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Li-Fi, il Wi-Fi del futuro è fatto di luce

Credits: Mike Deal aka ZoneDancer @ Flickr

Credits: Mike Deal aka ZoneDancer @ Flickr

A volte le buone idee possono impiegare secoli per vedere la luce. È il caso del fotofono, l’apparecchio con cui Alexander Graham Bell aveva dimostrato che la luce era in grado di trasmettere segnali audio o telegrafici. Correva l’anno 1880, e per un breve periodo l’apparecchio venne impiegato in campo militare come strumento di telecomunicazione. Oggi, 132 anni dopo, Harald Hass, ingegnere dell’Università di Edimburgo, ha trasformato il fotofono in una tecnologia che ha le carte in regola per sconvolgere il mondo delle telecomunicazioni. Si chiama Li-Fi e consente di trasformare qualunque lampada LED in un hotspot per la trasmissione di dati dalla Rete.
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Camera Futura, la geniale fotocamera con obiettivo wireless estraibile che funziona come uno smartphone

Credits: Artefact

Credits: Artefact

Troppe volte, nel corso della storia, si sono pronunciate sentenze frettolose, acerbe, che puntualmente si sono rivelate infondate. È successo per il libro (e il romanzo, nello specifico), dato per spacciato già dieci anni fa eppure ancora in piena (o quasi) salute. Sta succedendo anche per le macchine fotografiche. Proprio quando i risultati di mercato facevano snocciolare le prime catastrofiche analisi sull’imminente fine delle fotocamere per opera degli smartphone, a Seattle uno studio di interaction design chiamato Artefact lavora alacremente per dare un futuro alle fotocamere. Tra i tanti folli progetti che John Mann e soci hanno in cantiere, spicca infatti quello di una fotocamera che integra le funzionalità di uno smartphone.
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Wi-fi, un utilizzo improprio del laptop può causare danni alla fertilità maschile

credits: JcOlivera.com@Flickr

credits: JcOlivera @ Flickr

L’associazione italiana elettrosensibili lo dice da tempo, e lo scorso maggio si è accodato persino il Consiglio d’Europa: gli hot spot wireless, in determinate condizioni di utilizzo, potrebbero causare danni allo sviluppo cerebrale, nel peggiore dei casi il cancro. Oggi, mentre in tutta Italia ancora non si è smesso di parlare della correlazione tra uso del cellulare e tumore al cervello, una nuova ricerca rivela dati che con il cancro però non hanno nulla a che fare: tenere in grembo un laptop connesso tramite wi-fi può causare problemi di feritilità (negli uomini).
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Fon, l’accesso wifi gratuito diventa un business redditizio

(Fon desktop screensaver. Credits: Fon)

Se fosse una calciatore argentino, sarebbe Maradona. Lui è Martin Varsavsky, una vita avventurosa nei quartieri di Buenos Aires, ora multimilionario del web. E ancora una volta è riuscito lì dove altri hanno fallito: adesso nel mondo sono più di un milione le persone che condividono l’accesso a internet con un apparecchio venduto da Varsavsky.
Il sistema si chiama Fon: chi partecipa all’iniziativa può navigare gratis su internet in qualsiasi parte del mondo, grazie al wifi, con 400mila punti di accesso. E, per la prima volta da quattro anni, l’attaccante argentino del mondo hitech annuncia un profitto per la sua Fon: 2,5 milioni di dollari. Denaro fresco nell’anno nero per le telecomunicazioni. In pratica,  è l’equivalente del goal di Maradona contro l’Inghilterra. Ma facciamo un passo indietro.
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Carpe robot sentinelle dell’inquinamento del Tamigi

Robofish

Una carpa robot costruita dall’università dell’Essex

Un team di pesci-robot simili a carpe per fiutare l’inquinamento del Tamigi: i loro sensori possono identificare sostanze pericolose, mappando i fondali del fiume che attraversa Londra. È un progetto dell’università di Essex: ogni “esploratore” è lungo 50 centimetri e alto 15. Per avanzare usa pinne meccaniche. Ma, soprattutto, i cyberpesci sono in grado di coordinarsi: la loro posizione è segnalata da un sistema gps (come quelli usati dai navigatori satellitari nelle automobili) e tra di loro comunicano attraverso un sistema wifi. Formano così un vero “team” di investigatori sottomarini per scoprire rifiuti aiutati dalla “swarm intelligence”, un’intelligenza collettiva generata dall’interazione tra i robot. Se, infatti, una carpa scopre un’area contaminata, avverte le altre e sondano insieme il territorio.

Gli scienziati esplorano anche altre applicazioni per la swarm intelligence. Come la trasmissione senza fili di corrente elettrica, un progetto teorizzato già all’inizio del Novecento dallo scienziato serbo Nicolas Tesla. Ricercatori della Duke University e del Georgia Tech hanno costruito un gruppo di robot capaci di accendere led luminosi trasferendosi l’energia necessaria in modalità wireless. Ma gli studi sull’intelligenza dello sciame interessano anche le forze armate. Owls è il nome degli elicotteri coordinati in una squadra di otto: sviluppati da un’azienda inglese, volano in missione coordinandosi anche se la squadra di veicoli in volo viene ridotta da guasti o incidenti.

Un robofish in acqua: si muove con naturalezza. Per avanzare usa la pinna caudale.

Accendo la luce per connettermi a Internet

Led per l'accesso wireless a internet

Led per l’accesso wireless a internet

Una stanza luminosa per connettere a Internet computer, cellulari e iPhone. Senza cavi che intralciano il cammino tra le scrivanie. I punti di accesso alla rete, però, non sono le antennine degli hotspot, ma led come quelli che illuminano il percorso nelle sale cinematografiche o i pulsanti per sollevare i finestrini nelle automobili. È una tecnologia che sfrutta per l’invio di dati le impercettibili intermittenze di luce emessa dai led: si tratta di un progetto sviluppato da alcuni ricercatori del Boston University college che di recente hanno ottenuto finanziamenti da una prestigiosa istituzione americana, la National science foundation.

L’area wireless “luminosa” è in grado di collegare alla rete apparecchi come televisioni, radio, computer, telefonini e termostati: ma quali sarebbero i vantaggi rispetto alle attuali tecnologie? Secondo i ricercatori, i led raggiungono la velocità di dieci megabit al secondo per la trasmissione wireless, superando il Wi-fi. Inoltre, gli utenti sarebbero anche più sicuri da intercettazioni o da persone collegate clandestinamente perché la luce, a differenza delle frequenze Wi-fi, non attraversa i muri. L’area wireless, quindi, sarebbe confinata unicamente nel perimetro di una stanza. Il sistema proposto dal Boston University college ha anche un risvolto ecologico: nei prossimi anni le lampadine a incandescenza saranno sostituite da fonti luminose che richiedono un minore consumo energetico. E una zona illuminata da led permetterebbe contemporaneamente di ridurre i consumi e di avere a disposizione una connessione a internet superveloce. La prima applicazione immaginata dai ricercatori, però, è nei trasporti: gli ambienti interni delle autobili, per esempio, contengono led.

Già sette anni fa Stephen Leeb, professore al Mit, aveva proposto di usare le lampadine tradizionali per trasmettere dati in ambienti chiusi: il suo apparecchio permetteva di affievolire la luce per una piccola frazione di secondo, generando oscillazioni luminose sono impercettibili alla vista, ma tali da consentire l’invio di informazioni. Il progetto è uscito dal laboratorio ed è diventato un’azienda, Talking lights: il sistema sviluppato da Leeb utilizza lampadari e abat-jour per trovare persone e oggetti che indossano badge o altri dispositivi in grandi edifici: finora è stato utilizzato da alberghi, ospedali e casinò

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Wi-fi, nelle università italiane si naviga a vista

[i](Foto da Flickr di [url=http://www.flickr.com/photos/maebmij/123180774/]maebmij[/url])[/i]
Avete presente l’immagine classica del campus universitario americano, dove gli studenti studiano seduti su un bel prato tagliato all’inglese, con la schiena appoggiata a imponenti tronchi d’albero e un computer portatile aperto sulle ginocchia collegato a internet? La realtà, qui in Italia è un po’ diversa, ma stiamo facendo dei passi avanti: lo dimostra un’indagine della Fondazione Crui (la Conferenza dei Rettori delle università italiane) sulla diffusione del wireless, (la tecnologia che permette di connettersi a internet senza fili), nelle università italiane.

Secondo la ricerca, che ha interessato circa l’80 per cento degli atenei, solo due università (una nel Mezzogiorno e una nelle isole) non sono dotate di tecnologia wireless. Tutte le altre ne dispongono, anche se in maniera differenziata: un buon segnale è che nella metà dei casi l’area coperta dal segnale wireless è superiore al 50 per cento della superficie delle strutture universitarie. Le aule e le biblioteche sono le zone individuate come prioritarie: è in questi luoghi che, nei prossimi anni, si concentreranno gli sforzi per implementare il servizio.

Due terzi delle università prese in esame dall’indagine hanno infatti dichiarato di aver già predisposto un piano di investimenti per il wireless, anche se gran parte degli atenei (il 66,2 per cento) denuncia che le risorse disponibili sono insufficienti per rendere capillare ed efficace il servizio.

Ma come usano gli studenti la rete wi-fi delle università? Principalmente per ottenere informazioni di tipo amministrativo e per avere servizi di supporto alla didattica (95,4 per cento). L’e-learning, cioè la possibilità di seguire lezioni, scaricare materiale didattico e sostenere esami attraverso il computer, è relegato in fondo alla lista, con un’incidenza che si ferma al 46,2 per cento.

Un’università che spicca per il suo servizio wireless e offre un e-learning di prima categoria è invece quella di Urbino. Che ha sviluppato una rete wi-fi che non solo copre l’università, ma si estende a tutta la città e anche ai Comuni vicini. “Abbiamo voluto sviluppare una rete di accesso a internet per erogare servizi ai nostri studenti che al tempo stesso potesse essere messa a disposizione del territorio per soddisfare anche le esigenze dei cittadini, dei turisti, di chiunque capiti a Urbino” spiega a Panorama Alessandro Bogliolo, docente di Sistemi di elaborazione al corso di laurea in Informatica applicata: “Con il wireless offriamo connettività ai nostri studenti anche al di fuori delle mura dell’università”.

Il progetto si chiama Urbino Wireless Campus e Bogliolo ne è l’ideatore e il coordinatore: “Fin dove arriva il segnale wireless arriva virtualmente anche il campus universitario: così anche gli studenti che abitano nelle zone più remote del territorio possono accedere alla rete e consultare biblioteche virtuali, scaricare materiale didattico, sbrigare pratiche amministrative: tutto senza doversi recare di persona a Urbino”.

La banda larga senza fili sale sui treni d’Europa, ma in Italia…

Foto tratta dal sito di Trenitalia
Le prime tratte coperte saranno quelle tra Parigi, Bruxelles, Amsterdam e Colonia: sui treni europei ad alta velocità arriverà entro l’anno prossimo la banda larga senza fili (wireless) grazie ai collegamenti satellitari. È un progetto innovativo lanciato dalla società 21net per assicurare ai passeggeri la navigazione veloce durante i viaggi su treni che arrivano a 300 chilometri orari. Per l’Italia, invece, c’è ancora da aspettare: Trenitalia ha condotto le sperimentazioni per la connettività a internet attraverso sistemi wifi e con i satelliti, alcuni treni eurostar sono stati già attrezzati, ma il servizio non è ancora attivo.

Secondo l’Istat gli italiani trascorrono in media il 5,6% della giornata spostandosi da un luogo all’altro: dai 57 minuti del biennio 1988-89 si è passati a un’ora e venti minuti nel 2002-03 (in pdf). La connessione al web durante i viaggi, però, è difficile, in particolare per quelli di lunga durata. Nelle autostrade l’accesso è ancora limitato: “Abbiamo hotspot in venti stazioni di servizio lungo la Milano-Brescia e la Milano-Bologna. E registriamo un aumento degli accessi di clienti italiani” osserva Annalisa Orlando di Linkem, un provider che offre connettività wireless a pagamento. E da tempo aumenta il numero di aeroporti e di porti che mettono a disposizione dei passeggeri un collegamento wireless.

Per l’accesso a internet senza fili non mancano, però, le notizie positive. Grazie all’impegno di Comuni, università e altre istituzioni iniziano a diffondersi lungo la penisola la possibilità di navigare sul web con sistemi wireless senza costi per l’utente. Anche i privati fanno la loro parte: sul sito Jiwire è possibile trovare un elenco dei punti di accesso gratuiti, in città (come Roma, Milano, Torino) e in intere regioni, attivati da bar, hotel, locali. E negli ultimi mesi stanno aumentando anche le possibilità di collegamenti wireless in banda larga nei piccoli e medi centri delle comunità montane, finora esclusi dalla navigazione veloce.

LEGGI ANCHE: Digital divide: segnali di crescita per la banda larga wireless nei piccoli Comuni

Digital divide: segnali di crescita per la banda larga wireless nei piccoli Comuni

Dalla gestione delle contravvenzioni al catasto online, dalla telemedicina alle teleconferenze: sono alcuni dei servizi che i Comuni potranno potenziare grazie all’accesso wireless in banda larga a internet. L’utente può connettersi da qualsiasi punto nell’area coperta dal segnale e navigare ad alta velocità sul web. Una tecnologia che può fare la differenza nei Comuni montani: “Abbiamo portato l’accesso a internet in zone in cui l’orografia era un ostacolo e la popolazione è molto dispersa sul territorio: ora attraverso la banda larga wireless si possono garantire servizi per i cittadini e per le aziende, favorendo lo sviluppo economico e sociale” sottolinea Giovanni Zola, direttore generale del provider Infracom che ha realizzato gli ultimi progetti in Valdarno e in Polesine. Infrastrutture che permettono anche in aree remote di sfruttare le potenzialità del web non solo all’interno di uffici o case, ma anche in mobilità.

Il recente bando di gara per le frequenze della banda larga wireless (che include la tecnologia Wimax) apre nuove prospettive per piccoli e medi operatori nelle telecomunicazioni come Infracom. Ma solleva anche perplessità sulle possibilità di concorrenza nelle offerte. “Se guardiamo al bando” osserva Zola “in ogni area geografica sono a disposizione tre licenze, ma i grandi operatori possono partecipare alla gara per aggiudicarsene due. Per gli altri, invece, lo spazio è più limitato”.

Wireless, Roma dà il via alle Reti federate

[i](Credits: Corbis)[/i]
Nella piazza del Campidoglio o nel parco di Villa Borghese. Basta un palmare o un portatile con Wi-Fi integrato e, voilà, si può navigare in internet all’aperto, nei più bei luoghi di Roma. E presto per gli utenti delle università romane sarà possibile farlo connettendosi semplicemente con codici e password usati per la rete universitaria. Roma Wireless, il consorzio sorto nel 2005 per “wifizzare” la città, ha infatti avviato un progetto di “Reti federate”. Il 20 marzo il Senato accademico della Sapienza lo approverà.
Entusiasta Giovanni Celata, presidente di Roma Wireless: “Apriamo la nostra rete ad altre reti grazie a protocolli di intercomunicabilità. Dopo la Sapienza sarà la volta dell’Università di Roma 3, Lumsa e Roma 2″. In via di perfezionamento anche un accordo con Fon, la comunità internazionale Wi-Fi più vasta nel mondo. Dopo aver dotato le ville storiche di connettività senza fili a banda larga, con la collocazione di hotspot, il Consorzio, nato su stimolo dell’amministrazione comunale, sta coprendo l’ansa barocca, dal ghetto a piazza Navona. “Connettersi ora è gratuito, ma in futuro lo sarà solo per studenti e anziani” spiega Celata.
Molto più indietro sulla strada del Wi-Fi pubblico è Milano, che pure ospita il 13% delle aziende italiane dell’Ict. Il progetto “Milano wireless” (file Powerpoint), presentato nei giorni scorsi, prevede di posizionare per il 2009 i primi quattromila hotspot, su semafori e lampioni, approfittando dell’ampia cablatura esistente. “La copertura più estesa, fino a 13 mila hotspot, sarà entro il 2015″ dice uno degli ideatori del piano, il docente del Politecnico Martino De Marco. Sul Wi-Fi, Milano si è fatta però precedere da Torino, Reggio Emilia e Bologna. Quest’ultima ha avviato una sperimentazione dal 2006, con una particolarità innovativa: se su piazza Maggiore sono stati posti hotspot, “per la restante copertura del centro è stata adottata l’infrastruttura seamless: un continuum che consente la connessione senza caduta anche in movimento” afferma Leda Guidi, responsabile della Rete civica.

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