega il lavoro fatto in laboratorio.

Flickr è sempre meno solo. Dopo Getty Images il celebre sito per la condivisione delle foto dovrà guardarsi le spalle da un nuovo rivale, capitanato niente meno che da Bill Gates: Corbis. La società, una delle agenzie fotografiche più famose del mondo, si era finora limitata ad operare nel mercato delle immagini professionali di altissima qualità, dalla cui vendita, spiega in questo articolo il New York Times, ha ricavato fino a oggi circa l’85% del suo flusso di cassa. Poco a che vedere, dunque, con la libera circolazione dei contenuti e coi paradigmi del web 2.0, del quale proprio Flickr è da sempre una delle espressioni più riuscite.
Da oggi però, e qui sta la notizia, anche la società fondata nel 1989 da Mister Microsoft si apre ai contenuti generati dagli utenti. Lo fa con un sito nuovo di pacca – SnapVillage – che permetterà di fatto a tutti gli utenti, professionisti o fotoamatori che siano, di inviare le proprie fotografie. Il vantaggio, rispetto a Flickr, sarà dato dalla funzionalità “microstock” del servizio, che consentirà in pratica a tutti gli iscritti di vendere online le proprie foto, decidendone il costo, da 1 a 50 dollari. All’acquisto, Corbis corrisponderà al fotografo il 30 per cento del prezzo stabilito, attraverso una normale transazione via Paypal.
Come si può facilmente notare facendo un giro sulla versione beta del portale, SnapVillage sfrutta tutti i punti di forza del web 2.0, dai tag ai commenti fino alla navigazione per categorie. Non poteva mancare la possibilità di visualizzare le immagini col maggior indice di gradimento, le più “snappy” per usare lo stesso linguaggio del sito.
Cos’abbia spinto Corbis a gettarsi nella mischia del web sociale lo fa capire senza mezzi termini Gary Shenk, presidente di Corbis, che proprio al New York Times ha rivelato: “In questo mercato stiamo assistendo a un processo di cannibalizzazione. Possiamo lasciare che ci consumi oppure diventarne parte”. Come a dire: o il web 2.0, o la vita.