Leggi tutte le notizie su:


web

Accendo la luce per connettermi a Internet

Led per l'accesso wireless a internet

Led per l’accesso wireless a internet

Una stanza luminosa per connettere a Internet computer, cellulari e iPhone. Senza cavi che intralciano il cammino tra le scrivanie. I punti di accesso alla rete, però, non sono le antennine degli hotspot, ma led come quelli che illuminano il percorso nelle sale cinematografiche o i pulsanti per sollevare i finestrini nelle automobili. È una tecnologia che sfrutta per l’invio di dati le impercettibili intermittenze di luce emessa dai led: si tratta di un progetto sviluppato da alcuni ricercatori del Boston University college che di recente hanno ottenuto finanziamenti da una prestigiosa istituzione americana, la National science foundation.

L’area wireless “luminosa” è in grado di collegare alla rete apparecchi come televisioni, radio, computer, telefonini e termostati: ma quali sarebbero i vantaggi rispetto alle attuali tecnologie? Secondo i ricercatori, i led raggiungono la velocità di dieci megabit al secondo per la trasmissione wireless, superando il Wi-fi. Inoltre, gli utenti sarebbero anche più sicuri da intercettazioni o da persone collegate clandestinamente perché la luce, a differenza delle frequenze Wi-fi, non attraversa i muri. L’area wireless, quindi, sarebbe confinata unicamente nel perimetro di una stanza. Il sistema proposto dal Boston University college ha anche un risvolto ecologico: nei prossimi anni le lampadine a incandescenza saranno sostituite da fonti luminose che richiedono un minore consumo energetico. E una zona illuminata da led permetterebbe contemporaneamente di ridurre i consumi e di avere a disposizione una connessione a internet superveloce. La prima applicazione immaginata dai ricercatori, però, è nei trasporti: gli ambienti interni delle autobili, per esempio, contengono led.

Già sette anni fa Stephen Leeb, professore al Mit, aveva proposto di usare le lampadine tradizionali per trasmettere dati in ambienti chiusi: il suo apparecchio permetteva di affievolire la luce per una piccola frazione di secondo, generando oscillazioni luminose sono impercettibili alla vista, ma tali da consentire l’invio di informazioni. Il progetto è uscito dal laboratorio ed è diventato un’azienda, Talking lights: il sistema sviluppato da Leeb utilizza lampadari e abat-jour per trovare persone e oggetti che indossano badge o altri dispositivi in grandi edifici: finora è stato utilizzato da alberghi, ospedali e casinò

.

Chrome: una prova “su strada”

Chrome

Il giorno del lancio la voce di Sundar Pichai era entusiasta: ha presentato in una teleconferenza mondiale Chrome, il gioiello che ha costruito con il suo team. Il browser di Google sembra candidato a diventare la “cornice” per tutte le attività in rete: un sistema operativo come Windows, ma che archivia le informazioni in rete. Per ora, però, è soprattutto un browser. E alcune caratteristiche sono interessanti: il nuovo prodotto di Mountain View migliora alcune funzioni di rivali come Firefox e Internet Explorer. O, in altri casi, si limita a replicarle.

La rivoluzione di Chrome spiegata dal team che ha progettato il browser di Google

Chrome è veloce e dimostra le sue capacità soprattutto con i siti “complessi”, ricchi di immagini e funzioni: le mappe e le pagine dei social network, per esempio, appaiono rapidamente. Consente la navigazione “in incognito”: per rispettare la privacy degli utenti, i siti visitati non vengono archiviati nella memoria del browser. Non si tratta, ovviamente, di anonimato assoluto, ma di un livello avanzato di riservatezza. Come gli altri browser, permette di aprire più tabelle contemporaneamente nella stessa finestra: se una si blocca (e quante volte capita durante il caricamento di un file pdf, per esempio), non si arresta l’intero software. Allo stesso modo di un sistema operativo, è possibile sapere quante risorse del computer sta impegnando digitando la combinazione di tasti “shift” e “esc”: appare una finestra che indica l’effettivo impiego di memoria. Inoltre, si può trascinare la tabella fuori dalla “cornice” e trattarla come una finestra indipendente. La pagina iniziale, poi, contiene le icone dei siti più visitati: sulla destra c’è una cronologia dei preferiti e l’elenco delle pagine chiuse di recente. La barra dove si scrivono gli indirizzi è un motore di ricerca chiamato “omnibox”: permette di cercare su internet non soltanto siti, ma anche argomenti. Alla sua destra, c’è una pagina in miniatura con l’orecchietta abbassata: consente di creare icone (sul desktop, sul menu avvio e sulla barra delle applicazioni) per accedere rapidamente alle applicazioni più usate.  Il browser di Google pesa appena 7 megabyte.

LEGGI ANCHE: Navigare su internet con la firma di Google e Ubiquity: così Firefox va verso il web semantico

Navigare su internet con la firma di Google: arriva Chrome

Chrome

Il web è mobile? Non ancora, ma l’Italia apre la strada

Internet mobile

Eppure sono molti i fattori che fanno credere che il settore della mobilità sia ormai pronto a fare il fatidico “botto”. C’è innanzitutto l’interesse dei colossi di Internet, entrati di prepotenza nel mercato dei Mobile Content sulla scia della crescita del web. Secondo Andrea Rangone, Responsabile Scientifico Osservatorio Mobile Content della School of Management del Politecnico di Milano, “questi attori stanno introducendo rapidamente nel mondo mobile le piattaforme tecnologiche del mondo pc-centrico e di Internet in particolare e stanno spingendo verso un modello di business basato sulla pubblicità e su una forte integrazione tra il mondo mobile e quello web”. Le logiche del business del web in formato mobile, insomma, non sarebbero molto diverse da quelle del mondo pc, anche se in questo di caso di mezzo ci sono gli operatori. E il ruolo delle Telco, lo si è capito da tempo, non è marginale. Oggi più che mai le varie Tim, Vodafone, Wind e H3G hanno il delicatissimo compito di proporsi non solo come classici fornitori di servizi quanto piuttosto di fungere da “facilitatori”. Per farlo, è necessaria una maggiore aggressività nelle tariffe (che dovranno necessariamente puntare su proposte “flat” chiare e vantaggiose) e su migliori logiche di gestione del mercato.

L’Italia, per una volta non è in coda, anzi. Il nostro Paese avrà nei prossimi anni un ruolo da apripista considerata l’alto diffusione dei terminali di terza generazione. Filippo Renga, Responsabile della ricerca ne è convinto: “Dobbiamo guardare con grande attenzione a questa crescita lenta che registriamo per il secondo anno consecutivo, dopo anni in cui eravamo abituati a tassi dell’ordine del 50%. Sia per penetrazione sulla popolazione, sia per diffusione di terminali 3G, l’Italia è prima in Europa e molto avanti anche rispetto agli Stati Uniti. Questo primato fa sì che per le società italiane si profilino importanti prospettive di internazionalizzazione, in parte già colte e in parte ancora da cogliere”.

Ma quali sono i servizi di nuova generazione che tirano di più? La tv in formato mobile non decolla: anzi, smaltita la sbornia iniziale, pare essersi stabilizzata su una quota di poco superiore al 10%, quasi a rimarcare una dinamica poco brillante che ha bisogno al più presto di un’offerta più matura e attraente. Lo stesso dicasi per il settore dei contenuti musicali, che rimane pressoché invariato nonostante la grande attenzione riservata dagli utenti verso il mondo del download e dell’ascolto in streaming. Le indicazioni migliori arrivano invece dai servizi basati sulla navigazione su Internet, che guidano un’area di contenuti non ancora ben catalogati, ma che è cresciuta nel 2007 di quasi 30 punti percentuali, arrivando a occupare il 45% del volume d’affari generato dal Mobile Content. In questo segmento rientrano anche i contenuti basati sugli inossidabili Sms, sempre più spesso utilizzati come strumento immediato e di facile utilizzo per promuovere servizi.

Quanto alle nuove frontiere, le migliori indicazioni arrivano dai servizi connessi ai concorsi a premi e da quelli basati sulla localizzazione. I primi, nonostante una regolamentazione ancora un po’ nebulosa, offrono interessanti prospettive soprattutto per la loro capacità di fare da traino ad altri servizi e contenuti. Tanto che sempre più spesso vengono utilizzati per incentivare l’acquisto di giochi, servizi di comunicazione e community, o per spingere l’interazione con i media (ad esempio tramite i meccanismi di voting) e generare nuovi canali di promozione dei prodotti. Quanto ai servizi location-based, si tratta di una frontiera tutta da esplorare, considerate anche le varie combinazioni che possono venire a crearsi con i diversi contenuti portatili, dalle foto geo-referenziate alle ricerche per chiavi geografiche ai servizi di community localizzati. Ovviamente, in questo caso molto dipenderà dalla diffusione dei terminali con Gps integrato, che per il momento resta ancora limitata.

Wild Web Woods, il gioco per guidare i bambini nella foresta nera di Internet

Consiglio d'Europa
I bambini e internet: come proteggerli dalle insidie della rete? Il Consiglio d’Europa ha pensato che la forma ludica fosse la migliore per veicolare messaggi sulla sicurezza e ha appena lanciato ‘Wild Web Woods‘, un gioco in internet che permette l’interazione multimediale in 13 lingue: olandese, finlandese, francese, tedesco, greco, ungherese, italiano, polacco, portoghese, spagnolo, rumeno, russo e turco.
Il gioco è stato sviluppato per aiutare i bambini a imparare le regole di sicurezza nell’uso di internet. Basato sul superamento di vari livelli, utilizza favole conosciute per guidare i bambini attraverso il labirinto dei potenziali pericoli che si nascono in internet. Ideato per bambini dai 7 ai 10 anni, è stato lanciato in inglese alla fine dell’anno scorso ed è ospitato dal sito del Consiglio d’Europa. Le 47 nazioni aderenti all’organizzazione si stanno impegnando nella lotta a tutte le forme di criminalità che sfruttano internet. L’iniziativa è stata concepita nello spirito del Consiglio contenuto nel programma ‘Costruire l’Europa con e per i Giovani’ per la protezione di tutte le forme di violenza online.
Ma in che consiste il gioco? Si devono compiere delle piccole missioni, collezionare chiavi o monete e leggere i cartelli che compaiono via via, e che contengono avvisi e consigli su come usare il web responsabilmente. Ai bambini viene spiegato che è bene non esagerare con i videogiochi perché possono “creare dipendenza”, che non devono mai dare le proprie generalità, ad esempio nome e indirizzo, quando interagiscono con sconosciuti online e che non sempre c’è da fidarsi di chi si incontra in rete.
I cartelli però spesso sono troppo lunghi e scritte in carattere piccolo, e possono risultare respingenti, specialmente vista la giovanissima età del target cui il Consiglio d’Europa si rivolge. Inoltre in qualche caso manca la traduzione italiana e il testo è in inglese. Infine alcuni consigli risultano quanto meno anacronistici, come quello che riguarda le email. E’ giusto avvertire che spesso nella casella di posta elettronica arrivano annunci pubblicitari o messaggi con allegati che possono veicolare virus, ma sembra un po’ fuori dal tempo la considerazione che “Se vuoi dire a qualcuno qualcosa di veramente personale dovresti mandargli una lettera manoscritta”.

Troppi video, Internet rischia il collasso nel 2010

http://flickr.com/photos/jaycoxfilm/2036286317/
Godetevi Internet a banda larga finché potete, perché di questo passo la Rete rischia davvero il collasso. È quanto emerge da una ricerca condotta da Nemertes Research e riportata dal quotidiano americano Usa Today. Il problema – rivela lo studio - nascerebbe dalla diffusione massiccia dei servizi video su banda larga: “fino a due anni fa - puntualizza Johna Till Johnson, presidente di Nemertes - nessuno sapeva cosa fosse YouTube; ora sappiamo però che genera 27 milioni di gigabyte di dati al mese. E la situazione potrebbe peggiorare, considerando l’escalation dei nuovi servizi di video-conferenza, formazione a distanza e assistenza sanitaria online”.

Quanto ci resta ancora da navigare, o meglio, per quanto tempo potremo ancora navigare col vento in poppa? Più o meno due anni, dice la ricerca: il 2010, infatti, potrebbe già essere l’anno nero delle connessioni: “L’esperienza degli utenti subirà una lenta e progressiva degradazione e si tornerà ai giorni nefasti delle connessioni dial up”.
Per evitare uno scenario di questo tipo, suggerisce Nemertes, gli operatori dovrebbero aumentare gli investimenti. Solo nel Nord America, per fare un esempio, servirebbero oltre 50 miliardi di dollari di nuovi finanziamenti per le spese di rete, quasi il 70% in più di quello che è attualmente pianificato.

Emergenza reale o allarme ingiustificato? Di certo qualcosa di fondato c’è. Lo dimostra tutto il lavoro di sviluppo per il rinnovamento delle tecnologia di trasmissione dei dati a pacchetto. C’è però chi obietta che si tratti dell’ennesimo polverone sollevato dagli operatori di telecomunicazioni che sperano in questo modo di avere vita facile con i legislatori che si occupano di regolamentare il settore. E il fatto che la ricerca sia stata commissionata dall’Internet Innovation Alliance, l’alleanza che annovera fra i suoi membri colossi del calibro di At&T o Level3, già di per sé fa nascere qualche dubbio.

Per Mario Mella, Direttore Network & Systems di Fastweb, “la Rete non è ancora prossima al collasso ma è indubbio che il traffico sia in crescita continua”. “Ciò – spiega il responsabile - dipende sia dai volumi generati da servizi video tipo YouTube, sia dal ricorso sempre più massiccio al peer-to-peer”. Occorre però fare una chiara distinzione fra la saturazione sulla rete d’accesso e quella sulle dorsali internazionali. “Nel primo caso”, sottolinea Mella, “vi potranno essere problemi legati alla diffusione dei servizi a larga banda e alla quantità di banda utilizzata per singolo cliente”, ma siamo tuttavia lontani dagli scenari apocalittici visti poc’anzi. In Italia, per esempio, con l’attuale penetrazione del broadband (circa il 35% delle utenze), la rete (che è ancora quella in rame di Telecom) è perfettamente in grado di sostenere il traffico attuale. “Qualche difficoltà”, ci spiega il nostro interlocutore, “potrà nascere fra circa cinque anni, quando la diffusione dei servizi broadband supererà il 60-70%, ma a quel punto l’avanzata delle reti di nuova generazione sarà già tale da permettere un aumento della capacità di carico”.

Quanto al secondo aspetto, quello delle grandi dorsali internazionali, l’impressione è che la Rete possa reggere l’urto della crescita dei volumi nella misura in cui gli operatori riusciranno a sostenere gli investimenti per l’aggiornamento delle infrastrutture. “È evidente – ci tiene a sottolineare Mella - che un concetto come quello della Net Neutrality, ovvero di una Rete disponibile in modo illimitato a chiunque voglia portare servizi ai clienti finali, non è praticabile. Le risorse non sono infinite; pertanto la Rete potrà essere una commodity finché le risorse saranno disponibili. Dopo di che, chi vuole erogare servizi dovrà riconoscere una qualche forma di transito agli operatori, sia in funzione della priorità del traffico da immettere sulla rete, sia della qualità dei servizi offerti. Il traffico pregiato, che solitamente è quello legato ai servizi in real time, avrà priorità su tutti e quello di tipo secondario utilizzerà la banda residua”. Una sorta di pedaggio, dunque, con il quale i vari attori del Web pagheranno gli operatori in funzione del valore dei servizi offerti. Le strade di Internet potrebbero essere ancora infinite ma, forse, non più gratuite.

Microsoft si compra una fetta di Facebook

Logo del sito
Alla fine l’ha spuntata ancora lui, Bill Gates. Battendo in volata competitor agguerritissimi (e anche decisamente più dotati in termini di web-appeal) come Google e Yahoo, lo zio Paperone d’America e la sua Microsoft si sono accaparrati un fetta, anzi una fettina, di Facebook, probabilmente il social network più popolare del momento. Circa 240 milioni di dollari la cifra sborsata dalla casa di Redmond per portarsi a casa l’1,6 percento delle azioni del sito fondato nel 2004 dal giovane Mark Zuckerberg, allora studente di Harvard. Una valutazione astronomica, così la definisce il New York Times, ma che eppure fa capire quanta convinzione c’è in Microsoft sulle potenzialità di questo modello di web sociale.

Ad attirare le attenzioni della software house più grande del mondo c’è in primo luogo l’enorme popolarità di Facebook: a soli 3 anni dalla sua fondazione, infatti, il servizio conta già su 42 milioni di utenti, e c’è da pensare che grazie al meccanismo contagioso del web condiviso saranno presto molti di più. Ma, si sa, le visite da sole non generano redditi, e a Redmond lo sanno bene. A stuzzicare l’appetito del gigante americano ci sono infatti ben altre “golosità”. Le opportunità per la crescita delle applicazioni, per esempio, soprattutto da quando (a maggio di quest’anno), Facebook ha deciso di aprire le porte agli sviluppatori; già più di 4000 le applicazioni, come giochi o strumenti di music sharing, che sono state sviluppate per il sito. Infine, e qui viene il bello (soprattutto per Microsoft) c’è tutto il discorso advertising; si da’ il caso, infatti, che oltre alla partecipazione azionaria, la società di Bill Gates si sia aggiudicata l’esclusiva per la vendita di spazi pubblicitari su Facebook, anche fuori dagli Stati Uniti.

A questo punto Microsoft entra di diritto nello scacchiere del social network, dove finora aveva assunto un atteggiamento non troppo aggressivo; dovrà vedersela naturalmente con la concorrenza dell’onnipresente Google, che proprio lo scorso anno ha siglato un accordo per la distribuzione pubblicitaria su MySpace, probabilmente il rivale numero uno di Facebook.

Motori di ricerca: l’affidabilità è solo un fatto di marketing

Sul web ormai si contano oltre 4.000 motori di ricerca, ma perché la maggior parte di noi continua ad usare solo Google, Yahoo! e Msn Live Search? Perché sono migliori degli altri? No, la risposta è un’altra e molto più semplice: perché ci fidiamo del marchio. Per dirla con il linguaggio del marketing, anche qui è tutta una questione di brand. Questa almeno la conclusione di un esperimento davvero singolare condotto nei laboratori della Penn State University (Usa) (qui un abstract e qui il paper completo in .pdf).
I ricercatori hanno effettuato alcune interrogazioni su Google e poi hanno integrato i risultati in pagine in cui compariva il logo di altri motori di ricerca. Hanno sottoposto il tutto a un panel di 25 studenti, chiedendo di giudicare la pertinenza di ciascun motore. Bene, i tester hanno giudicato la performance di Google e Yahoo! migliore rispetto a quella degli altri motori, nonostante si trattasse degli stessi risultati. Guarda caso proprio i due leader incontrastati del settore. Secondo l’istituto di ricerca Comscore, infatti, il 50 per cento delle ricerche sono effettuate su Google, circa il 25 per cento su Yahoo! e il 13 per cento su Msn Live Search.
I primi ad essere sorpresi sono stati proprio i ricercatori della Penn University: “Dal momento che non c’era alcuna differenza tra i risultati sottoposti, tutti i motori di ricerca avrebbero dovuto ottenere lo stesso punteggio” spiega Jim Jansen, docente al College of Information Sciences and Technologies “Evidententemente” conclude “anche qui interviene il fattore emozionale del branding”.

Nasce Ten Magazine, per giovani uomini che abbiano qualcosa da dire

Il primo digital magazine di Mondadori on line dal 28 giugno
La home page del nuovo Ten Magazine

C’era bisogno di un altro sito? Di un’altra community? Di altri luoghi dove caricare video e commentare quelli caricati dagli altri? Noi crediamo di sì e per questo presentiamo oggi Ten Magazine, il primo digital magazine di Mondadori (che è anche l’editore di Panorama e quindi di questo sito).
Scrivere per raccontare un sito è un’operazione inutile è un po’ ridicola: un sito va cliccato, esplorato, provato e quindi se volete sapere qualcosa di Ten Magazine dove semplicemente andare a guardarlo.

Qui possiamo raccontare qualcosa sul perché. Perché un editore come Mondadori realizza un prodotto come Ten Magazine. Proviamo a dirlo in tre parole: linguaggio, giovani, partecipazione. Sperimentiamo nuovi linguaggi per raggiungere un pubblico di giovani uomini, di ragazzi, e li invitiamo a partecipare. Ten Magazine è un magazine in senso stretto, organizzato in sezioni editoriali dall’impostazione tradizionale: il taglio e i contenuti sono un po’ meno tradizionali. Nel senso che lo sport, il bizzarro, il gossip, anche l’eros sono trattati sempre con un approccio, come si può dire, scanzonato, adatto per un sito che immaginiamo collocarsi su quella linea invisibile che divide informazione e intrattenimento. Ma poi dovranno per forza sempre essere divise?
Su Ten Magazine raccontiamo le cose buffe che succedono sulla Rete e cerchiamo nuovi protagonisti, ai quali dedichiamo l’area express yourself. Ovviamente non vogliamo che una ragazza di 12 anni strappi i capelli alla sua professoressa di matematica per esprimere la propria creatività (e anche se lo facesse, noi non pubblicheremmo il video…), piuttosto cerchiamo di stimolare i piccoli Silvan, che fanno cose come questa:

A proposito di ragazze, due parole sulle Diecine: ti piacerebbe che una tua amica partecipasse a un servizio fotografico - un vero servizio fotografico professionale - sexy? La puoi segnalare a Ten Magazine. Sei una ragazza e ti vuoi proporre? Basta farsi avanti. È un gioco, ovviamente.

Infine, i blog. Su Ten Magazine si possono aprire blog basati su Wordpress, cioè lo stato dell’arte in tema di piattaforme di pubblicazione: un ambiente quasi professionale per dire che saremo lieti di ospitare i blog di chi ha qualcosa da dire, e gli diamo uno spazio che potrà essere personalizzato utilizzando decine di template.

Ci sarebbero tante altre cose da dire, dal fatto che Ten Magazine è un prodotto multicanale (per ora web e mobile, ma poi chissà), che entro breve nascerà un’area dedicata alla musica e che faremo belle cose insieme a Radio Rock Fm, ma appunto preferiamo che sia il sito a parlare. I commenti, naturalmente, sono benvenuti.

Tv in prima serata? Meglio se vista dal web


In America la tv sbarca sul web in prima serata. Un’inchiesta della società di ricerca sui nuovi media Nielsen/Net Ratings (qui il documento .pdf) ha appurato che gli americani tra le 8 e le 11 di sera passano molto tempo sui siti dei network televisivi.
Quasi il 40% di tutto il tempo passato sul sito della Nbc, prima in classifica, è concentrato nella fascia oraria del prime time. Seguono Abc Primetime (29,6%) e Fox Broadcasting (26%).
Dalla ricerca emerge che complessivamente gli americani passano online il 13,7% del tempo compreso nella fascia di prima serata.
Internet batte la tv? Non proprio, ma la completa. Nonostante i contenuti presenti su internet siano disponibili sempre on demand, gli americani a quanto pare prediligono ancora l’orario serale per l’intrattenimento online, mentre dedicano il pomeriggio a cultura e amicizie.
Inoltre sono sempre di più i programmi che incoraggiano i telespettatori a votare online per stabilire chi deve vincere nelle gare televisive e questo spiega il fatto che parte dei collegamenti coincida proprio con la messa in onda di queste trasmissioni. I pubblicitari hanno colto questa tendenza e ne approfittano per rafforzare con campagne online i messaggi veicolati dagli spot tv.

Il futuro di Facebook

Sopa, Megaupload e il resto Il futuro di Facebook
@hobisognoditech, il blog di Guido Castellano
 
 
 
 
assicurazione.it Risparmia fino a 500€
mutui.it Risparmia fino a 15.000€
prestiti.it Risparmia fino a 2.000€
 
FacebookTwitter
NewsletterFeed rss
Mobile & AppsServizi SMS

  • Panorama Unplugged
  • Bruce Springsteen
  • Meteo
  • Calendari
  • Panorama su iPad
  • Cerca casa
  • Le nostre newsletter
  • Abbonati
  • Le uscite al cinema
  • Scopri il nuovo Panorama
  • Immobiliare.it
    Case  |  Uffici  |  Case Vacanza

    Provincia
    Tipologia
  • Abbonati subito a Panorama!
  • Applicazioni Mondadori
  • R101