Fioroni vieta. Gli studenti filmano. Ecco nuovi video

Postati su Metello.com e datati 19 marzo sono comparsi video fatti e confezionati dai ragazzi a scuola (tipo:  Terroristi a scuola, Habemus Papam, Cancellino umano, Nell’ora di lezione lancia il suo indumento alla prof, etc…).  Divertenti, se paragonati ad altri di contenuto molto più discutibile. Ma comunque disarmanti, se si pensa che le aule scolastiche sono state usate come set cinematografici o teatri da cabaret proprio nei giorni caldi della lotta al bullismo: quelli dell’annuncio della circolare (qui in .pdf) con cui il ministro della Pubblica Istruzione, Giuseppe Fioroni, ha varato il giro di vite contro l’uso dei telefonini in classe, da parte di studenti e docenti.

Ma non finisce qui. Nell’ennesimo filmato che gira su Youtube, si vede un alunno inginoccharsi davanti a un adulto, forse un professore, per inchinarsi ripetutamente al suo cospetto. A segnalare il video, pubblicato il 7 marzo scorso è stato Don Fortunato Di Noto, il prete in prima linea nella lotta alla pedofilia.

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Il 29 Marzo 2007 alle 8:30 Cellulari a scuola: la soluzione c’è ma la vietano » Panorama.it – Italia ha scritto:

[...] “I telefonini in classe? Invece di proibirli adotterei una cura omeopatica: contrastare la tecnologia con la tecnologia, schermando la scuola con un sistema che impedisca di effettuare telefonate o inviare messaggi durante le ore di lezione. L’ho già fatto in passato e posso garantire che funziona”. Così commenta la circolare ministeriale che invita gli insegnanti al sequestro dei cellulari molesti Benedetto Di Rienzo, 60 anni, da 28 preside dell’Istituto tecnico commerciale Tosi di Busto Arsizio (Varese). La sua scuola conta quasi 1.500 studenti e vanta computer, una rete wifi, un centro informatico, videoconferenze per fare seguire le lezioni agli studenti malati. Insomma, è un istituto all’avanguardia. Per questo, nel 2004, il ministero dell’Istruzione l’ha scelto per testare la schermatura dei cellulari durante gli esami. “Mi si offrì un’installazione di una società che si occupa di gestire in sicurezza concorsi pubblici e privati. Furono piazzati due “jammer“, gli apparecchi che servono a isolare un ambiente, ai piani dell’istituto in cui si svolgevano gli esami. Creavano un campo elettromagnetico per impedire l’utilizzo dei cellulari”. Funzionò. E la notizia uscì sui giornali di 21 paesi. “Risposi al ministero che avremmo adottato i jammer anche durante l’anno scolastico, escludendo dalla schermatura le aree ricreative e i momenti di pausa”. Il 19 luglio 2004, però, arrivò un’altra lettera, questa volta dal ministero delle Comunicazioni con il “divieto assoluto di pubblicità, vendita e utilizzo (dei jammer, ndr) sull’intero territorio comunitario, in quanto considerati interferenti al regolare funzionamento delle comunicazioni telefoniche”. L’istituto Tosi fu diffidato dall’utilizzare l’impianto proposto da un altro ministero. Eppure in Francia e Germania i jammer vengono usati liberamente per schermare teatri, cinema, stadi, carceri, mentre in Italia sono ancora illegali. Hanno una portata che va da 5 a 300 metri, costano da 150 a 4 mila euro e selezionano fra chiamate normali e numeri d’emergenza. “Restano solo due problemi” aggiunge di Rienzo. “I jammer non impediscono le registrazioni col telefonino e, se azionati a scuola, farebbero perdere milioni di euro alle compagnie telefoniche”. Già: con 5 milioni di studenti e un costo medio di 10 centesimi a messaggio, il danno potrebbe essere grosso. [...]

Il 6 Aprile 2007 alle 18:21 Scuola choc? Perché i bulli non sanno litigare » Panorama.it – Italia ha scritto:

[...] “La scuola italiana non è come la raccontano i media” esordisce il professor Daniele Novara, psicopedagogista e direttore Centro Psicopedagogico per la Pace e la gestione dei conflitti, di Piacenza. Cosa vuol dire, professore? Che spesso voi giornalisti dipingete una realtà deformata. Sempre colpa dei giornalisti… Secondo me c’è un enorme cortocircuito tra mondo scolastico e mondo dell’informazione. Faccio formazione a dirigenti e docenti delle scuole di tutta Italia. La prima domanda che gli pongo è: “Avete casi di bullismo?”. E la risposta è sempre no. Iperprotettivi come sono gli insegnanti oggi, non credo che mentano o che non se ne accorgano. Poi uno apre il giornale e legge dati dopati: che alle elementari si sono registrati il 40 per cento dei casi di bullismo; alle medie il 28 e il 15 alle superiori. E spesso la croce cade addosso proprio ai professori, ai quali si imputa di non fare niente di fronte ai tanti delinquenti (perché i bulli sono delinquenti, intendiamoci) che frequentano la scuola. Però internet è piena di video, girati con i telefonini all’interno degli istituti che mostrano atteggiamenti, dicamo così, non proprio edificanti… Sì, però dobbiamo restringere il campo delle definizioni. Una cosa è parlare di prepotenza, un’altra di bullismo. Che, e non credo che nessuno l’abbia ancora scritto sui giornali, come parola viene dall’inglese bull (persecuzione) e come atteggiamento, così come l’ha codificato 30 anni fa Dan Olweus, psicologo norvegese, si manifesta secondo queste tre categorie: prepotenza reiterata nel tempo; la vittima è l’anello debole della rete dei rapporti; l’azione è mirata a far del male. Detto questo, i casi che si verificano a scuola (amplificati prima dagli stessi studenti tramite i videofonini, poi da chi si diverte a raccoglierli in Internet, infine dai media tradizionali) non sono sempre e solo bullismo. Sono atteggiamenti di prepotenza (nei confronti dei professori e delle cose): e questi, sì, sono in aumento. Ma non solo in Italia: penso alla Francia e al nord Europa dove il disagio giovanile è più acuito che da noi. Sbaglieremmo a distribuire colpe, ma forse parlare di responsabilità si può… Esatto: alla carambola della colpa non gioco. Diciamo piuttosto che siamo di fronte a un’emergenza educativa. Dovuta essenzialmente all’incapacità dei quarentenni di oggi di gestire i propri ragazzi (figli o studenti che siano). Gli adulti non hanno più autorità, perché l’hanno combattuta quand’erano giovani. Professore, sta dicendo che è tutta colpa del ‘68? Da psicopedagogista dico che la figura genitoriale si è appiattita, anzi maternalizzata, ammorbidita. Incapace di dare orientamento e, soprattutto, regole condivise da rispettare. Oggi si deroga su ogni cosa. Come nei giorni di stop al traffico quando per strada le auto girano comunque? Già, meno regole, più eccezioni: e il rischio è che i ragazzi cadano in una sorta di “orfanità”: crescono soli, senza bussola, con l’idea di poter fare tutto. Perché saranno comunque difesi, in ogni occasione, da mamma e papà. Difesi nei confronti appunto dei professori. Invece scuola e famiglia dovrebbero parlare, dialogare. È un dato che gli adolescenti siano coalizzati contro gli adulti, ma se gli adulti si fanno la guerra tra loro, ovvio che vincano i ragazzi. La scuola poi dovrebbe smetterla di essere una baby sitter part time. L’educazione è un percorso progettuale a lungo termine, e a tempo pieno, che non si risolve in qualche ora di lezione frontale. Cosa vuol dire che i ragazzi vogliono tutto? Basta questo esempio: secondo i dati del mio istituto almeno il 40/50 per cento dei bambini di sei anni “frequenta” il lettone dei genitori. E a sette non sono ancora capaci di vestirsi da soli. E poi ci stupiamo se a 13, 14 anni girano scene hard col telefonino… Se nessuno gli proibirà di avere promiscuità, anche sessuale, con i genitori; se nessuno dirà loro che certe cose non si possono fare o avere, poi sarà impossibile che in loro la coscienza si levi a impedire che cerchino di ottenere ciò che vogliono: diventeranno onnipotenti e narcisi. Il desiderio e la libido saranno l’unica loro guida: che sia la mamma o la compagna di classe, non fa differenza, purché siano soddisfatti. Perché I bulli non sanno litigare (è il titolo del suo ultimo libro, edito da Carocci)? Perché non sono stati educati al conflitto. E anche qui, quanta disinformazione: la parola, oggigiorno, è un calderone che contiene di tutto: dagli screzi, alle arrabbiature, ai litigi, alla violenza. Invece, violenza e conflitto differiscono. Nella violenza si tenta di eliminare il problema eliminando la persona che lo porta e lo rappresenta. E il danno è irreversibile. Nel conflitto, al contrario, si discute, ci si disturba - anche in maniera forte - ma in maniera reciproca e senza eliminare la persona, con la quale di fondo resta una sorta di relazione. Educare al conflitto significa far capire che il danno non sta nella persona che mi ha insultato ma nell’insulto stesso e, andando a fondo a quello, cercare di uscirne, rafforzando la relazione. Il conflitto, tra l’altro, fa parte della nostra quotidianità, non è deleterio. Cosa diceva la vicina di Erba, una volta compiuta la strage: “Che calma c’è adesso, senza di loro”. Ecco il suo atto ha eliminato le persone che la disturbavano, non il motivo del disturbo… Litigare fa bene? Fa crescere. Come dire certi no [...]

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