- Tags: Camera, centrosinistra, fiducia, governo, Romano Prodi, Senato
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San Romano gli ha dato una mano. E il pallottoliere ha sorriso.
Il 162 sì contro 157 no: il Senato rinnova la fiducia al governo Prodi e il premier può ringraziare il santo che porta il suo nome, i senatori appena imbarcati (Follini), quelli rientrati nei ranghi (Pallaro, Rossi e Turigliatto) e quelli a vita che gli consentono di ottenere il quorum.
A parte il no (previsto) di Cossiga, hanno detto sì: Carlo Azeglio Ciampi, Emilio Colombo, Rita Levi Montalcini e Oscar Luigi Scalfaro. Giulio Andreotti, come annunciato nella sua dichiarazione di voto, non ha partecipato al voto. Nessuna traccia nemmeno dell’altro senatore a vita, Sergio Pininfarina.
Comunque Romano Prodi esce sorridente dall’arena senatoriale e porta a casa sia i numeri per poter governare sia la sufficienza politica per rimanere in piedi. O “tirare a campare”, come dicono all’opposizione.
Sono infatti parecchi i nodi politici ancora irrisolti: Luigi Pallaro ha tenuto tutti col fiato sospeso fino all’ultimo, Franco Turigliatto ha votato la fiducia turandosi il naso e annunciando una serie di no su Afghanistan, Tav e pensioni. Per non parlare poi dei Dico. Prodi ha fatto come Ponzio Pilato, dicendo che il governo ha finito il suo compito e che ora tocca alle Camere decidere. Ma che cosa succederà quando Mastella e i Teo-Dem della Margherita voteranno contro? Ci sarà un’altra, l’ennesima, spaccatura nella maggioranza?
Insomma, Prodi ha vinto una battaglia… però la guerra è ancora lunga. E in molti prevedono sia di logoramento. Per ora, avanti miei Prodi, fino alla prossima puntata. Con il timore, per il Professore, che non si debba attendere molto.
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- Giovedì 1 Marzo 2007
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Il 6 Marzo 2007 alle 15:15 Panorama.it – Italia » Blog Archive » Maggioranze variabili, acrobazie verbali ha scritto:
[...] Alla buvette del Palazzo, il piatto del giorno è la “maggioranza variabile”. Un menù, in realtà, abbastanza classico, visto che le storia della politica italiana è costellata di bizantinismi e acrobazie verbali: dalla “difesa attiva” di D’Alema per giustificare la missione italiana in Kosovo, sotto l’egida Nato, alle “geometrie variabili” di Giuliano Amato negli anni ‘90, dalle convergenze parallele di Moro di fine anni ‘70 ai “nuovi più avanzati equilibri” di De Martino, in epoca di proporzionale puro, per finire con le “larghe intese” di più recente memoria. Stavolta l’esternazione che ferma l’orologio della politica la fa il presidente della Camera Fausto Bertinotti. Incalzato da Giuliano Ferrara a Otto e mezzo, l’ex subcomandante tira un macigno nello stagno: “Esiste un argomento in cui le maggioranze variabili sono nelle cose: è la legge elettorale, un tema con vocazione unanime e trasversale”. Per chi come Pier Ferdinando Casini, leader dell’Udc e predecessore di Bertinotti a Montecitorio, butta lì sornione: “Non ho capito cosa sono”, va tentata una traduzione. Quello proposto dalla terza carica dello Stato, e leader di Rifondazione Comunista, è un raffinato equilibrismo linguistico per dire che, con numeri così risicati, all’Unione conviene trovare alle Camere la maggioranza di volta in volta, su singoli provvedimenti. Magari proprio quelli che dividono la coalizione di governo e sui quali il traballante governo di Prodi potrebbe ricadere. Certo, le parole di Bertinotti suonanno strane, dopo che per mesi Rifondazione è stata la più granitica custode dell’inalterabilità della coalizione. Lui stesso ne è consapevole tanto da affrettarsi a mettere dei paletti: “Si può fare ma solo se è d’accordo la maggioranza tutta”. Vero anche che l’acuto di Bertinotti è solo la risultante di un coro, prima sotterraneo, ora palese, che anima l’Ulivo in questi giorni. Ha dato il là il ministro Giuliano Amato: saranno le forze politiche a dover decidere “se il sostegno di una maggioranza diversa ad un provvedimento rappresenti una ragione per togliere la fiducia”. L’esempio del ministro è quello del decreto sul rifinanziamento della missione in Afghanistan, su cui probabilmente al Senato il voto dell’opposizione sarà decisivo, riproponendo la grana estera su cui D’Alema-Prodi erano franati nelle scorse settimane. Ma nemmeno la garanzia di un’operazione alla luce del sole e all’ombra del Colle basta a convincere il centrodestra. Per il vice coordinatore di Forza Italia, Fabrizio Cicchitto, l’esecutivo deve verificare se su temi come Afghanistan, Dico, pensioni ha “una sua maggioranza autosufficiente”, e se così non è “prenderne atto e rimettere il mandato”. Cioè: se il governo dell’Unione a palazzo Madama scendesse sotto il famigerato quorum dei 158 voti, dovrebbe “salire al Quirinale e dimettersi”. [...]
Il 8 Maggio 2007 alle 16:51 Crisi di famiglia tra i ministri del governo Prodi » Panorama.it – Italia ha scritto:
[...] Tutto il partito seguirà quindi la scelta del proprio esponente nell’esecutivo, Paolo Ferrero, ministro della solidarietà, che dice: “Non condivido la scelta del ministro Rosy Bindi di non invitare le organizzazioni omosessuali al convegno nazionale sulla famiglia di Firenze. Ritengo pertanto che nemmeno la mia partecipazione sia opportuna”. E ancora: “I temi dei diritti di cittadinanza di tutti i cittadini al di là del loro orientamento sessuale e delle loro scelte di vita, avranno evidentemente altre sedi di discussione”. E ora sono in molti a chiedersi quale sia la posizione del ministro Bindi che dopo aver scritto il Ddl sui Dico, dopo aver litigato con Mastella e Fioroni, invitandoli non partecipare al Family Day, chiede ai gay di non prendere parte all’assise sulla famiglia, aprendo con il ministro Ferrero un altro fronte di crisi. Già, perché pur non essendo ancora al fatidico settimo anno, si può sostenere che intorno ai temi della famiglia è la “famiglia” del governo a essere entrata in crisi, con ministri che non lasciano passare giorni senza polemizzare tra loro. E pensare che alla firma del patto per la nascita del Prodi-bis, l‘ultima ma fondamentale condizione posta dal capo famiglia fu, più o meno: basta scontri tra ministri, decido io e per me parla Sircana… [...]
Il 3 Luglio 2007 alle 13:46 Primo problema per Veltroni: Democratici o Democristiani? » Panorama.it - Italia ha scritto:
[...] Ma sono i nuovi Democratici o i vecchi Democristiani? Da quando Walter Veltroni ha annunciato la propria scesa in campo per la guida del Pd, ma soprattutto per quella del prossimo governo, si assiste a un curioso fenomeno: un proliferare di candidature vere, annunciate o minacciate, di gente che vuole fondare e naturalmente guidare liste “per Walter”, “con Walter”, “per aiutare Walter”: insomma, tutto a beneficio di Walter. Qualcosa però che assomiglia molto alle vecchie correnti democristiane. O, come sostiene ruvidamente il politologo Angelo Panebianco, alle baronie di un partito che dà di sé un’immagine feudale prima ancora di essere fondato. Ci sono gli antagonisti veri, il che non fa mai male in democrazia. Enrico Letta, sottosegretario di Romano Prodi, che avrebbe voluto annunciare la candidatura lunedì 2 a Milano e che, pare, la formalizzerà venerdì 6 luglio. O Arturo Parisi, un altro fedelissimo del Professore, il quale stila una lunga lista di cose che Walter dovrebbe dire o fare (per esempio, firmare per il referendum elettorale come a suo tempo aveva annunciato; o dire da che parte sta in politica estera), ma non ha ancora detto o fatto. Entrambi dovrebbero appunto candidarsi in alternativa a Veltroni. Poi ci sono quelli che di mettersi contro Walter avrebbero una gran voglia, ma sono frenati dalla disciplina di partito. È il caso di Pier Luigi Bersani. Tanto Walter vola alto, tanto Bersani bada al sodo. Tanto Walter pensa a una nuova sinistra, tanto Bersani pensa di fare i conti con la sinistra che c’è. Tanto Walter si proclama riformista, tanto Bersani è convinto, il riformismo, di praticarlo già. Infine tanto Walter è veltroniano, tanto Bersani è dalemiano. Ma la cosa più curiosa sono quelle liste annunciate, e quei personaggi, che vogliono appunto correre “per Walter”. Rosy Bindi per Veltroni: si immagina una lista tutta casa e chiesa, che dia a Walter un’ulteriore spruzzata cattolica della quale il Candidato (quello con la C maiuscola) non pare avverta l’esigenza. Anna Finocchiaro per Veltroni: sarà mica la carabiniera di D’Alema? Anche la Pollastrini è tentata: per il motivo opposto della Bindi, vuole rafforzare la laicità di Walter. Alla fine - e questo agli occhi di Veltroni è il rischio vero - magari scenderà in campo lo stesso Prodi. Sarebbe ovviamente la guerra. Per ora, forse, l’ammissione più sincera la fa Parisi, prodiano d’antàn: ciò che realmente interessa non è la guida del Pd, che anzi rischia di rivelarsi una rogna, ma la candidatura a premier. Lì sì che c’è il potere. E tra Ds e Margherita, prima di sciogliersi (ma si scioglieranno?) è tutto un correre a delimitare i vari territori. Nell’interesse di Walter, ovviamente. Il quale Walter, che dopo il Lingotto pensava ad una trionfale passeggiata di salute, potrebbe scontrarsi con i primi imprevisti. A cominciare, per esempio, dal ticket: lui si è scelto il cattolico Dario Franceschini. Ma se gli altri non riusciranno a insidiare la leadership di Veltroni, scommettiamo che pretenderanno almeno la vice-leadership? [...]
Il 12 Luglio 2007 alle 12:07 Giustizia, l’Unione trema in Senato. Andreotti la salva. Per ora » Panorama.it - Italia ha scritto:
[...] A evitare il “patatrac” di governo e maggioranza, a Palazzo Madama, sul disegno di legge contro il quale i magistrati dell’Anm hanno deciso di scioperare è atato l’imperturbabile e sempre presente (per la precisione, in Parlamento fin dal ‘46…) senatore Andreotti. È accaduto mercoledì 11 quando si votava l’articolo uno del disegno di legge. I seggi dell’Unione non erano tutti occupati, e tra gli assenti spiccava il capogruppo dell’Italia dei Valori Nello Formisano: mentre la maggioranza rischiava il peggio, il senatore dipietrista stava intrattenendo i giornalisti in una conferenza stampa dedicata al problema dei senza tetto. Stavolta, quindi, anziché affossare l’esecutivo come accadde quando D’Alema si vide bocciata la sua mozione sulla politica estera anche grazie al niet pronunciato dall’ex presidente del Consiglio, stavolta appunto il voto del senatore a vita è servito a salvarlo. 152 a 151 il conto finale. Prodi resta dov’è, mentre l’Aula scoppia: il senatore Renato Schifani (capogruppo di FI) attacca: “Il senatore a vita Giulio Andreotti (lo è diventato nel ‘91, ndr) privo di mandato popolare si è assunto la responsabilità di far entrare in vigore una controriforma che svuota una riforma legittimamente approvata dal Parlamento. Questo è quanto Giulio Andreotti regala agli italiani”. E il leghista Roberto Castelli, firmatario della legge che la maggioranza vorrebbe eliminare, contesta addirittura la “legittimità” del voto. E lui, Andreotti? Nessuna reazione, le parole non lo scalfiscono: forse gli compare sulle labbra sottili, un’impercettibile smorfia. Ma niente di più: come un vero highlander della politica italiana, mentre una pattuglia di senatori distratti si dedica ad altro (come se la tenuta di un governo fosse una cosa tra le altre). Risvolto ironico? Il voto di Andreotti è stato determinante su una materia, quella della giustizia, che lo ha visto per lunghi anni al centro della scena, soprattutto nelle vesti di imputato. Imputato eccellente, s’intende. E modello: con quel modo discreto e costante con il quale ha sempre accettato di sottoporsi alle udienze dei tribunali, dov’era sotto processo per reati di gravità inaudita. Dicendo sì al primo articolo della riforma Mastella, il senatore a vita ha spiana la strada a una riforma che cancella molte cose volute dal centrodestra. Ma che soprattutto sta diventando l’ennesimo terreno di scontro per la maggioranza, costretta tra l’altro a ritmi forsennati, visto che il disegno di legge Mastella deve essere assolutamente approvato prima dal Senato e poi dalla Camera entro il 31 luglio, altrimenti entreranno in vigore le norme della riforma Castelli. Entro quella data, ci saranno altri aiutini del Senatore Andreotti? “Io voto quello che mi convince, volta per volta, non mi pongo troppi problemi”. [...]
Il 12 Luglio 2007 alle 12:54 Giustizia, l’Unione trema in Senato. Andreotti la salva. Per ora | rubriche ha scritto:
[...] A evitare il “patatrac” di governo e maggioranza, a Palazzo Madama, sul disegno di legge Mastella, contro il quale i magistrati dell’Anm hanno deciso di scioperare, è stato l’imperturbabile e sempre presente (per la precisione, in Parlamento fin dal ‘46…) senatore Andreotti. È accaduto mercoledì 11 quando si votava l’articolo uno del disegno di legge. I seggi dell’Unione non erano tutti occupati, e tra gli assenti spiccava il capogruppo dell’Italia dei Valori Nello Formisano: mentre la maggioranza rischiava il peggio, il senatore dipietrista stava intrattenendo i giornalisti in una conferenza stampa dedicata al problema dei senza tetto. Stavolta, quindi, anziché affossare l’esecutivo come accadde quando D’Alema si vide bocciata la sua mozione sulla politica estera anche grazie al niet pronunciato dall’ex presidente del Consiglio, stavolta appunto il voto del senatore a vita è servito a salvarlo. 152 a 151 il conto finale. Prodi resta dov’è, mentre l’Aula scoppia: il senatore Renato Schifani (capogruppo di FI) attacca: “Il senatore a vita Giulio Andreotti (lo è diventato nel ‘91, ndr) privo di mandato popolare si è assunto la responsabilità di far entrare in vigore una controriforma che svuota una riforma legittimamente approvata dal Parlamento. Questo è quanto Giulio Andreotti regala agli italiani”. E il leghista Roberto Castelli, firmatario della legge che la maggioranza vorrebbe eliminare, contesta addirittura la “legittimità” del voto. E lui, Andreotti? Nessuna reazione, le parole non lo scalfiscono: forse gli compare sulle labbra sottili, un’impercettibile smorfia. Ma niente di più: come un vero highlander della politica italiana, mentre una pattuglia di senatori distratti si dedica ad altro (come se la tenuta di un governo fosse una cosa tra le altre). Risvolto curioso? Il voto di Andreotti è stato determinante su una materia, quella della giustizia, che lo ha visto per lunghi anni al centro della scena, soprattutto nelle vesti di imputato. Imputato eccellente, s’intende. E modello: con quel modo discreto e costante con il quale ha sempre accettato di sottoporsi alle udienze dei tribunali, dov’era sotto processo per reati di gravità inaudita. Dicendo sì al primo articolo della riforma Mastella, il senatore a vita ha spianato la strada a una riforma che cancella molte cose volute dal centrodestra. Ma che soprattutto sta diventando l’ennesimo terreno di scontro per la maggioranza, costretta tra l’altro a ritmi forsennati, visto che il disegno di legge del Guradasigilli deve essere assolutamente approvato prima dal Senato e poi dalla Camera entro il 31 luglio, altrimenti entreranno in vigore le norme della riforma Castelli. Entro quella data, ci saranno altri aiutini del Senatore Andreotti? “Io voto quello che mi convince, volta per volta, non mi pongo troppi problemi…”. [...]
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