Utenti di YouTube, tenete gli occhi bene aperti: è in circolazione un programma che permette ai cybercriminali di creare pagine-clone di quelle del famosissimo sito di condivisione video, che vengono poi usate per diffondere virus, worm e Trojan.
A lanciare l’allarme è Panda Security. Il metodo di infezione - spiega in una nota - è il seguente: gli hacker inviano una mail contenente un video dal contenuto scandalistico (immagini erotiche, decesso di una celebrità, etc.) ed esortano gli utenti a cliccare un link per vedere il filmato. Una volta raggiunta la falsa pagina, molto simile al sito di YouTube, un messaggio di errore informa che è impossibile vedere il video perchè mancano alcuni componenti e suggerisce, quindi, di scaricarli. Facendolo, si permette invece l’accesso del malware sul pc.
Il programma, YTFakeCreator, permette di creare le pagine false molto facilmente. I cyber criminali - spiega Panda Security - possono scrivere il testo del messaggio di errore, definire per quanto tempo deve apparire, inserire il link al file infetto scaricato nel computer e creare un falso profilo simile a quello di YouTube, fingendo che il video sia stato caricato da un utente reale. “Il programma è progettato per incrementare l’utilizzo di questa tecnica per infettare gli utenti”, spiega Luis Corrons, direttore tecnico dei laboratori di Panda Security. “Il fatto che le pagine utilizzate dagli hacker siano difficilmente distinguibili da quelle legittime, garantisce che un crescente numero di utenti venga colpito”.
San Francisco - Il giudice statunitense Louis Stanton ha ordinato a Google di rendere noti al network televisivo Viacom i dati degli utenti di Youtube: Viacom aveva intentato una causa contro Google accusandola di una massiccia violazione del copyright, avendo divulgato video dei propri programmi su Youtube (che è appunto proprietà di Google).
Secondo alcune indiscrezioni, Viacom porterebbe avanti questa linea legale come tattica di negoziazione nei confronti di Google e non avrebbe intenzione di cedere: suo obiettivo sarebbe l’ottenimento di royalties più elevate da Google per i suoi video.
Tornando ai fatti, il giudice Stanton ha accolto la richiesta dei legali del network televisivo, stabilendo la priorità della trasparenza sulla privacy e ritenendo indispensabili al processo la pubblicazione dei nomi “log in” e degli indirizzi IP dei soggetti da identificare.
Kurt Opsahl, delegato della Electronic Frontier Foundation, ha definito quella del giudice una significativa inversione sui diritti alla privacy. “L’erronea decisione della corte costituisce un passo indietro sui diritti alla privacy e permetterà a Viacom di sapere quello che gli utenti stanno guardando su Youtube”, ha detto Opsahl, che ha così proseguito: “Chiederemo a Viacom di ritirare la propria richiesta e supporteremo Google con tutti i mezzi per ostacolare quest’ordine che danneggia i diritti degli utenti”.
Viacom ha replicato in un comunicato stampa che i dati richiesti serviranno solo ad appoggiare le proprie istanze nella causa contro Google, non per esporre o braccare gli utenti di video tutelati da diritto d’autore.
“Ogni informazione verrà trattata in via del tutto riservata, al solo scopo di provare le nostre accuse contro Google”, ha detto un portavoce del network televisivo.
Il giudice Stanton ha però negato a Viacom l’accesso al codice segreto usato nelle ricerche sui video di Youtube, come anche l’accesso ai file privati di Youtube. I legali del motore di ricerca, responsabile secondo Viacom di una massiccia violazione del copyright, hanno dichiarato che chiederanno il permesso di rendere anonimi i nomi degli utenti prima di produrli in aula. Viacom, comunque, ha dichiarato di non avere scelta se non procedere nella causa “dopo le fallite trattative rivolte ad arginare l’illegale modello d’affari di Youtube”.
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