I codici, Provenzano e la smania da romanziere

L'arresto '11 aprile del 2006 di Bernardo Provenzano

L’ultimo in arrivo tra gli scaffali delle librerie è il “codice” di Cosa Nostra.
Non è firmato Dan Brown ma dal sostituto procuratore della Direzione Distrettuale Antimafia Michele Prestipino: il magistrato che l’11 aprile 2006 ha messo dentro Bernardo Provenzano, l’ultimo padrino, dopo 43 anni di latitanza.
Il Codice Provenzano (Laterza) si presenta come il più grande archivio della mafia: “Questo libro è Cosa Nostra spiegata da Cosa Nostra” dice il magistrato, forse stufo del codice penale. Nelle sue pagine ripropone, per la prima volta, oltre 45 degli ormai famosi “pizzini”.
Ma prima di lui una folta schiera di uomini di legge ha firmato libri su casi di cronaca. A cominciare da Giancarlo De Cataldo, giudice della Corte d’Assise di Roma che ha scritto, tra gli altri, Romanzo criminale, sulla storia della banda della Magliana (diventato anche film di successo) e dal capo del Ris di Parma, il colonnello dei Carabinieri Luciano Garofano con Delitti Imperfetti (primo e secondo volume). E ancora: Massimo Picozzi, stimato criminologo, spesso consulente delle procure, che in coppia con il giallista Carlo Lucarelli ha mandato in libreria più di un volume su serial killer e crimini efferati. Infine il poliziotto Michele Giuttari, padre dell’inchiesta e dei libri sul “mostro” di Firenze.
Tutti protagonisti del mondo della giustizia che, una volta liberi dal segreto istruttorio, qualche volta forse fin troppo in fretta, hanno sfogato nella letteratura la loro (seconda?) passione: scrivere di casi crudi e cruenti, storie che riemergono da indagini e sentenze. A volte senza neanche aspettare che i casi a cui si erano ispirati fossero arrivati alle sentenze definitive.

Commenti

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Il 17 Aprile 2007 alle 15:45 Provenzano scritto: l’ultimo (per ora) libro sul padrino » Panorama.it – Italia ha scritto:

[...] Inseguito (per 43 anni), braccato, arrestato (l’11 aprile del 2006) e… raccontato. È la storia di Bernardo Provenzano, l’ultimo padrino del Novecento. Lui ora si trova nel carcere di Novara, (dopo il recente trasferimento dal carcere di Terni a causa di una torta che - secondo quanto riportato dal Corriere della Sera ma smentito dalla direzione del carcere - sarebbe stata consegnata, nonostante il regime di 41 bis al superboss il giorno in cui ha compiuto 74 anni). Insomma, lui dentro; la sua storia, i suoi segreti, i suoi legami, i suoi pizzini fuori. In libreria. Opinione comune è che la sua cattura possa dare una radiografia dettagliata di ciò che è stata la mafia in Italia e in Sicilia negli ultimi cinquant’anni. E quindi, ricostruire la caccia al padrino di Corleone, come ha fatto Pietro Grasso in Pizzini, veleni e cicoria. La mafia prima e dopo Provenzano (una lunga intervista rilasciata dal Procuratore nazionale antimafia al giornalista Francesco La Licata, pubblicato da Feltrinelli), diventa anche un “pretesto” per riaggiornare le famose “lezioni di mafia” a suo tempo scritte da Giovanni Falcone. La chiacchierata tra Grasso e La Licata tocca le curiosità che appassionano l’opinione pubblica: lo stile di vita di un boss che tutti immaginano come un Re Mida e invece vive in una masseria e si nutre di miele e cicoria; la capacità di governare una regione intera (e forse di più) da un buco medievale del corleonese servendosi di un ancestrale sistema di comunicazione, quello dei “pizzini” scritti a fatica da un uomo che “ha la seconda elementare non finita”. Questo testo sul “provenzanismo”, è uno dei tanti (troppi?) volumi sul capo dei capi di Cosa Nostra. Circa un mese fa era uscito per Laterza Il codice Provenzano firmato dal sostituto procuratore della Direzione Distrettuale Antimafia Michele Prestipino: il magistrato che in quello storico 11 aprile ha fisicamente fermato Binnu u tratturi (Bernardo il trattore, per la violenza con cui falciava le vite dei suoi nemici). Ma le pagine di Grasso lanciano anche un appello di prevenzione a Cosa Nostra, rivolto agli addetti ai lavori (politici, magistrati e forze dell’ordine) e ai semplici cittadini. [...]

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