
Per chi vive lontano dalla famiglia il telefono è una benedizione e quello della cornetta è l’unico cordone ombelicale non reciso. Per questo in Lombardia, la regione italiana con più immigrati (oltre 550mila), ci sono circa 2.400 phone center (700 solo a Milano). Che adesso, però, rischiano di chiudere. La Regione, infatti, ha fissato delle norme per l’apertura di questi centri: alle nuove regole devono adeguarsi tutti. Quindi: criteri e orari di apertura e chiusura, requisiti igienico-sanitari, autorizzazioni comunali, iscrizione alla Camera di Commercio e i “requisiti morali” previsti dalla normativa per il commercio. La legge è stata approvata lo scorso febbraio e ha dato tempo un anno per l’adeguamento. A conti fatti, solo il 15 per cento è riuscito a mettersi in regola e nessuna proproga è stata concessa: il 22 marzo la legge è in vigore. Chi c’è c’è. Nonostante i tentativi di dialogo e i dibattiti in Consiglio regionale. Nonostante per molti sarà difficile scovare nel proprio locale 2 bagni ogni 60 metri quadrati, cabine telefoniche di almeno un metro e sale d’attesa di 9. E la domenica chiusura, come vuole la legge.
Ovviamente, contro la decisione del Pirellone, è pronta a scattare la protesta. Sabato 24 marzo, tutti davanti alla sede della Regione Lombardia: “Più di 10 mila immigrati rischiano di finire sul lastrico” annuncia il comitato spontaneo. Sarà lo stesso copione dello scorso febbraio (quando la legge fu approvata) con tanto di scioperi della fame, due malori e i rispettivi ricoveri. Quello di Ikram, una donna marocchina incinta di tre mesi, e di Rosa, un’altra immigrata titolare di phone center. Tra i manifestanti anche Nunzio, un italiano che fiutando l’affare ha aperto un phone center nella provincia di Como. E che racconta: “Non ho avuto il denaro per assolvere agli adeguamenti e adempimenti di legge necessari e, mio malgrado, chiuderò entro fine mese. Ci voleva un po’ di pulizia in questo ambiente ma in questo modo hanno letteramente sradicato il problema alla radice”.
- Mercoledì 21 Marzo 2007
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Il 13 Aprile 2007 alle 20:04 Campi rom, la Stecca dei pusher, Chinatown: Milano sull’orlo di una crisi di nervi » Panorama.it – Italia ha scritto:
[...] La “rivolta” nel quartiere cinese della città (via Paolo Sarpi, ribattezzata appunto Chinatown) è solo l’ultima spia di un clima di profondo malcontento e di mal riuscita integrazione tra i meneghini storici che pretendono più sicurezza, legalità senza sconti per nessuno e i nuovi milanesi che reclamano diritti, cittadinanza e rispetto. Sono due realtà che spesso viaggiano sugli stessi binari, ma che a volte, per un piccolo intoppo, scoprono nuove tensioni. Di cui la cronaca cittadina si è riempita, negli ultimi due anni: dalla protesta vibrante dei musulmani che, nel settembre 2005, chiedevano la riapertura delle scuola islamica di via Quaranta (chiusa dal comune, retto allora da Gabriele Albertini), fino alle bombe molotov che oggi, 13 aprile 2007, sono state lanciate da un sedicente Fronte cristiano combattente contro la sede dell’Islamic Relief, un’associazione internazionale di assistenza umanitaria di ispirazione islamica (comparsa in una sentenza del gip di Milano, Guido Salvini, che la indica come possibile “collettore, anche inconsapevole, di gruppi che mettono in pratica l’ideologia jihadista”). Per non parlare della questione dei “rom di Opera”. Dopo che delle vere e proprie “squadriglie” di abitanti del quartiere a sud est di Milano, nel dicembre del 2006, avevano dato fuoco alle tende che li ospitavano, ora rischiano di dover abbandonare, ancor prima di approdarvi, l’area vicino al Parco Lambro in cui il sindaco Letizia Moratti aveva deciso di sistemarli. Ad opporsi, nei primi giorni di questo mese, sono stati gli stessi politici locali di centrodestra che hanno spalleggiato i presidi (in piazza Udine) dei cittadini e le (immancabili) ronde padane. Pochi giorni prima, il 12 marzo, altre scene di vera e propria guerriglia tra forze dell’odine e immigrati irregolari (senegalesi e ghanesi che alzavano) alla “Stecca degli artigiani” (un prefabbricato, nel quartiere Isola, alle spalle della stazione Garibaldi). Il blitz antidroga non ha risolto però il problema: quelli che gli abitanti del quartiere chiamano i nuovi “padroni” sono ancora lì, indisturbati, a smerciare di tutto in quella terra di nessuno che va da via De Castillia e via Confalonieri. Leit motiv dei residenti, il solito: “Non si vive più, abbiamo paura”. Senza scontri ma con toni piuttosto aspri si era invece conclusa, sabato 24 marzo, la manifestazione degli immigrati scesi in piazza per protestare contro Legge Regionale n. 6 che prevede norme di riorganizzazione dei phone center (ce ne sono 2.400 un Lombardia, 700 solo a Milano) prevedendo la chiusura immediata per chi non rispetti criteri e orari di apertura e chiusura, requisiti igienico-sanitari, autorizzazioni comunali, iscrizione alla Camera di Commercio e i “requisiti morali” previsti dalla normativa per il commercio. La norma, approvata nel febbraio 2006 prevedeva un anno per l’adeguamento degli esercizi. Ma gli immigrati che hanno sfilato per il centro di Milano l’hanno definita così: “Legge 6 legge razzista: ci siamo impegnati ad integrarci e ora volete ghettizzarci”. A seguito di questi ultimi episodi, su diversi muri della città e, in particolar modo sugli intonaci di alcune case nei dintorni della moschea cittadina di viale Jenner, sono apparse delle gravi scritte anti-islamiche. Non sono le prime e non saranno, purtroppo, le ultime. Ma di fronte a messaggi del genere, lasciati da mani e spray ignoti e stigmatizzati da ogni parte politica e istituzionale, l’impressione è che il clima nella città del record che si respira in città rimane incandescente. [...]
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