
Uno, due, tre e… quattro. Le prime tre telefonate (una da cellulare), senza esito. A rispondere al 800.66.96.96, il numero vVerde per la prevenzione e la lotta contro il bullismo, prima un brano di musica classica (volutamente rilassante e terapeutica?), poi la voce registrata che ripete: “Siete in linea con il Numero… attivo da lunedì a venerdì, dalle 10 alle 13 e dalle 14 alle 19. Vi preghiamo di ricontattarci”. Al quarto tentativo, l’operatrice: “Buon giorno, sono…, come posso aiutarla?”. Spiegato il motivo della chiamata, lei gentile, ma ferma, si scusa: “Siamo impegnatissime, da giorni i telefoni scottano…”.
Alla luce degli ultimi episodi che arrivano dalle scuole, l’impegno è certificato anche dal numero di richieste che, a quasi due mesi dalla sua istituzione, il call center antibullo (10 postazioni d’ascolto, con esperti in psicologia giuridica e della devianza giovanile) sta ricevendo: “120 chiamate al giorno, un successo”. Le parole sono del ministro della Pubblica Istruzione, Giuseppe Fioroni, durante la presentazione - giovedì 29 marzo - di un primo bilancio del progetto. Il successo, s’intende, è per la fiducia che studenti e genitori hanno dimostrato nel progetto che mira ad arginare la violenza crescente nelle aule scolastiche italiane: “4.437 telefonate dal 5 febbraio al 27 marzo e 1100 contatti al giorno al sito internet www.smontailbullo.it sono sicuramente un ottimo risultato dell’attività svolta fino ad ora” sottolinea Laura Volpini, docente dell’università “La Sapienza” di Roma e responsabile scientifico del progetto. Ma chi contatta il numero verde? Il 37,5 per cento delle volte sono genitori, il 31,4 sono insegnanti (buon segno: “la scuola sta prendendo coscienza del fenomeno e sta cercando strumenti efficaci per affrontarlo” dice Volpini) e il 23,2 sono studenti: significa che le vittime (ragazzi o ragazze che vengono percepiti come vulnerabili perché timidi, portatori di handicap, diversi per etnia o grado sociale) stanno rompendo il cerchio della paura e denunciano le aggressioni. Circa il 69% delle telefonate denuncia episodi di prepotenza o violenza, soprattutto nelle scuole medie inferiori, visto che il bullismo decresce man mano che cresce l’età e che si passa a un grado superiore d’istruzione. Alla presentazione dei dati ha preso parte anche Giuseppe Rosario Esposito, il ragazzo di Napoli che ha scritto una lettera aperta ai giornali dove chiedeva di dare voce alla “scuola che esiste”, fatte di buone pratiche ma della quale si parla poco. Accanto a lui, il ministro Fioroni, annuiva: “Il bullismo è un fenomeno rilevante, non si può far finta di nulla e va affrontato a tutti i livelli. Però davanti a otto milioni di studenti e un milione di docenti che ogni giorno frequentano le lezioni con successo, gli episodi di violenza e intolleranza risultano irrilevanti. Quindi basta con la gogna mediatica: non la meritiamo”.
- Giovedì 29 Marzo 2007
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Commenti
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Il 6 Aprile 2007 alle 18:21 Scuola choc? Perché i bulli non sanno litigare » Panorama.it – Italia ha scritto:
[...] “La scuola italiana non è come la raccontano i media” esordisce il professor Daniele Novara, psicopedagogista e direttore Centro Psicopedagogico per la Pace e la gestione dei conflitti, di Piacenza. Cosa vuol dire, professore? Che spesso voi giornalisti dipingete una realtà deformata. Sempre colpa dei giornalisti… Secondo me c’è un enorme cortocircuito tra mondo scolastico e mondo dell’informazione. Faccio formazione a dirigenti e docenti delle scuole di tutta Italia. La prima domanda che gli pongo è: “Avete casi di bullismo?”. E la risposta è sempre no. Iperprotettivi come sono gli insegnanti oggi, non credo che mentano o che non se ne accorgano. Poi uno apre il giornale e legge dati dopati: che alle elementari si sono registrati il 40 per cento dei casi di bullismo; alle medie il 28 e il 15 alle superiori. E spesso la croce cade addosso proprio ai professori, ai quali si imputa di non fare niente di fronte ai tanti delinquenti (perché i bulli sono delinquenti, intendiamoci) che frequentano la scuola. Però internet è piena di video, girati con i telefonini all’interno degli istituti che mostrano atteggiamenti, dicamo così, non proprio edificanti… Sì, però dobbiamo restringere il campo delle definizioni. Una cosa è parlare di prepotenza, un’altra di bullismo. Che, e non credo che nessuno l’abbia ancora scritto sui giornali, come parola viene dall’inglese bull (persecuzione) e come atteggiamento, così come l’ha codificato 30 anni fa Dan Olweus, psicologo norvegese, si manifesta secondo queste tre categorie: prepotenza reiterata nel tempo; la vittima è l’anello debole della rete dei rapporti; l’azione è mirata a far del male. Detto questo, i casi che si verificano a scuola (amplificati prima dagli stessi studenti tramite i videofonini, poi da chi si diverte a raccoglierli in Internet, infine dai media tradizionali) non sono sempre e solo bullismo. Sono atteggiamenti di prepotenza (nei confronti dei professori e delle cose): e questi, sì, sono in aumento. Ma non solo in Italia: penso alla Francia e al nord Europa dove il disagio giovanile è più acuito che da noi. Sbaglieremmo a distribuire colpe, ma forse parlare di responsabilità si può… Esatto: alla carambola della colpa non gioco. Diciamo piuttosto che siamo di fronte a un’emergenza educativa. Dovuta essenzialmente all’incapacità dei quarentenni di oggi di gestire i propri ragazzi (figli o studenti che siano). Gli adulti non hanno più autorità , perché l’hanno combattuta quand’erano giovani. Professore, sta dicendo che è tutta colpa del ‘68? Da psicopedagogista dico che la figura genitoriale si è appiattita, anzi maternalizzata, ammorbidita. Incapace di dare orientamento e, soprattutto, regole condivise da rispettare. Oggi si deroga su ogni cosa. Come nei giorni di stop al traffico quando per strada le auto girano comunque? Già , meno regole, più eccezioni: e il rischio è che i ragazzi cadano in una sorta di “orfanità ”: crescono soli, senza bussola, con l’idea di poter fare tutto. Perché saranno comunque difesi, in ogni occasione, da mamma e papà . Difesi nei confronti appunto dei professori. Invece scuola e famiglia dovrebbero parlare, dialogare. È un dato che gli adolescenti siano coalizzati contro gli adulti, ma se gli adulti si fanno la guerra tra loro, ovvio che vincano i ragazzi. La scuola poi dovrebbe smetterla di essere una baby sitter part time. L’educazione è un percorso progettuale a lungo termine, e a tempo pieno, che non si risolve in qualche ora di lezione frontale. Cosa vuol dire che i ragazzi vogliono tutto? Basta questo esempio: secondo i dati del mio istituto almeno il 40/50 per cento dei bambini di sei anni “frequenta” il lettone dei genitori. E a sette non sono ancora capaci di vestirsi da soli. E poi ci stupiamo se a 13, 14 anni girano scene hard col telefonino… Se nessuno gli proibirà di avere promiscuità , anche sessuale, con i genitori; se nessuno dirà loro che certe cose non si possono fare o avere, poi sarà impossibile che in loro la coscienza si levi a impedire che cerchino di ottenere ciò che vogliono: diventeranno onnipotenti e narcisi. Il desiderio e la libido saranno l’unica loro guida: che sia la mamma o la compagna di classe, non fa differenza, purché siano soddisfatti. Perché I bulli non sanno litigare (è il titolo del suo ultimo libro, edito da Carocci)? Perché non sono stati educati al conflitto. E anche qui, quanta disinformazione: la parola, oggigiorno, è un calderone che contiene di tutto: dagli screzi, alle arrabbiature, ai litigi, alla violenza. Invece, violenza e conflitto differiscono. Nella violenza si tenta di eliminare il problema eliminando la persona che lo porta e lo rappresenta. E il danno è irreversibile. Nel conflitto, al contrario, si discute, ci si disturba - anche in maniera forte - ma in maniera reciproca e senza eliminare la persona, con la quale di fondo resta una sorta di relazione. Educare al conflitto significa far capire che il danno non sta nella persona che mi ha insultato ma nell’insulto stesso e, andando a fondo a quello, cercare di uscirne, rafforzando la relazione. Il conflitto, tra l’altro, fa parte della nostra quotidianità , non è deleterio. Cosa diceva la vicina di Erba, una volta compiuta la strage: “Che calma c’è adesso, senza di loro”. Ecco il suo atto ha eliminato le persone che la disturbavano, non il motivo del disturbo… Litigare fa bene? Fa crescere. Come dire certi no [...]
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