Cinesi, slavi, nordafricani, milanesi: un melting flop?

La manifestazione dei cinesi a Milano
“Basta discriminazione! Siamo milanesi anche noi!”. Il giorno dopo i tafferugli nel quartiere di via Paolo Sarpi (guarda il video), l’unica anomalia è lo slogan di questo cartello, sulla vetrina di un negozio cinese.
A Milano, gli scontri tra stranieri e residenti sono sistematici. Con gruppi di cittadini che si mobilitano contro le comunità straniere. Generando semplificazioni del tipo “milanesi razzisti” e “stranieri confinati nei ghetti”.

Semplificazioni, appunto. Perché per cogliere le sfaccettature della città bisognerebbe poterci volare sopra, fotografando dall’alto tutte le sue zone critiche. È quello che hanno fatto i ricercatori di Multiplicity lab, un laboratorio promosso dal Politecnico di Milano e da Unidea-UniCredit Foundation. Che ha raccolto l’esperienza di molti studiosi e che ha analizzato per diversi anni le zone critiche della città. Il risultato è nel volume Milano, cronache dell’abitare, a cura di Stefano Boeri. Dove si parte da oltre 400 fatti di cronaca accaduti negli ultimi 5 anni, per individuare i principali modi di abitare gli spazi urbani.
Una parte di questo immenso lavoro è on line. Una città vista dal satellite, dove si può cliccare sui vari quartieri, dalla stazione centrale a Chinatown, e leggere le testimonianze di chi ci ha lavorato, guardare le immagini e i video della realtà quotidiana, accedere ai siti delle associazioni che ogni giorno si battono per migliorare la vita di chi ci abita.

Questo zoom mostra ad esempio che “a Milano non ci sono ghetti”, come spiega a Panorama.it Christian Novak, tra gli autori del libro e docente di Urbanistica al Politecnico di Milano con un corso di analisi della città e del territorio. “In tutta la città non c’è un solo caso in cui chi ha potere relega in un ghetto chi è povero e indesiderato. Nella cosiddetta Chinatown, la maggior parte dei residenti è italiana. Sono i negozi ad essere in maggioranza cinesi. Ma il quartiere è cinese solo visto dal piano terra, e questo è molto significativo, perché dimostra che i conflitti nascono proprio sull’utilizzo dello spazio pubblico”.

E generalizzando che fotografia emerge di Milano? “Ci sono continui processi di riqualificazione urbana e commerciale, che producono scossoni sociali. La maggior parte degli attriti, le cosiddette reazioni di intolleranza, nascono proprio dal modo in cui cambia la città. I quartieri poveri” spiega Novak “diventano ciclicamente chic, si popolano di ricchi e allontanano i pensionati e il ceto medio che non sa più stare al passo con gli affitti. E che si trova davanti a una città sempre più chiusa, che li costringe a ripiegare sulla provincia e produce malessere. Allo stesso tempo, di fianco alla borghesia convivono gli immigrati più poveri che vivono forzatamente in condizioni di sovraffollamento e di scarsa igiene. Questo mix produce conflittualità tra le diverse anime della città”.

Non c’è anche una Milano felice? “Ci sono altri due scenari a Milano” conclude il ricercatore “quella temporanea, degli studenti, della nuova migrazione dal sud e dei pendolari che usano la città ma non ci abitano; e poi c’è quella aperta e plurale di cui per ora ci sono pochi esempi ma che speriamo prevalga”. Da cosa dipende? “Dalle politiche sulla casa, dal modo in cui le amministrazioni locali decideranno di gestire gli spazi pubblici, ma anche dalla costruzione di case popolari e da scelte immobiliari legate alla città anziché alle speculazioni, come quella che a suo tempo ha favorito Chinatown”.

Sta solo alla politica decidere se produrre convivenza oppure intolleranza? “No. Anche i cittadini devono scegliere: se costituire comitati di protesta contro grossisti cinesi e campi rom oppure invece cominciare a dialogare con loro”. Per ora sembra prevalere la prima opzione.
LEGGI ANCHE:
Cronaca di un anno di conflitti - Un milanese su dieci non è italiano - Il VIDEO - Il FORUM

Commenti

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Il 13 Aprile 2007 alle 21:14 TARIVORTO ha scritto:

NON ESISTONO CIVILTÀ DIVERSE SU UN UNICO TERRITORIO IN NESSUNA PARTE DEL MONDO, ciascuna ha dei suoi precisi confini o “riserve”, perché sorge l’inevitabile scontro fra due diverse culture, sempre e dappertutto, e una prevale sull’altra distruggendola o confinandola.

LE DIVERSE CULTURE DANNO LUOGO A DIVERSE TRADIZIONI E COSTUMI, ESSENDONE DIVERSA LA STORIA E GEOGRAFIA, CONSEGUENTEMENTE HANNO BISOGNO DI LEGGI DIVERSIFICATE, cosa che NON SI PUO’ FARE SU UNO STESSO TERRITORIO, DA QUI L’INEVITABILE SCONTRO.

Ecco perché il multi culturalismo NON E’ UN BENE PER L’ITALIA E GLI ITALIANI, CI SIAMO PORTATI IN CASA IL NEMICO INVASORE e non è detto che noi, o i nostri figli, avremo la meglio nell’inevitabile lotta che si scatenerà prima o poi.

I cinesi di Milano sono solo una manifestazione iniziale di questa situazione.

Siamo anche fortunati che si tratti, per ora, solo di cinesi con una civiltà millenaria alle spalle!

Ci sarà da ridere quando inizieranno nelle prove di forza i musulmani!

Direi che ormai noi italiani siamo etnia in estinzione, addirittura ripresi dalla Cina come se fossimo loro sudditi!

Il 14 Aprile 2007 alle 15:55 talete ha scritto:

tarivorto: è come dire che stati uniti, canada, francia, inghilterra….sono tutti paesi dove integrazione e multiculturalismo hanno sempre fallito. forse mi è sfuggito qualcosa di quanto successo negli ultimi……cento anni circa!
l’immigrazione c’è e ci sarà sempre di più. meglio pensare a come convivere con gli altri invece di agitare fantasmi

Il 14 Aprile 2007 alle 23:22 Regolo ha scritto:

Milano è solo l’avanguardia di un processo che sta caratterizzando tutta italia…
Purtroppo quando comunità che per loro natura hanno difficoltà ad integrarsi con tradizioni e cultura locali si incontrano con una situazione nazionale che vede l’immigrazione con occhio sempre più critico (e spaventato) i risultati possono essere piuttosto negativi…
Forse però proprio il Web si pone come ancora di dibattito per affrontare degli argomenti potenzialmente spinosi e di difficile gestione come questi.
Regolo

Il 15 Aprile 2007 alle 11:55 wm_i_l ha scritto:

Dovremmo badare più a ciò che ci unisce, piuttosto che notare i peli nell’uovo. E sicuramente potremmo trovare innumerevoli motivi di reciproca ammirazione. A volte, accecati dall’odio, gli uomini diventano perfino incapaci di vedere il fascino delle donne e le donne non riescono a notare straordinarie fattezze maschili. Tutto questo per l’odio razziale? E’ un peccato.

Il 15 Aprile 2007 alle 14:23 TARIVORTO ha scritto:

Rispondendo a Talete.

Gli esempi da lei portati non inficiano minimamente quello da me scritto.

Stati Uniti e Canada sono Nazioni Federali, ove in differenti Stati esistono differente situazioni, senza contare che, l’ampiezza dei territori di queste nazioni, difficilmente pongono in stretto contatto differenti culture che vi dimorassero.

Il problema sorge quando tali culture venissero a trovarsi a stretto contatto, e in competizione economica con gli autoctoni, come inevitabilmente accade in Italia, data la sua particolare conformazione geografica e le ridotte dimensioni delle zone abitabili.

In quanto alla Gra Bretagna ogni gruppo etnico ha i suoi precisi confini, tradizioni , cultura e lingua, e mi risulta che ciascuno di esso aspiri all’indipendenza completa, nonostante i secoli trascorsi assieme.

In Francia la situazione dipende dalle numerose colonie francesi possedute in passato, ma mi risulta che abbiamo dei grossi problemi di convivenza, ha mai sentito parlare delle Banlieu?

I problemi di queste due ultime nazioni sono prettamente storici, altrimenti avrebbero fatto a meno del multiculturalismo, mentre non si vede perché l’Italia si debba portare in casa altre culture, noi non abbiamo quest’obbligo storico.

L’integrazione e il multiculturalismo sono due cose del tutto diverse, non sono la faccia di un’unica medaglia.

Integrazione vuol dire accettazione della lingua, tradizioni, cultura, storia, ecc. del paese che li ospita, indipendentemente dalla razza o gruppo etnico d’appartenenza, cosa su cui nemmeno si discute, è inutile che lei tenti di portare il discorso sul razzismo, qui se ci sono razzisti sono proprio nelle comunità che noi italiani ospitiamo, razzisti verso chi li ospita e gli fornisce lavoro e opportunità, a danno dei propri stessi figli.

Multiculturalismo, invece, significa mantenere proprie tradizioni, lingua, cultura e leggi, cosa ben diversa, e che significa creare uno Stato nello Stato ospite.

Ora se lei è disposto a cedere la sovranità dell’Italia ad estranei, disconoscendo tutte le lotte e i sacrifici fatti dai nostri antenati, nemmeno tanto lontano nel tempo, sono problemi suoi che non le fanno molto onore nei confronti dell’Italia e degli italiani.

I nostri ospiti cinesi hanno innalzato bandiera di un altro Stato, quello della Cina popolare, rifiutano d’accettare la nostra sovranità a casa nostra, leggi che gli stessi italiani sono tenuti a rispettare, per di più con l’appoggio del loro console in Italia e con una nota di rimprovero della Cina, come se l’Italia fosse stata una sua provincia ribelle.

Lei, in nome del multiculturalismo, sorvola sulla gravità del problema prospettatoci da questa rivolta di cinesi e dal sostegno datogli dalla Cina, una nazione in cui i diritti umani non sanno nemmeno cosa siano, e in cui le esecuzioni capitali sono 4.000 all’anno.

In quanto all’immigrazione non è un male inevitabile, da come ne parla lei, ma è una situazione trascinata dalle forze di sinistra desiderosi di proletarizzarci tutti internazionalmente, distruggendo le Patrie nazionali, oltre che da coloro che desiderano avere operai a basso costo o servitù abbondante e a scarso prezzo.

L’immigrazione si può evitare benissimo, chiudendo le nostre frontiere e rimandando a casa loro chi tenta di penetrare in Italia, con le buone o con le cattive, senza farsi prendere da eccessivi pietismi, perchè se c’è da avere pietà quella deve essere per gli italiani.

Il 15 Aprile 2007 alle 22:39 talete ha scritto:

negli stati uniti,x fare un esempio, la lingua ufficiale non è l’inglese…dire che in usa e canada “difficilmente pongono in stretto contatto differenti culture che vi dimorassero” è secondo me assurdo. lei è mai stato a los angeles? ha presente cos’è la california? e NY? toronto? certo se la sua idea è che la gente attraversa i continenti non perchè a casa sua muore di fame ma perchè così ha deciso diliberto…..

Il 15 Aprile 2007 alle 22:57 leonida ha scritto:

Vorrei replicare a Tarivorto e Talette.
Al primo, sono in completo accordo con lei per quanto riguarda le altre nazioni e come ci si dovrebbe comportare nei confronti degli immigrati. Al talette vorrei dire, lei ha mai vissuto all’estero. Io vivo negli Stati Uniti e precisamente a Lso Angeles da moltissimi anni, e tutte quelle cose che lei ha detto riguardo all’integrazione di razze differenti con il popolo ospitante sono delle emerite fandonie. forse sui libri di educazione civile, si leggono delle utopie cosi grosse. E da quando vivo qui che ho conosciuto e sono venuto a contatto con il razzismo nella forma piu pura. Qui non ce integrazione tra le razze. I latini con i latini, i persiani con i persiani, i black con i black, ma quale integrazione. Ci sono piu liti qui everyday, tra razze differenti che in ogni altra parte del mondo. La cosa che funziona pero qui e l’istituzione del governo americano nel gestire la situazione. Lo stato dice a noi non interessa di che religione sei, sei libero di praticarla, non interessa di che razza sei sei libero di stare qui, “Ma ricordati che sei sempre un ospite in questo paese e da tale sarai trattato”
The police fa il loro dovere, e non si preoccupano di che razza sei se devono usare la forza.
Quello che voglio dire e che quello che e successo a Milano, vedendola da quest’altra parte del mondo e inaudito.
La Cina che ci rimprovera come se fossimo dei sudditi e le autorita che non fanno nulla. Quella rivolta doveva ed andava sedata a tutti i costi. Di recente sono stato in Italia per un viaggio d’affari di un mese dopo sei anni di assenza. Ho avuto paura. Nel girare la sera a Brescia ho comprato una mazza da baseball. Ho visto tantissimi Slavi con attitudini da far paura. E noi ci conformiamo? Questa gente dovrebbe essere mandata a casa, o se vuoi restare in Italia, queste sono le regole o le acceti o fuori dai coglioni. Non portano altro che Violenza, Droga, Prostituzione. Non faccio di tutt’erba un fascio, pero i soggetti pericolosi, che cavolo li ospitiamo a fare/
Sono aperto a qualsiasi discussione.

Il 16 Aprile 2007 alle 0:39 TARIVORTO ha scritto:

Rispondendo a Talete del 15 Aprile ore 22,39

Si vede che non sono stato chiaro nel risponderle, d’altronde cercavo d’essere breve, perché porre questioni è facile, ma rispondere richiede tempo e spazio.

E’ ovvio che negli USA ci siano molteplici etnie provenienti da tutte le parti del mondo, ma è anche ovvio che gli USA mantengono con tutti, come le ha chiarito l’altro forumista che vive a Los Angeles, delle regole ben precise e ferree.

Lo Stato sovrano sono gli USA, le sue leggi, lingua e cultura, tutti i gruppi etnici sono accetti fin tanto che non tentino di ribaltare tale realtà, che costituisce “l’anima” e il “corpo” degli USA.

Il fatto, però, è che di fatto ogni gruppo etnico si crei un suo territorio, dove non è consigliabile per nessuno che non sia di quella etnia penetrare, addirittura, per quanto ne so, si scelgono perfino i vicini di casa.

Gli USA, lo sappiamo tutti, sono il Nuovo Mondo, terra aperta a tutti, così com’è stato fin dalla sua nascita e crescita, di conseguenza è del tutto normale che vi siano etnie diverse.

Non è normale, invece, in Italia, almeno da qualche secolo a questa parte, almeno non come invasione in armi o pacifica che sia.

In quanto ai problemi di altri popoli, cui lei accenna, ognuno ha le sue grane, compresi noi italiani, non capisco perché ci dobbiamo accollare anche quelle altrui.

La carità e l’umanità non la si negano a nessuno, ma deve essere un gesto volontario, non un gesto imposto o costretti a subire, in ogni caso non subendolo in casa nostra.

Se lei desidera fare il missionario, religioso o laico che sia, non ha da fare altro che prendere armi e bagagli e partire dall’Italia, ma non costringere i suoi concittadini ad assecondare i suoi impulsi misericordiosi.

Noi, poi, stiamo parlando di cinesi che hanno acquistato, non si sa con quali soldi (ma non erano poveri?), interi quartieri, a volte con metodi mafiosi “morbidi”, come far sostare litigiosi e spaventa passanti vari davanti ai negozi che volevano espropriare, in modo d’allontanarne la clientela e costringere il proprietario a vendergli il locale.

Infine non stiamo parlando d’ingiustizia italiana o di razzismo nei confronti dei cinesi, ma di semplici regole amministrative che noi italiani di regola rispettiamo, a volte anche quando sono ingiuste, e di una rivolta contro la sovranità dello Stato, con tanto di bandiere di un altro Stato, oltre che di pressioni da parte di uno Stato, come quello della Cina popolare, come se i fatti di normale amministrazione in casa nostra cosa li riguardasse e l’Italia fosse sotto la loro sovranità.

Forse Diliberto e tutta la sinistra si sono posti sulle barricate per impedire agli immigrati di venire?

Non mi risulta.

Mi risulta, invece, che mandano la nostra marina militare a fare i baby sitter per accogliere e salvare questa gente che ci invade, a me risulta che la marina militare serve per impedire ad estranei, armati o disarmati che siano, d’entrare nella nostra nazione, a cannonate se necessario, è il loro compito istituzionale, lo scopo per cui è nata e viene mantenuta con soldi di tutti noi.

Inoltre, invece di preoccuparsi di mandare via in breve questa gente, emana leggi e disposizioni che impediscono di fatto l’allontanamento e procrastinano indefinitamente la loro permanenza in Italia, liberi come l’aria di muoversi dove gradiscono.

Questo si chiama “favoreggiamento” in termini polizieschi e giuridici, e tale “favoreggiamento” è a danno degli italiani e dell’Italia, cioè di coloro che dovrebbero preoccuparsi di difendere e proteggere, lascio giudicare a lei come si può definire questo comportamento nei confronti degli italiani.

Il 16 Aprile 2007 alle 12:57 Convivere con gli immigrati: bastano le regole? » Panorama.it – Italia ha scritto:

[...] “Bisogna creare sviluppo” conclude don Colmegna “e per fare questo occorrono investimenti nella città, una riqualificazione che metta a disposizione tutte le risorse possibili come le tante aree dismesse e inutilizzate”. Dunque regole ma anche ridefinizione degli spazi cittadini? “L’urbanistica è fondamentale, perché è lo spazio pubblico quello su cui nascono gli attriti. È lì che entriamo in contatto con i nostri vicini. Ed è lì che può nascere la sensazione di condividerlo o al contrario di esserne deprivati”. [...]

Il 20 Aprile 2007 alle 17:00 Nei porti italiani si entra col giallo » Panorama.it – Italia ha scritto:

[...] Ou Xin Qian arriverà a Roma il 5 giugno. In rappresentanza della commissione nazionale Riforme e sviluppo cinese, incontrerà il premier Romano Prodi non per discutere della rivolta nella Chinatown milanese, ma di affari. Pechino ha grandi liquidità da impiegare (si parla, per il mercato europeo, di 900 miliardi di dollari in riserve valutarie). E tutti i paesi corrono per accaparrarsi questi capitali. Il piano del governo affidato al ministro per l’Attuazione del programma Giulio Santagata, vuole fare della Penisola la porta d’ingresso delle merci cinesi in Europa e attirare investimenti di Pechino. “Vogliamo trasformare l’Italia in una piattaforma logistica per la distribuzione” spiega Santagata. “Valutiamo se e a quali condizioni il Paese può diventare l’attracco per il mercato Europa-Cina e viceversa”. Il traffico commerciale fra le due aree cresce del 13 per cento annuo, ma occorre battere la concorrenza di greci, spagnoli e francesi. La rosa dei porti, per ora, comprende: Gioia Tauro, Taranto, Trieste, Genova, Ravenna e Napoli (dove la cinese Cosco controlla già il 70 per cento dello smercio). I cinesi decideranno se e dove mettere risorse. Quanto agli aeroporti, l’Enac ha condotto uno studio per individuare i più appetibili: Fiumicino, Malpensa e Brescia. La seconda fase punta al sistema produttivo. “Non possiamo diventare solo un terreno di transito” prosegue Santagata. “Dobbiamo cogliere la possibilità di portare qui alcune fasi di lavorazione dei prodotti”. Fra le aziende interessate a partnership con i cinesi: Eni, Fiat, Candy, De’ Longhi, Zegna, Venchi, Poste italiane, Finmeccanica, Costa, Fata, Snaidero, Alitalia, AirCargo e Livingstone (gruppo Ventaglio). [...]

Il 23 Aprile 2007 alle 13:41 Visti dalla Cina: i tafferugli di Milano » Panorama.it – Mondo ha scritto:

[...] Da Hong Kong Non si è ancora placata, a due settimane dagli scontri di Milano, la polemica sulla rivolta di via Paolo Sarpi. Ed è soprattutto la stampa della Repubblica Popolare Cinese a cavalcare l’onda del risentimento nazionalista, puntando l’indice contro il comportamento violento e discriminatorio della polizia italiana. I fatti - anche sui media continentali - sono stati raccontati sempre con gli stessi dettagli: una ragazza cinese, per aver contestato una multa alla polizia locale, viene arrestata con il suo bambino di 3 anni. La comunità cinese di Milano interviene in sua difesa provocando la brutale reazione della polizia locale. La cronaca dell’accaduto si sofferma poi su un aspetto passato per lo più sotto silenzio sui media italiani: la giovane donna che avrebbe scatenato la rivolta era visibilmente incinta ed è stata picchiata da un agente del nostro Paese. Solo in un pezzo del 13 aprile di Xinhua si parla di feriti anche tra gli agenti del nostro Paese. Più concilianti sono invece i numerosi pezzi che riportano le dichiarazioni dell’ambasciatore cinese in Italia, Dong Jinyi, secondo il quale è necessario risolvere le cause degli attriti con la mediazione e con la volontà, da parte del governo italiano, di prendere in considerazione le ragionevoli richieste dei suoi connazionali (anche per evitare che le proteste di aprile danneggino i rapporti bilaterali dei due Paesi). [...]

Il 10 Dicembre 2007 alle 10:35 Italia che cambia: con il melting pot si trasformano anche i quartieri » Panorama.it - Italia ha scritto:

[...] Nelle grandi città, sostiene Stefano Boeri, architetto, urbanista e direttore della rivista Abitare, crescono “anticittà parallele a quelle ufficiali. Crescono invisibili fino al momento in cui sprigionano forme radicali di antagonismo e rivolta”. Saranno le banlieue italiane? No, da noi le periferie sono una condizione mobile. Arcipelaghi e non ultima cintura prima della campagna, come a Parigi. Si alternano a quartieri popolari, a villette del ceto medio, oppure sono dentro i centri storici che, in certe ore del giorno, diventano a loro volta periferia. Così accade a Milano, nella zona intorno al Duomo che, dopo l’happy hour si svuota e, con gli uffici chiusi, si popola di chi non ha spazio per abitare. Periferie dentro i centri storici? Pensi ai Quartieri Spagnoli di Napoli, dove il degrado fa posto all’immigrazione, collocandosi al centro della città. Ma ci sono immigrati, come i cinesi, che tendono a ricreare veri quartieri monoculturali. Quello è un fenomeno antico e unico. La Chinatown di Milano è un quartiere che con i suoi cortili interni, i piccoli magazzini, si è prestato perfettamente all’isolamento. Negli altri casi le nostre città sono come caleidoscopi: realtà diverse che si mischiano, una divisione più socioeconomica che etnica. In Italia non ci sono i ghetti, intesi in senso tradizionale. E via Anelli a Padova, con il suo muro? Credo che neanche via Anelli possa essere definito un ghetto etnico. È una concentrazione di marginalità. Sono città nelle città? Non sempre. La grande crescita della comunità romena, che non ha i legami di quella cinese, essendo una società di individui, è l’esempio perfetto di una dispersione nella società. Con il melting pot si costruisce in modo diverso? Sì, dopo anni di abbandono dell’edilizia sociale oggi si sta ricominciando. Si costruisce prevedendo edifici più piccoli. Pensando a chi verrà a viverci, con spazi variabili per famiglie più numerose. [...]

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