
Per Piero Fassino 75,6 per cento; 15 per Fabio Mussi; 9,3 per Gavino Angius. Numeri, da giocare sulla ruota del congresso dei Ds (dal 19 al 21 aprile). Ma dietro i dati raccolti dalle consultazioni di base (hanno votato 250.000 iscritti alla Quercia) si nascondo molte incognite. Soprattutto per Fassino, segretario di un partito in bilico tra il “salto nel buio” (a Firenze si riunirà per l’ultima volta, prima di fondersi con la Margherita nel nuovo Partito Democratico) e un presente da brivido. “Ammesso che glielo lasciamo fare il salto” butta lì Francesco Salinas, trentenne emergente del Correntone Ds in Piemonte e consigliere comunale a Torino. I numeri stanno dalla parte del segretario. “Ma la mozione della maggioranza non ha sfondato. Soprattutto in Piemonte, la regione di Piero. Perché i nodi qui sono venuti al pettine”. Quali? “Il tema dell’identità , dell’appartenenza. Per noi non c’è partito democratico se non all’interno del Socialismo Europeo”. Di più, dice con chiarezza Gian Giacomo Migone (Ordinario di Scienze Politiche all’Università di Torino, già senatore diessino, editorialista de La Stampa) del Correntone: “La discriminante perché il salto lo si faccia tutti uniti è che il partito non esca dall’Internazionale Socialista. Io stesso, insieme all’attuale segretario e a Giorgio Napolitano, dopo la svolta di Occhetto nell’89, lottammo proprio per entrarci”. Se non fosse così, voi del Correntone direste addio ai Ds? “Siamo al paradosso: noi che passiamo per scissionisti siamo i primi a non volere la scissione. E credo che la pensino come noi molti della base che hanno votato per Fassino: ho l’impressione che a scegliere Mussi siano stati gli iscritti con un ruolo attivo nel partito, meno avvezzi ai diktat della dirigenza. Per tutti comunque, noi chiediamo al segretario di restare, uniti, sotto la rosa del Pse. Ma sa, esistono anche scissioni di maggioranza…”.
Di minoranza o di maggioranza, lo spettro della spaccatura agita i sonni di molti dirigenti della Quercia. Tanto che, in cambio di un percorso più articolato, che preveda anche una consultazione tra gli iscritti diessini sul Pd (quasi un referendum, come chiesto da Angius), pare che Fassino abbia ottenuto dal Correntone la disponibilità a non sbattere la porta prima del congresso fiorentino. Più in là , però, non si va. Perché più in là significherebbe essere a ridosso del 2008, indicato come anno di nascita del Pd, e il Correntone vuole fermare il treno prima che arrivi a destinazione. Se non ci riuscisse, si aprirebbe lo spazio per “costituire un nuovo movimento politico autonomo di sinistra”, ha detto lo stesso Mussi, al termine della lunga e faticosa assemblea romana del Correntone.
Sulle rive dell’Arno si prevede insomma un congresso movimentato: “Insieme ai voti raccolti dalla mozione Angius, abbiamo un quarto di iscritti che è decisamente contrario, o molto perplesso, ostile allo scioglimento dei Ds per la formazione del Pd”. Darà battaglia? Il viso tirato, il toscano spento a mezza bocca, il leader della sinistra confessa: “Farò la relazione della mia vita… E se dovremo andarcene, sarà una decisione sofferta: non ci va di fare la corrente di sinistra del Pd… Però, non avrei mai immaginato che sarebbe andata a finire così”. Oggi, dichiara, “si è chiusa una storia”. E il congresso di Firenze ne firmerà il capitolo finale.
- Giovedì 29 Marzo 2007
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Commenti
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Il 29 Marzo 2007 alle 19:13 Ds a congresso. Piero il torinese non sfonda in Piemonte » Panorama.it – Italia ha scritto:
[...] “Fassino, i Ds non si sciolgono. Si strappano” [...]
Il 2 Aprile 2007 alle 8:50 Se questi partiti vi sembran pochi… Scatta il trend scissionista » Panorama.it – Italia ha scritto:
[...] Fossero solo i Ds: la tentazione della scissione incombe su tutti i maggiori partiti. Sulla Margherita, dove si respira un’aria da resa dei conti tra Francesco Rutelli e gli ex popolari ispirati dal presidente del Senato Franco Marini e, nientemeno, da Ciriaco De Mita; ma tra gli scontenti c’è anche Enrico Letta, un prodiano doc. Il problema qui è il potere. A Rutelli è stato posto un ultimatum classico dei tempi della Dc: “O il governo o il partito”. E la scissione non è esclusa se sarà il vicepremier a guidare la fusione nel Partito democratico: ad andarsene sarebbero, oltre al gruppetto di ex Dc, gli uomini di Lamberto Dini ed altri nostalgici della Prima repubblica attratti dal progetto centrista di Pier Ferdinando Casini e Clemente Mastella e magari di Luca di Montezemolo. Casini, però, è a sua volta alle prese con il rischio-scissione, sia pure in versione bonsai. Al prossimo congresso, Carlo Giovanardi, il più forzista del’Udc, potrebbe staccarsi. La prima mossa è stata l’annuncio dell’ex ministro per i Rapporti con il Parlamento della propria candidatura alla guida del partito. Il gruppo di Giovanardi non è numericamente rilevante, ma si somma al fatto che Pier ed il segretario Lorenzo Cesa dovranno vedersela con altre tre correnti: i siciliani di Totò Cuffaro, la sinistra di Bruno Tabacci, e perfino un gruppo organizzato da Rocco Buttiglione e Mario Tassone. Più grave, per Casini, il consenso nel Paese: almeno un quarto dei suoi elettori non apprezza l’addio alla Cdl. Torniamo a sinistra. In seri problemi è Fausto Bertinotti. I fischi all’Università di Roma sono un nuovo segnale d’allarme di quanto si muove dentro Rifondazione. La sinistra interna non è fatta solo dei trotskisti alla Franco Turigliatto. Ci sono quelli di “Essere comunisti” del senatore Fosco Giannini, e quelli di “Sinistra critica” di Salvatore Cannavò. La vera novità è però rappresentata dal sempre maggiore impegno politico di Giorgio Cremaschi, della segreteria nazionale della Fiom-Cgil. Cremaschi, assieme a Luca Casarini, sta organizzando una corrente che chiede di uscire dal governo. Con consensi in Piemonte e Veneto, è deciso alla scissione e punta ad un duro scontro sociale. E Bertinotti? Per parare il colpo è pronto ad accogliere gli scissionisti dei Ds, a cominciare da Fabio Mussi; e perfino a fingere di far pace con il Pdci di Oliviero Diliberto (i due si detestano). Ma si aprirebbe un problema: chi guiderebbe questa Rifondazione-bis? Tornando dall’altra parte, non siamo alla scissione ma in area rischio dentro An. Gianfranco Fini ha rotto i rapporti con la destra di Gianni Alemanno e Francesco Storace, ed anche con i suoi ex colonnelli Ignazio La Russa e Maurizio Gasparri. Tutti lo accusano di essersi appiattito su Berlusconi. E perfino Forza Italia, dove la parola scissione non è contemplata, sta attraversando un momento quanto mai travagliato. Cento parlamentari guidati da Beppe Pisanu hanno rivolto al Cavaliere un appello alla durezza contro il governo Prodi. Il risultato è stato il voto sull’Afghanistan, ma il vero obiettivo è tutto interno: il coordinatore Sandro Bondi. Anche per questo motivo sia a destra sia a sinistra si assiste ad una corsa a creare i due nuovi maxi-contenitori: la Federazione della libertà cui lavorano Berlusconi e Fini, ed il Partito democratico. Ma è significativo che proprio uno dei leader che del Pd dovrebbero essere fondatori, Massimo D’Alema, stia nel frattempo cercando di rafforzarsi nella Quercia. E, giudicando troppo debole Piero Fassino, ha in mente un nuovo segretario: il ministro Pierluigi Bersani. [...]
Il 11 Aprile 2007 alle 14:16 Pd, il partito fantasma che non fa paura. E perde voti prima di nascere » Panorama.it – Italia ha scritto:
[...] Uno spettro si aggira per la sinistra italiana: lo spettro del Partito democratico (qui una definizione tratta da Wikipedia). Il problema è che, a differenza del comunismo, che secondo Kark Marx terrorizzava le borghesie dell’Ottocento, questo fantasma non fa paura proprio a nessuno. Quasi suscita tenerezza. I sondaggi lo martellano senza pietà : l’ultimo, dell’Ipsos di Renato Mannheimer gli assegna, se si votasse oggi, il 23% meno della somma di Ds e Margherita. Ma ciò che più preoccupa è il bacino potenziale del Pd, cioè gli elettori che “potrebbero essere interessati” a votarlo: il 37%. Un partito, nella migliore delle ipotesi, destinato a restare minoranza. Eppure la macchina è in moto, difficilmente tornerà indietro. Romano Prodi ha rivolto un ultimo appello: “Il Pd si farà e si chiamerà Ulivo” ha detto il premier due giorni fa. I due partiti fondatori sono alla vigilia dei congressi che dovrebbero decretare i rispettivi scioglimenti e nel 2008 portare all’Assemblea costituente del Pd. I Ds celebreranno il loro dal 19 al 21 aprile a Firenze, al Mandela Forum. La Margherita, più in linea con il proprio look (e forse con i gusti ed il ruolo di Francesco Rutelli) ha invece scelto Cinecittà , a Roma, dal 20 al 22 aprile. Il dubbio che il nascituro sia abortito prima di nascere serpeggia tra molti. Nella sinistra rifondarola, certo, ma anche quella diessina. E nel centro dell’Unione, dipietristi, mastelliani, ex Dc. Quello che più ci crede, oltre a Prodi, è Piero Fassino. Ogni giorno ha una nuova idea. Le ultime: ammettere Bettino Craxi nel pantheon del Pd (idea subito respinta dalla figlia Stefania: “Continuando così ci infileranno pure Totò e Macario”), e recarsi in visita ai gulag dell’ex Urss. L’abnegazione fassiniana è vissuta con aperto distacco da Massimo D’Alema e da Walter Veltroni. Mentre nella Margherita è da tempo partita la gara, con i Ds, a contare le tessere, onde stabilire chi comanderà nel Pd. Da lì a tirarsi addosso l’accusa della base di voler fare un partito tutto nomenklatura e zero passione, il passo è stato brevissimo. In effetti di ciò che sarà il Pd, e soprattutto di quel che vorrà fare, si sa pochissimo. Un new labour alla Tony Blair? Un partito democratico all’americana? Qualcosa di simile alla sinistra francese, che inglobi i movimenti? Un fronte laico alla Zapatero, avanzato sui diritti civili ma liberista in economia? Né è ancora stato deciso dove andrà a collocarsi nel parlamento europeo, se tra i socialisti o tra i liberaldemocratici. Mistero. Di certo finora, soprattutto a sinistra, le fusioni tra partiti non hanno mai avuto successo; invece funzionano, e bene, le scissioni… FORUM [...]
Il 12 Aprile 2007 alle 9:44 france56 ha scritto:
All’Italia continua a mancare una sinistra riformista , senza se e senza ma. Il PD di Fassino è l’ennesimo tentativo di camuffare da partito riformista una Cosa in realtà ineffabile. Il problema è che i riformisti , sempre minoranza politica, non hanno il coraggio delle scelte nette, come, ad esempio, la rottura dell’alleanza con la sinistra massimalista, antiamericana, antioccidentale, incline all’abbraccio con talebani, pasdaran,et similia.
Il 16 Aprile 2007 alle 9:57 A Strasburgo casacca double face per il Pd » Panorama.it – Italia ha scritto:
[...] “Fino alle elezioni europee del 2009 per i parlamentari europei del Partito democratico valga la doppia appartenenza: ciascuno dentro il gruppo dove fu eletto nel 2004, e nello stesso tempo, anche per dare il segno della novità , tutti membri di un nuovo network che tra due anni diventerà la nostra unica famiglia”. A pochi giorni dai congressi che dovrebbero avviare la fase costituente del Partito democratico (quello dei Ds a Firenze dal 9 al 21 aprile e quello della Margherita a Roma dal 20 al 22 aprile), Francesco Rutelli anticipa a Panorama la sua soluzione per risolvere il contenzioso più ostico sulla via dell’unificazione: l’indisponibilità dei diellini a entrare nella famiglia del socialismo europeo e l’altrettanto tenace rifiuto dei diessini di abbandonarla. La proposta del vicepremier e presidente della Margherita supera la formula del “gruppo federato” al Pse, finora avanzata dai diessini come massima concessione possibile; ma sposta avanti nel tempo l’approdo unitario, disegnando una fase di transizione che potrebbe essere accettata dal partito di Piero Fassino. Attualmente i 15 europartorale evidente in molti paesi europei, a cominciare da quelli dove la socialdemocrazia vanta le maggiori tradizioni (in Svezia alle elezioni del settembre del 2006 ha vinto una coalizione di centrodestra, in Germania la Spd ha perso la cancelleria, ndr). Ma c’è anche una forte divaricazione tra i leader dei cinque partiti di ispirazione socialista più importanti d’Europa, Francia, Germania, Gran Bretagna, Spagna e Polonia, su materie vitali come le alleanze in politica interna, l’economia e la costruzione europea. Senza dimenticare che si deve soprattutto al voto degli elettori socialisti francesi la bocciatura del trattato europeo”. Un nuovo e forte eurogruppo imperniato sul Partito democratico italiano (che per Rutelli “potrebbe diventare nel 2009 la seconda delegazione nazionale per consistenza dopo quella della Spd nel campo del centrosinistra continentale”) avrebbe anche la funzione di “leva per rilanciare il processo europeo”. Mentre parla, Rutelli sfoglia con soddisfazione gli ultimi sondaggi arrivati dalla Francia sulle chance presidenziali di François Bayrou, che insieme a lui è il leader del Partito democratico europeo, fondato tre anni fa con Romano Prodi presidente onorario. È evidente che se dopo il primo turno delle presidenziali del 22 aprile dovesse toccare a Bayrou e non a Royal il compito di sfidare il 6 maggio Nicolas Sarkozy, la proposta rivolta dal capo della Margherita ai diessini diventerebbe assai più persuasiva. Restando però chiaro, per equità politica, che se la nuova eurocollocazione del Pd italiano non potrà essere nell’ambito del Pse, non potrà neppure essere in ambito Alde. [...]
Il 19 Aprile 2007 alle 14:50 Il mondo economico guarda al Partito democratico. A distanza » Panorama.it – Italia ha scritto:
[...] Con un week end tutto di congressi - da oggi a Firenze quello dei Ds, da domani a Roma quello della Margherita - i due maggiori partiti del centrosinistra annunciano lo scioglimento per confluire nel futuro Partito democratico. Quasi tutto si sa delle manovre interne, a cominciare dalla scissione delle due correnti si sinistra diessine. Meno problemi dovrebbe averli il partito di Francesco Rutelli, accusato però di aver gonfiato il tesseramento. Discorso diverso per il Partito democratico visto da fuori. A chi piace, nella classe dirigente del Paese? Quali poteri forti, a cominciare da quelli economici, sono disposti a sostenerlo? Quali forze della società ? Vediamo. Fondamentale sarà l’indicazione del leader: è la richiesta che giunge dall’establishment, sintetizzata in un editoriale del direttore del Corriere della Sera (il quotidiano ha tra i suoi azionisti buona parte di quei poteri forti): “Diteci chi sarà il capo, e ditecelo in poche settimane” è il succo del ragionamento di Paolo Mieli. Si sa che la partita sarà tra Romano Prodi e Walter Veltroni, mentre Massimo D’Alema e Francesco Rutelli sembrano destinati ad un ruolo da king maker. Ma chi parteggia per chi? Tra le grandi banche, Intesa-San Paolo è quella prodiana per eccellenza: con il premier sono sia il numero uno di Intesa, Giovanni Bazoli, sia quello del San Paolo, Enrico Salza. Alessandro Profumo dell’Unicredito, invece, non ha mai nascosto la simpatia per D’Alema: vedremo se e come questo supporto si potrà trasferire a Veltroni. I pasticci nella vicenda Telecom hanno del resto alienato a Prodi molti consensi del mondo economico: non solo quello di Marco Tronchetti Provera, ma soprattutto l’intero blocco confindustriale. A Luca Cordero di Montezemolo, presidente della Confindustria, l’idea del Pd non è mai piaciuta più di tanto: lui preferisce un progetto centrista, imperniato sull’Udc e sui moderati di Forza Italia, della Margherita, sull’Udeur di Clemente Mastella, fino ad An. Stesso discorso per Mario Monti: il 18 aprile l’ex commissario europeo ha tenuto ai gruppi parlamentari dell’Udc una lezione su concorrenza e liberalizzazioni. La posizione della Fiat di Sergio Marchionne appare agnostica, anche se il gruppo di Torino non è insensibile ai benefici ottenuti dal governo Prodi. Tra i candidati alla futura presidenza della Confindustria (tra un anno), Alberto Bombassei, Giorgio Squinzi e Diana Bracco sembrano i più distanti dal Pd, essendo tutti di area centrodestra; discorso diverso per Emma Marcegaglia, di simpatie rutelliane, e Andrea Pininfarina. Ciò che però preoccupa indistintamente gli industriali è l’appartenenza esplicita all’area del Partito democratico delle tre confederazioni sindacali: Cgil (con i Ds, sia pure in posizione critica), Cisl e Uil (con la Margherita). In altri termini c’è il timore che il Pd diventi il partito del sindacato, così come in passato era accaduto per i democratici americani e per i laburisti inglesi prima dell’arrivo di Tony Blair. I due colossi pubblici, Eni ed Enel, avranno un rapporto stretto con il Pd finché sarà forza di governo. Poi, come sempre è accaduto, si schiereranno anche con un esecutivo di colore diverso. La Rai, al contrario, diverrà sicuramente terra di conquista per i Democratici, siano essi dalemiani, rutelliani, prodiani, o soprattutto veltroniani. Al Partito democratico, specie se sarà guidato da Veltroni, guarderà con simpatia il mondo del cinema, una lobby anche economica, così come accade negli Usa e in Inghilterra, mentre in Francia le simpatie di attori e registi sono egualmente divise tra Ségolène Royal, Nikolas Sarkozy e François Bayrou. Lo sport tradizionalmente tifa a destra. E la Chiesa? Il presidente della Cei, Angelo Bagnasco, attende si sapere se la linea del Pd sarà quella di Rutelli, specialmente sui Dico (qui il FORUM), o quella di Livia Turco. Quanto a Veltroni, i rapporti con l’episcopato sono buoni. Discorso diverso per le parrocchie, gli scout, le comunità di base, da tempo schierate a sinistra. Ed infine non vanno trascurate le comunità di recupero per i tossicodipendenti, una realtà anche economica in espansione: un tempo anche loro di area prevalentemente progressista, vedono con crescente timore le aperture del governo sulla depenalizzazione delle droghe. Una scommessa? Il Pd, specie se alla fine sarà guidato da Veltroni, praticherà una politica delle mani tese verso tutti. Si moltiplicheranno consulte e commissioni: la linea dell’”inclusione” che ha funzionato a Roma, ma che a livello nazionale, quando i democratici dovranno presentare un programma di governo che non siano le 280 pagine di Prodi, rischia di portare alla paralisi, o a nuove scissioni. [...]
Il 19 Aprile 2007 alle 19:11 Mussi e la fine dei Ds: Non pregatemi, non ci sto » Panorama.it – Italia ha scritto:
[...] La foto ricordo della Bolognina (la svolta storica che seppellì il Pci e diede vita al Pds) ritrae Achille Occhetto, il segretario di allora, in lacrime. L’istantanea del quarto e ultimo congresso dei Ds (che seppellisce i democratici di sinistra e dà vita al Pd: qui la diretta video) ritrae invece, inevitabilmente, un Fabio Mussi, ministro dell’Università e leader del Correntone, che risponde con enfasi a chi gli domanda se ci sarà una separazione dai Ds: “Quella dell’89 è un’altra cosa, un’altra storia”. Il firmatario della mozione “Per il socialismo europeo” che porta il suo nome specifica che quanto accadrà ha poco a che vedere con la scissione che si è consumata in quella piccola sezione di Bologna nell’89 (pochi giorni dopo l’abbattimento del Muro di Berlino). Mussi spiega infine che, per quanto riguarda la decisione di lasciare venerdì il congresso dopo la relazione che terrà di fronte alla platea di 1.500 delegati, “mi sentirò con Fassino - spiega - ma quello che faremo lo abbiamo già deciso la sera scorsa”. Cioè nella nottata di mercoledì, quando la Sinistra Ds ha deciso di dare l’addio al partito. È già chiaro anche l’orizzonte verso il quale tende la minoranza guidata da Mussi: il documento, approvato all’unanimità dai 242 delegati al congresso, afferma che la Sinistra Ds si impegna ad aprire una “Costituente della sinistra”, perché “a sinistra del Partito Democratico può nascere una grande forza popolare di ispirazione socialista, laica e di governo”. Questo il senso del documento approvato dall’assemblea dei delegati della sinistra dei Ds. Che, si legge, “si impegnano a dare vita ad un movimento politico autonomo, che contribuisca ad aprire un processo di rinnovamento e unità alla sinistra italiana, nel riferimento al socialismo europeo. Ad aprire una costituente della sinistra, perché a sinistra del Pd può nascere una grande forza popolare i ispirazione socialista, laica e di governo, del lavoro, dei diritti, dell’ambientalismo, della liberta, della libertà femminile, all’insegna dell’etica della politica”. Il documento si rivolge a “quanti hanno sostenuto la mozione, agli iscritti, agli elettori dei Ds, ai cittadini, ai giovani, al variegato mondo del lavoro e della cultura, a tutti quelli che hanno voglia e interesse a partecipare e contribuire con le loro idee”. Il primo appuntamento degli scissionisti è per sabato 5 maggio, con un’assemblea pubblica a Roma per lanciare il nuovo movimento. Ci saranno tutti quelli che venerdì, come annuncia una delegata dell’area Mussi, Laura Spezia, della Fiom “dopo l’intervento del compagno Mussi” si alzeranno e se ne andranno. Sbattendo la porta. [...]
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