
Il giorno dei sì e dei no, il giorno decisivo per il ri-proposto governo Prodi. In Senato si vota la fiducia. Oggi il prof si gioca tutto.
A conti (quasi) fatti, sarà un voto sul filo di lana: sulla carta il centrosinistra può contare su 162 voti favorevoli (inclusi 4 senatori a vita) mentre il centrodestra su 157 voti contrari. Indecisi ancora due senatori a vita, Pininfarina e Andreotti. Hanno invece sciolto ogni riserva Luigi Pallaro e Franco Turigliatto.
Il primo, uscendo da Palazzo Chigi dopo un incontro con il premier Romano Prodi, ha fatto sapere: “Ho annunciato al presidente Prodi che voterò la fiducia per dare continuità”. Più tormentata la decisione del secondo. Il trozkista Turigliatto, dissidente in rotta con Rifondazione, ha fatto sapere che voterà la fiducia a Prodi. Ma mantenendo una certa distanza, cioè, per dirla alla vecchia maniera, turandosi il naso: “Quello di mercoledì sarà un sì molto critico con la totale libertà d’azione sui singoli provvedimenti”.
Il sì dei due senatori - a cui si aggiunge l’altro dissidente, l’ex pdci Fernando Rossi - è particolarmente importante nella logica dei numeri a cui sembra essere appeso il futuro dell’esecutivo. La maggioranza “politica” (senza cioè i senatori a vita) di 158 voti favorevoli è infatti ora più a portata di mano, considerando anche la disponibilità a votare per il governo annunciata nei giorni scorsi dall’ex leader dell’Udc, Marco Follini.
Quello del senatore centrista è un voto che vale doppio: non solo ce ne sarà uno in più a favore del governo, ma anche uno in meno in quota centrodestra.
La stessa Cdl, pur senza Follini ma con l’ex Italia dei valori Sergio De Gregorio ormai passato di fatto all’opposizione, potrebbe infatti contare su 156 voti. Se uno dei 158 consensi previsti dall’Unione dovesse andare ad aggiungersi a quelli della Cdl (ad esempio con un non voto in aula, che equivale ad un no) i due Poli sarebbero in assoluta parità, a 157.
E a nulla allora varrebbe la “protezione” di San Romano, che il calendario fa ricorrere proprio oggi.
- Mercoledì 28 Febbraio 2007
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Il 12 Marzo 2007 alle 19:50 Panorama.it – Italia » Blog Archive » Mastella: se si va avanti così disDico la fiducia a Prodi ha scritto:
[...] Per salvare i laici Dico ci vorrebbe un vero e proprio miracolo. I 50mila alla manifestazione di sabato continuano a creare agitazione nella maggioranza. Primo fra tutti al ministro della Giustizia, Clemente Mastella, leader Udeur, che come d’abitudine non le manda a dire a nessuno: “La presenza di Pollastrini, Ferrero e Pecoraro Scanio le contestazioni che mi sono state rivolte hanno aperto una frattura che non va minimizzata”. A stretto giro, ha tentato di ricucire il segretario dei Ds, Piero Fassino: “Non credo che il governo possa cadere sui Dico”. Ma il nodo è tutt’altro che risolto. Nell’entourage di Prodi la linea è chiara: lavarsene le mani. Cioè: il governo ha fatto la sua parte, ora tocca al Parlamento. Il problema è che, attualmente, non ci sono i numeri, nel centrosinsitra, per approvare la legge sulle unioni di fatto. Senza considerare le pressioni che arrivano dal fronte ecclesiastico (”Una manifestazione nella quale, al di là dell’immagine borghese e rassicurante che si voleva dare, hanno trovato posto discutibili mascherate e carnascialate varie”, dice in sistesi L’Osservatore Romano, e che si manifestano con le prese di posizione dei Teo-Dem, a Palazzo Madama il cammino è tutto in salita. Considerando i no di Udeur e degli ultra-cattolici della Margherita, i voti del centrosinistra scendono a 150. In più, questa volta, molti senatori a vita non si uniranno all’Unione. Andreotti, Cossiga e Colombo si sono già dichiarati contrari. Incerti Ciampi, Pininfarina e Rita Levi Montalcini. Insomma senza l’appoggio di una nutrita pattuglia di liberal di Forza Italia la legge non ha alcuna chance di passare. Ma è diviso a metà addirittura il mondo gay. Ed è per questo che il premier si è detto “perplesso” sulla presenza dei ministri al corteo di sabato. Un acrobazia per dire che il governo deve restarne fuori: un’altra brutta caduta, dopo quella in politica estera, sarebbe deleteria per l’esecutivo. [...]
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