
Uno spettro si aggira per la sinistra italiana: lo spettro del Partito democratico (qui una definizione tratta da Wikipedia). Il problema è che, a differenza del comunismo, che secondo Kark Marx terrorizzava le borghesie dell’Ottocento, questo fantasma non fa paura proprio a nessuno. Quasi suscita tenerezza.
I sondaggi lo martellano senza pietà: l’ultimo, dell’Ipsos di Renato Mannheimer gli assegna, se si votasse oggi, il 23% meno della somma di Ds e Margherita. Ma ciò che più preoccupa è il bacino potenziale del Pd, cioè gli elettori che “potrebbero essere interessati” a votarlo: il 37%. Un partito, nella migliore delle ipotesi, destinato a restare minoranza.
Eppure la macchina è in moto, difficilmente tornerà indietro. Romano Prodi ha rivolto un ultimo appello: “Il Pd si farà e si chiamerà Ulivo” ha detto il premier due giorni fa. I due partiti fondatori sono alla vigilia dei congressi che dovrebbero decretare i rispettivi scioglimenti e nel 2008 portare all’Assemblea costituente del Pd. I Ds celebreranno il loro dal 19 al 21 aprile a Firenze, al Mandela Forum.
La Margherita, più in linea con il proprio look (e forse con i gusti ed il ruolo di Francesco Rutelli) ha invece scelto Cinecittà, a Roma, dal 20 al 22 aprile.
Il dubbio che il nascituro sia abortito prima di nascere serpeggia tra molti. Nella sinistra rifondarola, certo, ma anche quella diessina. E nel centro dell’Unione, dipietristi, mastelliani, ex Dc. Quello che più ci crede, oltre a Prodi, è Piero Fassino. Ogni giorno ha una nuova idea. Le ultime: ammettere Bettino Craxi nel pantheon del Pd (idea subito respinta dalla figlia Stefania: “Continuando così ci infileranno pure Totò e Macario”), e recarsi in visita ai gulag dell’ex Urss.
L’abnegazione fassiniana è vissuta con aperto distacco da Massimo D’Alema e da Walter Veltroni. Mentre nella Margherita è da tempo partita la gara, con i Ds, a contare le tessere, onde stabilire chi comanderà nel Pd. Da lì a tirarsi addosso l’accusa della base di voler fare un partito tutto nomenklatura e zero passione, il passo è stato brevissimo.
In effetti di ciò che sarà il Pd, e soprattutto di quel che vorrà fare, si sa pochissimo. Un new labour alla Tony Blair? Un partito democratico all’americana? Qualcosa di simile alla sinistra francese, che inglobi i movimenti? Un fronte laico alla Zapatero, avanzato sui diritti civili ma liberista in economia? Né è ancora stato deciso dove andrà a collocarsi nel parlamento europeo, se tra i socialisti o tra i liberaldemocratici. Mistero. Di certo finora, soprattutto a sinistra, le fusioni tra partiti non hanno mai avuto successo; invece funzionano, e bene, le scissioni…
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- Mercoledì 11 Aprile 2007
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Commenti
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Il 12 Aprile 2007 alle 12:30 ulisse ha scritto:
Ma esistono casi recenti (recenti) del genere all’estero? Voglio dire: casi di partiti di centrosinistra che si siano unificati? E poi, dopo la fusione cosa è successo?
Il 12 Aprile 2007 alle 12:37 tenero ha scritto:
Partito degli affari. forse è più appropriato come nome e più aderente alla realtà.
Il 17 Aprile 2007 alle 12:33 Telecom, non passi lo straniero. Ma se passa Berlusconi… » Panorama.it – Italia ha scritto:
[...] Insomma, diciamolo. C’è un problema Telecom? Ma no: c’è un problema Berlusconi. E dunque il popolo della sinistra (soprattutto quella girotondina) non ha pace. E come dargli torto. Sventato lo sbarco imperialista tex-mex, con la ritirata dell’At&t, chi si profila? Il Cavaliere. Alleato con Roberto Colaninno. Che già prese la Telecom sotto gli auspici di Massimo D’Alema: il leader Ds più odiato dalla base della Quercia (ma non dai vertici e dall’apparato). Dunque è semplice: si torna all’odioso periodo della bicamerale. Fossimo nel calcio, diremmo alle torte. Colaninno-Berlusconi all’assalto di Telecom, via D’Alema? Sabina Guzzanti è sconcertata: “A questo punto ci lascia solo qualche pizzeria e poi s’è comprato tutto”. Non solo: “Se l’operazione andasse in porto il governo Prodi sarebbe gravemente responsabile. E anche qualche organo d’informazione che ha fatto diventare centrale la questione delle coppie di fatto dimenticandosi del conflitto d’interessi”. Capito il complotto? “Esterefatta” è Rosetta Loy, scrittrice. Anche lei punta l’indice sul governo di sinistra. Franco Cordelli, critico teatrale, ha “un cattivo pensiero”. Questo: “Siccome non si fa il partito democratico, Berlusconi vogliono continuare a tenerselo buono. Manovre finanziarie partorite da una politica oligarchica”. Scandalo anche per il regista Marco Bellocchio: “Il palazzo della politica decide con sprezzo della coerenza e senza provare un briciolo di vergogna per non avere approvato una microlegge come quella sui Dico”. Qui chiaramente si apre una crepa tra Bellocchio e Guzzanti. Ma subito il fronte torna a compattarsi: Lidia Ravera è sicura che “la sinistra fa mettere le mani di Berlusconi su Telecom. Cosa devo pensare?”. Già, cosa pensare? In attesa dello sbarco in forze di Dario Fo-Franca Rame, del risveglio di Pancho Pardi, e naturalmente del grande ritorno di Nanni Moretti, che pensare di un’azienda “strategica” che ha molti debiti e zero strategie? Che non ha mai ripagato i piccoli azionisti ma ha distribuito le stock option ai grandi? Meglio così che il Cavaliere? Ma non era Berlusconi, “ottimo come imprenditore, pessimo come premier? (lo disse Fausto Bertinotti, ndr)”. Intanto aggiungiamo doverosamente che è l’azionista di controllo di Fininvest, Mediaset, Mondadori e dunque anche di Panorama.it. Soprattutto, però, è uno dei pochi (pochissimi) che ha i soldi per tenere la Telecom in Italia. Un male o un bene se sbarca, assieme ad altri, nella telefonia ex pubblica? Per mesi la politica di sinistra ha vagheggiato un altro scenario: i servizi Telecom in mano alle banche: magari una prodiana, come l’Intesa-San Paolo, ed una un po’ diessina, come l’Unicredito o Monte dei Paschi; e la rete che ritorna direttamente allo Stato. O, in subordine, un alleato europeo a garantire, chissà perché, la famosa italianità: Telefonica (zapaterista?) e France Telecom, che se poi all’Eliseo ci andasse Ségolène Royal sarebbe il massimo. Due soluzioni che hanno un difettuccio: neppure l’ombra di un industriale italiano. Quanto alle banche, le loro strategie si sono viste all’opera nella Fiat pre-Marchionne e nella stessa Telecom di Marco Tronchetti Provera. Senza contare che forse dovrebbero pensare un po’ di più ai clienti allo sportello. E dunque? Logico, a proposito di Berlusconi, evocare il conflitto d’interessi. Sarebbe utile però sapere quale modello industriale ha in mente il fronte intellettual-girotondino: l’Alitalia? Le Ferrovie? Allora, è un male o un bene se il Cavaliere si prende la Telecom? Massì, diciamolo: la sinistra sotto sotto è contenta. Un po’ acciaccato il governo Prodi, ecco profilarsi un nuovo fronte. Il Grande Nemico è ancora alle porte, tornano i girotondi. E poi c’è sempre Vodafone, notoriamente equosolidale. [...]
Il 23 Aprile 2007 alle 14:32 Renzo Rosati ha scritto:
Cerco di rispondere a Ulisse.
Esiste il precedente francese: il Partito socialista nel 1971 unificò varie fazioni della sinistra e poi dominò la scena politica, con Mitterrand, fino ai primi anni Novanta. Dopo di che ebbe una serie di scissioni, scandali e rovesci elettorali proseguiti quasi ininterrottamente fino ai giorni nostri, con la parentesi della “sinistra plurale” (alleanza con i comunisti) che nel ‘97 portò alla vittoria nel Parlamento e alla coabitazione con Chirac. Ma durò poco.
Altrove esistono esempi di evoluzioni dei partiti, vere e proprie rifondazioni: tipico è quello del New Labour di Tony Blair. Queste hanno in genere avuto successo.
In generale le fusioni - dal Fronte polare al Psu in Italia, alla Sinistra unita spagnola - non hanno portato fortuna.
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