
Quattro anni in attesa di un figlio. Trascorsi tra corsi di preparazione, esami psicologici e false speranze aspettando una telefonata. È il calvario che spesso devono affrontare gli aspiranti genitori adottivi in Italia. E può anche succedere che, all’improvviso, tutto si blocchi. Perché il Paese scelto ha chiuso o contingentato le adozioni. O perché l’associazione certificata alla quale la coppia si è rivolta ha avuto dei problemi durante l’iter. Come nel caso di Dario Di Lorenzo, palermitano, che scrive a Panorama.it segnalando la sua storia: “Dopo aver ottenuto il decreto internazionale da parte del Tribunale dei minori abbiamo dato il mandato all’associazione Chiara onlus di Roma. Dopo quattro anni di attesa mi viene riferito che la Cai Commissione Adozioni Internazionali, ha revocato il mandato all’associazione lasciandoci al punto di prima. E non sono il solo: ci sono 600 coppie sparse in tutta Italia ad avere subito questa ingiustizia”. La Cai ha revocato il mandato per precedenti problemi insorti con la Federazione Russa e anche perché l’associazione aveva preso in carico un numero di coppie decisamente superiore a quello che poteva gestire (si parla di più di 700), condannandole di fatto ad attese eterne. “Non sono d’accordo” aggiunge Dario Di Lorenzo – “Chiara onlus è stata a torto accusata di accettare troppe coppie anche per soldi; ma io grazie a loro ho già adottato una bimba, Olga, che oggi ha 10 anni. Se non li avessi giudicati più che corretti, non credo che sarei tornato da loro per una seconda adozione”. Molte famiglie si sono riunite in un comitato, Le coppie di Chiara. Paolo Bertoletti, uno dei suoi portavoce, spiega: “Quelle della Cai sono motivazioni sensate, ma non risolvono la nostra situazione. Alcune coppie, quelle per cui l’abbinamento con il bambino era già avvenuto, sono state seguite dalla Commissione stessa, che si sta occupando delle pratiche. Le altre verranno reindirizzate verso associazioni diverse, ma ciò significa finire in coda a tutte le liste e allungare ancora lo stillicidio dell’attesa. Intanto, mentre parliamo, i bambini restano in istituto. Perché, e a dimenticarselo spesso sono anche le coppie in attesa, l’adozione sancisce i diritto del bambino ad avere una famiglia e non viceversa”. Chiara Onlus si è rivolta al Tar del Lazio che proprio in questi giorni ha emesso una sentenza favorevole: cancellata la revoca, l’associazione potrà continuare a operare nel campo delle adozioni internazionali. Ma ciò non risolverà i problemi delle famiglie, secondo il gabinetto del Ministero per le politiche della famiglia, che con il recente decreto oggi sovrintende alla Cai.
“Chiariamo una cosa: la vicenda di Chiara Onlus non si limita al parere negativo della Cai. Precedentemente era già stata revocata l’autorizzazione a procedere da parte della Federazione Russa, a causa adozioni considerate irregolari. Anche alla luce della sentenza del Tar, ricordiamo che l’onlus ha una lista d’attesa praticamente impossibile da smaltire, visto che ogni associazione che opera in Ucraina ha oggi può trattare meno di 30 pratiche all’anno”. Il consiglio istituzionale è di rivolgersi presso altre associazioni. Magari cambiando il Paese di provenienza del figlio adottivo, come spiega Salvatore Bianca, dell’ufficio stampa Cai: “Capiamo perfettamente la frustrazione delle famiglie, che sono i vasi di coccio della situazione, ma evitare di concentrarsi solo sull’Ucraina al momento sarebbe la scelta migliore: molti Paesi hanno liste d’attesa decisamente inferiori. Certo, da parte degli aspiranti genitori c’è anche la preoccupazione per le spese sostenute finora”. Già, le spese: l’intero iter per adottare si aggira tra i 10 e i 15 mila euro. Prezzi che hanno fatto dell’adozione internazionale un vero business, sulla pelle dei genitori e soprattutto dei bambini che aspettano una famiglia.
- Venerdì 6 Aprile 2007
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Commenti
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Il 9 Aprile 2007 alle 21:23 gheli ha scritto:
Incredibile che possa succedere! Poveri bambini. Ma … avete mai pensato a chiedere anche solo un bambino in affidamento? E’ un’esperienza molto bella che si può fare. Qui, in Italia, ci sono tanti casi bisognosi!
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