- Tags: alunni, aula, blog, bullismo, cellulari, Giuseppe-Fioroni, professori, scuola, video
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Provochiamo? Peccato solo che la scuola italiana non sia un unico, grande e condivisibile set, dove i ragazzi tentano la via di quella notorietà, che la tv, pur soddisfacendo la crescente domanda di esibizionismo che sale dal Paese, non riesce a esaudire e inglobare. Perché la produzione di videoclip nelle scuole italiane è quotidiana e per tenere aggiornata la gallery, è nato anche un blog Scuolazoo.com, diventato un caso citato dal Corriere della Sera: “Questo blog” scrivono i curatori Francesco & Paolo “nasce unicamente con lo scopo di fare divertire. Non intendiamo offendere nessuno ma mostrare uno spaccato di una realtà che esiste. Riguardo alla moralità di alcuni video, beh… Ognuno è libero di commentare e di interpretarli come meglio crede. Continuate a seguirci perché ogni giorno pubblicheremo video nuovi!”. Appunto: ogni giorno, all’insegna della “democrazia digitale”, qui si invitano gli studenti italiani ad armarsi di videofonino e a mobilitarsi, alla faccia dei divieti e delle restrizioni: “Facciamo uscire il marcio che c’è dalla nostra scuola, filmiamolo e mettiamolo in rete, confrontiamoci e parliamone nei forum e nei blog”.
Tra i più “esilaranti”, quello di un temerario studente delle superiori che si avvicina guardingo al professore, mentre dà le spalle alla classe e scrive alla lavagna, gli abbassa i pantaloni e lo lascia letteralmente in mutande. Oppure quello del ragazzo interrogato che si esibisce con maestria in un balletto di breakdance dietro l’ignara professoressa seduta in cattedra. Peccato solo che i video vengano girati a scuola, durante le ore di lezione, quando i ragazzi dovrebbero (condizionale più che mai d’obbligo) apprendere altre materie.
I filmati, a firma degli studenti, hanno infatti un loro perché: girati con i cellulari e postati su siti di condivisione di clip come YouTube o Metello o di scambio di file come Emule, prima in maniera quasi casuale e poi, soprattutto dopo il divieto del ministro dell’Istruzione Fioroni, a ciclo continuo, si stanno trasformando in veri e propri cortometraggi: studiati fin nei dettagli, dai contenuti alle riprese.
Scioccante uno degli ultimi video comparso in rete e prodotto da un “pornocellulare”.
Anche se non esiste nessun fotogramma porno (come quello che ritraeva una docente di scuola media, ora sotto inchiesta, circondata da allievi tredicenni che la palpeggiavano senza che lei opponesse resistenza), c’è da rimanere basiti per le le domande che uno studente di una scuola media di Aosta (lo si intuisce dalle risposte della docente coinvolta) pone alla professoressa di scienze. Un’intervista ripresa senza che lei batta ciglio: “Conosce Cicciolina?… Le piacciono i rapporti anali? Lei ha già trombato? Quanto guadagna? Guadagnerebbe di più se facesse la puttana?”… e via con questi toni (o peggio) per 4 minuti e 15 secondi: senza che la professoressa mostri un qualche moto di reazione. Un video, datato 23 marzo 2007, che ha ottenuto grande successo: più di 1.300 utenti.
E scatenato grande indignazione. Come quella espressa dall’editorialista del Corriere della Sera, Ernesto Galli della Loggia, che si chiede dove sia andata a finire la trasmissione dei valori che fino a trent’anni fa era insita nel rapporto padre-figlio.
Una cosa è certa, se i padri (e più in generale la famiglia) sono i grandi assenti nell’emergenza scolastica, i docenti sono presenti, eccome: protagonisti, loro malgrado, delle video-burle dei loro studenti.
- Lunedì 2 Aprile 2007
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Commenti
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Il 6 Aprile 2007 alle 18:21 Scuola choc? Perché i bulli non sanno litigare » Panorama.it – Italia ha scritto:
[...] “La scuola italiana non è come la raccontano i media” esordisce il professor Daniele Novara, psicopedagogista e direttore Centro Psicopedagogico per la Pace e la gestione dei conflitti, di Piacenza. Cosa vuol dire, professore? Che spesso voi giornalisti dipingete una realtà deformata. Sempre colpa dei giornalisti… Secondo me c’è un enorme cortocircuito tra mondo scolastico e mondo dell’informazione. Faccio formazione a dirigenti e docenti delle scuole di tutta Italia. La prima domanda che gli pongo è: “Avete casi di bullismo?”. E la risposta è sempre no. Iperprotettivi come sono gli insegnanti oggi, non credo che mentano o che non se ne accorgano. Poi uno apre il giornale e legge dati dopati: che alle elementari si sono registrati il 40 per cento dei casi di bullismo; alle medie il 28 e il 15 alle superiori. E spesso la croce cade addosso proprio ai professori, ai quali si imputa di non fare niente di fronte ai tanti delinquenti (perché i bulli sono delinquenti, intendiamoci) che frequentano la scuola. Però internet è piena di video, girati con i telefonini all’interno degli istituti che mostrano atteggiamenti, dicamo così, non proprio edificanti… Sì, però dobbiamo restringere il campo delle definizioni. Una cosa è parlare di prepotenza, un’altra di bullismo. Che, e non credo che nessuno l’abbia ancora scritto sui giornali, come parola viene dall’inglese bull (persecuzione) e come atteggiamento, così come l’ha codificato 30 anni fa Dan Olweus, psicologo norvegese, si manifesta secondo queste tre categorie: prepotenza reiterata nel tempo; la vittima è l’anello debole della rete dei rapporti; l’azione è mirata a far del male. Detto questo, i casi che si verificano a scuola (amplificati prima dagli stessi studenti tramite i videofonini, poi da chi si diverte a raccoglierli in Internet, infine dai media tradizionali) non sono sempre e solo bullismo. Sono atteggiamenti di prepotenza (nei confronti dei professori e delle cose): e questi, sì, sono in aumento. Ma non solo in Italia: penso alla Francia e al nord Europa dove il disagio giovanile è più acuito che da noi. Sbaglieremmo a distribuire colpe, ma forse parlare di responsabilità si può… Esatto: alla carambola della colpa non gioco. Diciamo piuttosto che siamo di fronte a un’emergenza educativa. Dovuta essenzialmente all’incapacità dei quarentenni di oggi di gestire i propri ragazzi (figli o studenti che siano). Gli adulti non hanno più autorità, perché l’hanno combattuta quand’erano giovani. Professore, sta dicendo che è tutta colpa del ‘68? Da psicopedagogista dico che la figura genitoriale si è appiattita, anzi maternalizzata, ammorbidita. Incapace di dare orientamento e, soprattutto, regole condivise da rispettare. Oggi si deroga su ogni cosa. Come nei giorni di stop al traffico quando per strada le auto girano comunque? Già, meno regole, più eccezioni: e il rischio è che i ragazzi cadano in una sorta di “orfanità”: crescono soli, senza bussola, con l’idea di poter fare tutto. Perché saranno comunque difesi, in ogni occasione, da mamma e papà. Difesi nei confronti appunto dei professori. Invece scuola e famiglia dovrebbero parlare, dialogare. È un dato che gli adolescenti siano coalizzati contro gli adulti, ma se gli adulti si fanno la guerra tra loro, ovvio che vincano i ragazzi. La scuola poi dovrebbe smetterla di essere una baby sitter part time. L’educazione è un percorso progettuale a lungo termine, e a tempo pieno, che non si risolve in qualche ora di lezione frontale. Cosa vuol dire che i ragazzi vogliono tutto? Basta questo esempio: secondo i dati del mio istituto almeno il 40/50 per cento dei bambini di sei anni “frequenta” il lettone dei genitori. E a sette non sono ancora capaci di vestirsi da soli. E poi ci stupiamo se a 13, 14 anni girano scene hard col telefonino… Se nessuno gli proibirà di avere promiscuità, anche sessuale, con i genitori; se nessuno dirà loro che certe cose non si possono fare o avere, poi sarà impossibile che in loro la coscienza si levi a impedire che cerchino di ottenere ciò che vogliono: diventeranno onnipotenti e narcisi. Il desiderio e la libido saranno l’unica loro guida: che sia la mamma o la compagna di classe, non fa differenza, purché siano soddisfatti. Perché I bulli non sanno litigare (è il titolo del suo ultimo libro, edito da Carocci)? Perché non sono stati educati al conflitto. E anche qui, quanta disinformazione: la parola, oggigiorno, è un calderone che contiene di tutto: dagli screzi, alle arrabbiature, ai litigi, alla violenza. Invece, violenza e conflitto differiscono. Nella violenza si tenta di eliminare il problema eliminando la persona che lo porta e lo rappresenta. E il danno è irreversibile. Nel conflitto, al contrario, si discute, ci si disturba - anche in maniera forte - ma in maniera reciproca e senza eliminare la persona, con la quale di fondo resta una sorta di relazione. Educare al conflitto significa far capire che il danno non sta nella persona che mi ha insultato ma nell’insulto stesso e, andando a fondo a quello, cercare di uscirne, rafforzando la relazione. Il conflitto, tra l’altro, fa parte della nostra quotidianità, non è deleterio. Cosa diceva la vicina di Erba, una volta compiuta la strage: “Che calma c’è adesso, senza di loro”. Ecco il suo atto ha eliminato le persone che la disturbavano, non il motivo del disturbo… Litigare fa bene? Fa crescere. Come dire certi no [...]
Il 23 Aprile 2007 alle 17:24 Camelotdestraideale.it » Blog Archive » La gioventù italiana s’è dest(r)a. Parola di Mtv ha scritto:
[...] Perché a “pelle”, d’istinto, a me non pare di vederne in giro, di questo tipo. [...]
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