Criminalità da una parte e forze dell’ordine dall’altra. In mezzo le città e loro abitanti. Che vivono la lotta con un senso d’insicurezza variabile a seconda del coinvolgimento: parametri individuali e collettivi, oggettivi e soggettivi, ambientali, psicologici, sociali, relazionali, culturali.
“Ci sono tre livelli di criminalità, che spesso divergono” spiega il professor Francesco Carrer, criminologo, già membro della Commissione del Ministero della Giustizia, sui problemi e sul sostegno delle vittime dei reati e consulente per la sicurezza del Comune di Genova.
Cioè?
“La criminalità ufficiale, quella cui deve fare riferimento lo Stato, è quella che si riferisce ai dati ufficiali, ricavabili dalle denunce dei cittadini e dal numero di interventi delle forze di polizia e dalla magistratura. Che però non possono nulla contro il ‘numero oscuro’ dei crimini, cioè l’insieme di reati che, per diversi motivi, non vengono segnalati. Poi c’è la criminalità reale, ossia il numero effettivo dei reati commessi. Si tratta di un dato che resta ignoto, considerando che, per diversi motivi, non è possibile conoscere il numero esatto di tutti i reati commessi. Infine, la criminalità percepita dai cittadini, che è un dato soggettivo, che varia per ciascuno di noi e indica la quantità di reati che ogni persona ritiene vengano commessi in una data realtà. E spesso sono numeri sovra-dimensionati, perché collegati alle caratteristiche della vita di ognuno e a quelle, oggettive, che caratterizzano il nostro ambiente”.
Vuol dire che a Milano c’è più criminalità percepita che ufficiale?
Può essere. Ma non posso dirlo con certezza. Non vivo lì. E per stabilire il grado di insicurezza dei cittadini occorre stare quotidianamente tra loro, valutare la loro qualità di vita, la vivibilità della loro area urbana. In questa analisi, la criminalità è certo importante, ma non esaustiva, come invece spesso fanno credere i media.
110 uomini in più e due nuovi commissariati quindi servono?
Quei poveri poliziotti, spediti da qui a lì, osando un paragone, sono come le mucche di Mussolini: trasferiti da un posto all’altro per mostrare i muscoli. Il dilemma sta proprio qui: aprire un commissariato in un quartiere per ridurre, simbolicamente e psicologicamente, il senso di insicurezza dei cittadini o mettere in strada più risorse (uomini e mezzi) per ridurre, obiettivamente, il livello di criminalità?
Qual è la sua risposta?
La sicurezza partecipata. La si raggiunge grazie alla riduzione del senso di insicurezza dei cittadini. Che vanno coinvolti in iniziative capaci di incidere sulla loro vita quotidiana, in particolar modo per quanto si riferisce alla prevenzione dei reati e alla riduzione del danno nei confronti delle vittime.
- Venerdì 16 Marzo 2007
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Il 6 Luglio 2007 alle 17:30 Il “caso zingari”: se è più di sinistra accoglierli o cacciarli » Panorama.it - Italia ha scritto:
[...] Tra percezione e realtà, le grandi città italiane, d’estate, sembrano assediate dai rom. E non manca giorno che non si senta di furti e rapine che hanno come protagonisti zingari giovanissimi. Eppure, come è stato documentato qualche giorno fa in un convegno della Comunità di Sant’Egidio a Roma, i rom in Italia sono meno dello 0,2 per cento della popolazione (circa 140 mila in numero), contro il 2 per cento della popolazione dell’Europa a 27 (7 milioni). Il 70 per cento degli zingari è di nazionalità italiana e una buona metà è composta da giovani (meno di 18 anni). I rom italiani sono in gran parte cattolici, ma vi è una buona consistenza di cristiani ortodossi e di musulmani. Hanno inoltre una storia antica di persecuzioni, come ha ricordato al convegno di Roma Amos Luzzatto, (ex presidente dell’Unione delle comunità ebraiche italiane): “Hanno subito isolamento, persecuzione, espulsioni come gli ebrei”. E ancora oggi sono discriminati (come ha detto Mario Marazziti, al seminario romano: “Non si è ancora usciti dall’antigitanismo’’), anche perché la popolazione italiana tende ad attribuire buona parte dei furti negli appartamenti e nelle auto ai ragazzi rom. Così, le tensioni che prima covavano nel ventre molle delle grandi aree metropolitane, sono esplose con il recente massiccio ingresso di rom romeni e quindi con le difficoltà di accoglienza. Davanti al dilemma cruciale, Che fare?, i sindaci di sinistra delle metropoli italiane, dai quali ci si attenderebbe accoglienza e solidarietà, stanno invece, da qualche tempo, adottando una politica di rigore, di intransigenza. Si stanno, per dirla con un termine alla moda, sarkosizzando, mettendosi in scia del nuovo presidente francese. Aveva appunto cominciato, nell’ottobre del 2005, il sindaco di Bologna, Sergio Cofferati. Contro i campi nomadi che sostavano, illegalmente e pericolosamente, sul lungo Reno, l’ex leader Cgil prese la situazione (e gli oppositori di Rifondazione) di petto e li fece sgomberare dalle ruspe comunali. Un po’ più morbido e laterale, secondo le sue prerogative, l’atteggiamento del sindaco di Roma Walter Veltroni: lui, proprio il giorno prima del suo discorso programmatico al Lingotto, quale futuro leader del Pd, è andato in Romania a firmare un protocollo d’intesa con lo scopo di far ritornare quanti più nomadi possibili in patria, senza provvedimenti coatti. A maggio, tuttavia, siglando insieme ad Achille Serra (Prefetto di Roma), Piero Marrazzo (Governatore del Lazio), Enrico Gasbarra (Presidente della Provincia di Roma) e Giuliano Amato (ministro dell’Interno) il patto sulla sicurezza che prevedeva l’abbattimento dei villaggi rom e il ricollocamento dei loro abitanti in nuove aree fuori dal Gra, chiamati villaggi della solidarietà. A fine giugno, il caso è scoppiato anche a Milano e hinterland. Una deflagrazione che ha fatto tremare la giunta di sinistra di Filippo Penati alla Provincia, e ha destabilizzato l’Unione, all’opposizione di Consiglio comunale. Tutto per quella mozione bipartisan (votata dall’Ulivo, da Forza Italia, An, Udc, dalla Lista Ferrante e dai Verdi e osteggiata da Rc, Lista Fo e Sinistra democratica) approvata a Palazzo Marino che di fatto dà il via allo sgombero dei campi abusivi (con conseguente spostamento dei nomadi in aree attrezzate), ma dice anche che per i rom bisogna definire un numero chiuso a Milano, 2mila-2500 contro i 6mila almeno stimati oggi in città. In realtà, la Comunità di Sant’Egidio una soluzione ce l’avrebbe per gli apolidi dei giorni nostri: servono campi protetti, abitazioni, scuole, servizi sanitari, permessi di soggiorno. E soprattutto un piano politico più ampio, di livello nazionale. Da noi, invece, tutto viene rinviato ai comuni, al volontarismo di pochi e alle decisioni dei sindaci che, soprattutto se di sinistra, oltre a trovare risorse anche per questi anomali cittadini, i cui diritti vanno comunque tutelati, devono affrontare il malcontento dei propri cittadini elettori. Presi in mezzo al doppio nodo, soffocante come l’afa estiva: vivere in zone che pullulano di nomadi e stranieri e nomadi e arrovellarsi con i dubbio se sia più di sinistra il desiderio di sicurezza o la volontà di accoglienza? [...]
Il 6 Luglio 2007 alle 18:26 Il “caso zingari”: se è più di sinistra accoglierli o cacciarli | rubriche ha scritto:
[...] Tra percezione e realtà, le grandi città italiane, d’estate, sembrano assediate dai rom. E non manca giorno che non si senta di furti e rapine che hanno come protagonisti zingari giovanissimi. Eppure, come è stato documentato qualche giorno fa in un convegno della Comunità di Sant’Egidio a Roma, i rom in Italia sono meno dello 0,2 per cento della popolazione (circa 140 mila in numero), contro il 2 per cento della popolazione dell’Europa a 27 (7 milioni). Il 70 per cento degli zingari è di nazionalità italiana e una buona metà è composta da giovani (meno di 18 anni). I rom italiani sono in gran parte cattolici, ma vi è una buona consistenza di cristiani ortodossi e di musulmani. Hanno inoltre una storia antica di persecuzioni, come ha ricordato al convegno di Roma Amos Luzzatto, (ex presidente dell’Unione delle comunità ebraiche italiane): “Hanno subito isolamento, persecuzione, espulsioni come gli ebrei”. E ancora oggi sono discriminati (come ha detto Mario Marazziti, al seminario romano: “Non si è ancora usciti dall’antigitanismo’’), anche perché la popolazione italiana tende ad attribuire buona parte dei furti negli appartamenti e nelle auto ai ragazzi rom. Così, le tensioni che prima covavano nel ventre molle delle grandi aree metropolitane, sono esplose con il recente massiccio ingresso di rom romeni e quindi con le difficoltà di accoglienza. Davanti al dilemma cruciale, Che fare?, i sindaci di sinistra delle metropoli italiane, dai quali ci si attenderebbe accoglienza e solidarietà, stanno invece, da qualche tempo, adottando una politica di rigore, di intransigenza. Si stanno, per dirla con un termine alla moda, sarkosizzando, mettendosi in scia del nuovo presidente francese. Aveva appunto cominciato, nell’ottobre del 2005, il sindaco di Bologna, Sergio Cofferati. Contro i campi nomadi che sostavano, illegalmente e pericolosamente, sul lungo Reno, l’ex leader Cgil prese la situazione (e gli oppositori di Rifondazione) di petto e li fece sgomberare dalle ruspe comunali. Un po’ più morbido e laterale, secondo le sue prerogative, l’atteggiamento del sindaco di Roma Walter Veltroni: lui, proprio il giorno prima del suo discorso programmatico al Lingotto, quale futuro leader del Pd, è andato in Romania a firmare un protocollo d’intesa con lo scopo di far ritornare quanti più nomadi possibili in patria, senza provvedimenti coatti. A maggio, tuttavia, siglando insieme ad Achille Serra (Prefetto di Roma), Piero Marrazzo (Governatore del Lazio), Enrico Gasbarra (Presidente della Provincia di Roma) e Giuliano Amato (ministro dell’Interno) il patto sulla sicurezza che prevedeva l’abbattimento dei villaggi rom e il ricollocamento dei loro abitanti in nuove aree fuori dal Gra, chiamati villaggi della solidarietà. A fine giugno, il caso è scoppiato anche a Milano e hinterland. Una deflagrazione che ha fatto tremare la giunta di sinistra di Filippo Penati alla Provincia, e ha destabilizzato l’Unione, all’opposizione di Consiglio comunale. Tutto per quella mozione bipartisan (votata dall’Ulivo, da Forza Italia, An, Udc, dalla Lista Ferrante e dai Verdi e osteggiata da Rc, Lista Fo e Sinistra democratica) approvata a Palazzo Marino che di fatto dà il via allo sgombero dei campi abusivi (con conseguente spostamento dei nomadi in aree attrezzate), ma dice anche che per i rom bisogna definire un numero chiuso a Milano, 2mila-2500 contro i 6mila almeno stimati oggi in città. In realtà, la Comunità di Sant’Egidio una soluzione ce l’avrebbe per gli apolidi dei giorni nostri: servono campi protetti, abitazioni, scuole, servizi sanitari, permessi di soggiorno. E soprattutto un piano politico più ampio, di livello nazionale. Da noi, invece, tutto viene rinviato ai comuni, al volontarismo di pochi e alle decisioni dei sindaci che, soprattutto se di sinistra, oltre a trovare risorse anche per questi anomali cittadini, i cui diritti vanno comunque tutelati, devono affrontare il malcontento dei propri cittadini elettori. Presi in mezzo al doppio nodo, soffocante come l’afa estiva: vivere in zone che pullulano di nomadi e stranieri e nomadi e arrovellarsi con i dubbio se sia più di sinistra il desiderio di sicurezza o la volontà di accoglienza? [...]
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