[/i]](http://gallery.panorama.it/albums/userpics/10027/normal_berlusconi_prodi.jpg)
Insomma, diciamolo. C’è un problema Telecom? Ma no: c’è un problema Berlusconi. E dunque il popolo della sinistra (soprattutto quella girotondina) non ha pace. E come dargli torto. Sventato lo sbarco imperialista tex-mex, con la ritirata dell’At&t, chi si profila? Il Cavaliere. Alleato con Roberto Colaninno. Che già prese la Telecom sotto gli auspici di Massimo D’Alema: il leader Ds più odiato dalla base della Quercia (ma non dai vertici e dall’apparato).
Dunque è semplice: si torna all’odioso periodo della bicamerale. Fossimo nel calcio, diremmo alle torte. Colaninno-Berlusconi all’assalto di Telecom, via D’Alema? Sabina Guzzanti è sconcertata: “A questo punto ci lascia solo qualche pizzeria e poi s’è comprato tutto”. Non solo: “Se l’operazione andasse in porto il governo Prodi sarebbe gravemente responsabile. E anche qualche organo d’informazione che ha fatto diventare centrale la questione delle coppie di fatto dimenticandosi del conflitto d’interessi”. Capito il complotto? “Esterefatta” è Rosetta Loy, scrittrice. Anche lei punta l’indice sul governo di sinistra. Franco Cordelli, critico teatrale, ha “un cattivo pensiero”. Questo: “Siccome non si fa il partito democratico, Berlusconi vogliono continuare a tenerselo buono. Manovre finanziarie partorite da una politica oligarchica”. Scandalo anche per il regista Marco Bellocchio: “Il palazzo della politica decide con sprezzo della coerenza e senza provare un briciolo di vergogna per non avere approvato una microlegge come quella sui Dico”. Qui chiaramente si apre una crepa tra Bellocchio e Guzzanti. Ma subito il fronte torna a compattarsi: Lidia Ravera è sicura che “la sinistra fa mettere le mani di Berlusconi su Telecom. Cosa devo pensare?”.
Già, cosa pensare? In attesa dello sbarco in forze di Dario Fo-Franca Rame, del risveglio di Pancho Pardi, e naturalmente del grande ritorno di Nanni Moretti, che pensare di un’azienda “strategica” che ha molti debiti e zero strategie? Che non ha mai ripagato i piccoli azionisti ma ha distribuito le stock option ai grandi? Meglio così che il Cavaliere? Ma non era Berlusconi, “ottimo come imprenditore, pessimo come premier? (lo disse Fausto Bertinotti, ndr)”. Intanto aggiungiamo doverosamente che è l’azionista di controllo di Fininvest, Mediaset, Mondadori e dunque anche di Panorama.it. Soprattutto, però, è uno dei pochi (pochissimi) che ha i soldi per tenere la Telecom in Italia.
Un male o un bene se sbarca, assieme ad altri, nella telefonia ex pubblica? Per mesi la politica di sinistra ha vagheggiato un altro scenario: i servizi Telecom in mano alle banche: magari una prodiana, come l’Intesa-San Paolo, ed una un po’ diessina, come l’Unicredito o Monte dei Paschi; e la rete che ritorna direttamente allo Stato. O, in subordine, un alleato europeo a garantire, chissà perché, la famosa italianità: Telefonica (zapaterista?) e France Telecom, che se poi all’Eliseo ci andasse Ségolène Royal sarebbe il massimo.
Due soluzioni che hanno un difettuccio: neppure l’ombra di un industriale italiano. Quanto alle banche, le loro strategie si sono viste all’opera nella Fiat pre-Marchionne e nella stessa Telecom di Marco Tronchetti Provera. Senza contare che forse dovrebbero pensare un po’ di più ai clienti allo sportello.
E dunque? Logico, a proposito di Berlusconi, evocare il conflitto d’interessi. Sarebbe utile però sapere quale modello industriale ha in mente il fronte intellettual-girotondino: l’Alitalia? Le Ferrovie? Allora, è un male o un bene se il Cavaliere si prende la Telecom? Massì, diciamolo: la sinistra sotto sotto è contenta. Un po’ acciaccato il governo Prodi, ecco profilarsi un nuovo fronte.
Il Grande Nemico è ancora alle porte, tornano i girotondi. E poi c’è sempre Vodafone, notoriamente equosolidale.
- Martedì 17 Aprile 2007
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Il 17 Aprile 2007 alle 15:32 arnaldovr ha scritto:
La miglior cosa sarebbe di poter sapere a chi risalire per capire come mai e perchè telecom e, anche alitalia, siano finite in questo modo. Riguardo a telecom in particolare sarebbe opportuno poter sapere come mai fin dall’inizio non si pensò a mantenere sotto il controllo dello stato la proprietà della rete e lasciare spazio alle società di servizi capaci di fare il loro lavoro; sarebbe anche utile poter capire come mai questi “ex gioielli della corona” siano finiti in mano ad imprenditori legati a personaggi della sinistra, ops, chiedo scusa ex sinistra o a personaggi catto-cumunisti, volendo, ma sarebbe forse troppo, si potrebbe anche sapere qualcosa sulla fine della “olivetti” e perchè mai sia finita in mano a chi sappiamo per finire poi com’è finita…..un po’ la strada di telecom è già stata percorsa in passato…Mi chiedo: ma nessuno ebbe mai responsabilità soggettive o oggettive su quanto accaduto o sta per accadere e perchè ci si scandalizza tanto contro un imprenditore che, probabilmente non è uno statista, quando ci dobbiamo tenere dei personaggi che, mi par di capire, non hanno fatto grande l’italia nè mi pare che la stiano facendo grande…sarebbe utile poter capire perchè la magistratura non abbia mai pensato di dare nemmeno una sbirciatina a quanto è successo, sarebbe anche buona cosa sapere perchè per fare il pasticcere o il barista o il salumaio si devono frequentare dei corsi e perchè non succeda altrettanto per poter fare l’imprenditore (non il pseudoimprenditore con villa, megayacht, e subrette gambe lunghe al fianco)o il politico di professione…il tutto pagato con i soldarelli faticosamente risparmiati dal lavoratore più o meno autonomo più o meno metelmeccanico; risparmi poi salassati dal governo di turno per riparare a guasti più o meno del passato in attesa di crearni di nuovi per giustificare i prelievi del futuro..Ora certamente non c’è da stupirsi se l’ameriKano di turno fugge e investe piuttosto nel Burundi…quello che mi sorprende è di scoprire che chi ci governa più o meno attivamente sfodera una smaltata “faccia da pesce lesso” di fronte alle notizie che arrivano…Ma per arrivare ai vertici di questa nazione oltre ad essere “economisti di fama mondiale” bisogna anche aver ottenuto una specializzazione in “faccia tosta perenne”?
Certo poi coi girotondi si risolvono le cose o si informano i cittadini sulla stato delle faccende della nazione….A proposito, ora che le leggi e gli aiuti dati al cinema italiano per fare cinema hanno partorito dei topolini sconosciuti persino ai residenti della provincia italiana quali altri aiuti daremo a Moretti di turno (tanto per dire credo sia più conosciuto come girotondista che regista) almeno fuori della stretta cerchia intelletuale della sinistra chic e antiberlusconiana.
In fondo la vicenda telecom e tutte le altre finiranno come dovranno finire in un paese dove chi opera le scelte di governo ascolta più il girotondo di personaggi in cerca di “gloria”, si fa per dire, che il parere degli analisti economici seri che, guarda caso hanno quasi tutti, o tutti?, nomi e cognomi poco italiani…
Chiedo perdono per questo sfogo di poco conto…certo rabbrividisco all’idea di essere governato dal cineasta o dal comico di turmo….o forse sarebbe meglio?
Il 19 Aprile 2007 alle 14:36 Telecom, il prezzo non è giusto » Panorama.it – Economia ha scritto:
[...] Spiega il più politico dei banchieri, romano, occhialuto e bianco di capelli, che, siccome adesso ci sono i congressi dei Ds e della Margherita, tutto si ferma per almeno un paio di settimane, vicenda Telecom compresa. Un simpatico modo per dire che, nonostante il gran daffare di banche, industriali, intermediari, gruppi più o meno blasonati, faccendieri e avventurieri, nei destini del colosso telefonico i politici sono entrati a piedi uniti, tanto che adesso, giocoforza, qualunque esito avrà bisogno della loro benedizione. Con questo non è detto che lo stop venga per nuocere perché, dopo mesi di trattative, la carne al fuoco è talmente tanta che occorre mettere un po’ di ordine fra le proposte che cadono di continuo sui vari tavoli, e poi ripartire. Il punto è però: da dove? Di certo c’è che Marco Tronchetti Provera, nonostante la calma olimpica ostentata negli ultimi giorni (”Pirelli non ha alcuna fretta di vendere e soprattutto non lo farà mai a prezzi che la penalizzano” va dicendo in giro), di fretta invece ne ha tanta. Gli azionisti della società mugugnano, il patto di sindacato è spaccato dopo che le Generali e la Mediobanca non hanno gradito il benservito dato alla meteorica presidenza targata Guido Rossi, e di certo avrebbero preteso la testa di Tronchetti se non fosse che, dice un banchiere che è della partita, “ci sono pezzi importanti di sistema, da Giovanni Bazoli a Luca di Montezemolo, che inspiegabilmente stanno ancora con lui”. Il problema, come sempre, sta nei soldi. Ovvero nel fatto che il presidente della Pirelli non intende vendere a meno di 2,8 euro, il prezzo che gli aveva fatto balenare l’accoppiata american-messicana, ora monca dopo che l’At&t ha salutato chiamandosi fuori. A quel prezzo per azione, rilevare la quota Telecom di Olimpia costa poco più di 4 miliardi di euro. E una cordata italiana, come vorrebbero Massimo D’Alema e Romano Prodi (che divergono però sui nomi di chi debba farne parte), non ce la fa a materializzarsi. Per cui, nonostante il successo bipartisan, la soluzione “inciucista” con dentro Roberto Colaninno e la Fininvest resta ancora una suggestiva ipotesi d’accademia. Non fosse altro perché, nonostante impegno e progetti (il capo della Piaggio, ignorando la massima nietzschiana per cui non si torna mai dove si è stati felici, dovrebbe fare il presidente della nuova società che rileverebbe il controllo della Telecom), la coperta è corta. Mettiano, ma non è detto, che la holding del Biscione ci metta 500 milioni, altri 300 li scucirebbe Colaninno. Poi ci sono le banche, 500 potrebbero arrivare girando la quota nella Pirelli Pneumatici che possiedono, qualche altra milionata di euro la porterebbero industriali (si parla di Leonardo Del Vecchio, Diego Della Valle, forse i Pesenti) che avrebbero dato una generica disponibilità. Già, si ha un bel dire che in giro di soldi ce ne sono una caterva, ma da qui a mettere insieme 4 miliardi ce ne passa. E soprattutto molti continuano a non capire perché si debba strapagare una quota, quella della Olimpia, che per la sua esiguità è ben lungi dal garantire la ferrea presa sulla Telecom. A quei valori, meglio andare direttamente in borsa e fare provvista di azioni senza passare per le forche caudine di patti e contropatti tra soci che stanno a monte. E poi c’è la politica, che non molla la presa, e che di fronte a certi matrimoni, seppur d’interesse, si mostra maldisposta. Mettere assieme Silvio Berlusconi e Colaninno, ipotesi che al Cavaliere piace meno di quanto piaccia a qualcuno dei suoi collaboratori, non è facile da far digerire ai falchi degli opposti schieramenti. La stessa Unità, che pure aveva dato senza acrimonia la notizia dell’eretico avvicinamento (riunione nella casa romana del Cavaliere tra Fedele Confalonieri e il ragioniere mantovano, con l’infaticabile Ruggero Magnoni della Lehman Brothers a fare da mediatore), il giorno dopo ha sparato ad alzo zero. Ergo, si devono battere altre strade, ma quel che più occorre battere è la diffidenza tra i vari protagonisti della vicenda, che si accentua ogni giorno che passa. Mediobanca e Intesa Sanpaolo, per esempio, continuano a guardarsi in cagnesco e a lavorare su scenari diversi. La banca di Bazoli era pronta a fare tutto da sola pagando le Telecom di Tronchetti 2,7 euro. Poi si era detta pronta, per bocca di un convinto Corrado Passera, ad appoggiare la cordata tex-mex, mezzo evaporata, che peraltro a Palazzo Chigi andava di traverso. Ora pare voler riconsiderare lo scenario che prevede la scissione della Pirelli (il filone su cui dall’inizio si era messa a lavorare piazzetta Cuccia) purché il mercato non storca troppo la bocca. Ma l’ipotesi di fare due Pirelli fotocopia, con una che controlla solamente la Olimpia, e poi consentire agli azionisti dell’una di concambiare le azioni ricevendo carta e contanti dell’altra, non piace anzitutto a Tronchetti, che vorrebbe uscire di scena con un bell’assegno da 3 miliardi (tanto vale l’80 per cento che Pirelli detiene in Olimpia). Se si pretende la soluzione tutta italiana (e certo gli afflati regolatori sulla rete fissa che il governo si è improvvisamente scoperto rendono difficile guardare oltralpe), la scissione resta la meno costosa, perché si porta a casa con 1 miliardo e mezzo di spesa e il mal di pancia degli azionisti che hanno comprato in borsa. Il fatto è che la scissione, e qui la babele è completa, non entusiasma nemmeno alcuni grandi soci della Mediobanca. Si sa che, sebbene abbia ripetuto ai quattro venti di volerne restar fuori, l’Unicredito di Alessandro Profumo fa da consulente alla Deutsche Telekom su un piano che prevede una fusione con la Telecom via conferimento della Tim. Peccato che nella neonata società i tedeschi si terrebbero stretta la maggioranza assoluta. Il banchiere Cesare Geronzi, invece, fa da tramite con i palazzi della politica e sembra giocare più in proprio che in nome della Capitalia, la quale ha detto e ridetto di non aver partecipato al furibondo rastrellamento di titoli Telecom che ha preceduto l’assemblea di lunedì 16 aprile. Geronzi sente spesso D’Alema, un po’ meno Prodi, e ha sempre orecchie per Berlusconi. Risultato? Ha tentato di convincere Tronchetti a mollare il protettorato della Intesa Sanpaolo e la nefanda, a suo dire, influenza dell’advisor Gerardo Braggiotti, finendo col litigarci. Adesso anche lui guarda il cielo in attesa di eventi, sapendo bene che qualche nube può arrivare da Trieste, visto che obtorto collo l’assemblea delle Generali si appresta a rinnovare il triennale mandato di Antoine Bernheim alla guida della compagnia. Solo che l’ultraottuagenario napoleonico banchiere continua imperterrito a dire: “Le Generali sono io” in barba alle sane e buone regole di corporate governance che vorrebbero da lui un atteggiamento meno oltranzista. Insomma, dopo mesi che si intessono e disfano trame, dopo che in borsa la speculazione ha scorrazzato libera come le vacche nelle praterie, dopo che l’assemblea Telecom è servita da cassa di risonanza allo show (gustoso, ma anche angoscioso) di un comico, dopo che la magistratura ha allungato la sua ombra su spiati e spiandi, siamo di nuovo tornati al punto di partenza. Si ricomincia dalla decisione di Tronchetti che non vede l’ora di guardare la vicenda Telecom al passato, e ricomincia la girandola di riunioni nel tentativo di indurlo a più miti propositi. Nel pomeriggio di martedì 17 aprile, all’indomani della estenuante assemblea di Rozzano cui non ha partecipato, prima ha visto Ruggero Magnoni poi è andato di nuovo in Mediobanca, un po’ il suo calvario, a prendere altre reprimende da chi non capisce perché faccia di testa sua, senza consultarsi almeno per telefono con i suoi soci. Ma Tronchetti è ormai preda della sindrome Ferruzzi, pensa che la Mediobanca voglia togliergli tutto così come fece con l’impero di Raul Gardini. Inutile evocargli lo spettro di soluzioni che per Tronchetti suonerebbero più beffarde di quelle che teme. Nell’ultima settimana, si sono infittite le voci di una possibile opa sulla Pirelli, che taglierebbe la testa a tutto e anche a lui. Operazione relativamente poco costosa, visto che in borsa capitalizza 4,5 miliardi, e che dallo spezzatino delle sue partecipazioni si potrebbe ricavare più di quello che si spende per comprarla. Oppure, ma sul versante basso della catena, il lancio di un’offerta pubblica sulla Telecom (nonostante il grande agitarsi di tutti, gli spagnoli della Telefónica restano i maggiori indiziati) cui difficilmente il governo potrebbe fare argine sventolando i vessilli dell’italianità. O, ancora e molto meno costoso, l’acquisto di una quota inferiore al 29 per cento del capitale, in modo da prendere due piccioni con una fava: il controllo del gruppo e la neutralizzazione della partecipazione detenuta dalla Olimpia. A quel punto Tronchetti rischierebbe di portarsi addosso una insostenibile zavorra da 3 miliardi destinata a impiombare la Pirelli e tutte le sue possibili mosse. [...]
Il 20 Aprile 2007 alle 9:36 Calabrese: Andreatta e Telecom alle vongole » Panorama.it – Opinioni ha scritto:
[...] Che accadrebbe se durante una partita di calcio l’arbitro a un certo punto decidesse che per un quarto d’ora non vale più la regola del fuorigioco e lo comunicasse solo al capitano di una delle squadre? Verrebbe giù lo stadio e il poveretto sarebbe cacciato a pedate nel sedere. Giusto, no? È esattamente quello che sta accadendo nella squinternata vicenda della vendita Telecom. La ritirata della At&t e le motivazioni forti che l’hanno determinata rappresentano una vergogna per l’Italia, una seria turbativa al libero mercato e l’ennesima dimostrazione dell’incapacità di Romano Prodi di incarnare la figura di premier di una delle più forti nazioni del mondo. Ovunque, tranne che nelle repubbliche delle banane, le regole esistono, sono certe e nessuno si sognerebbe di cambiarle in corsa. In tutte le democrazie del mondo il proprietario di un bene, nel momento in cui decide di metterlo in vendita, ha la libertà di accettare l’offerta per lui più conveniente. In Italia non è così. Lo hanno sottolineato, e la cosa non sarà priva di conseguenze nel futuro, il capo dell’At&t, l’ambasciatore americano Ronald Spogli, il presidente della Confindustria Luca di Montezemolo, decine di economisti, commentatori e osservatori del mercato. Qualunque cosa si decida di fare, e comunque finisca, l’incontro è stato truccato e il biscazziere sta seduto a Palazzo Chigi a tirare le fila delle partite economiche italiane con i suoi sodali imboscati nelle fondazioni, nelle banche, nei salotti buoni (buoni?). C’è stato un momento nella storia di questo Paese in cui, a volte con giustezza, si strillava e ci si strappavano le vesti per le leggi ad personam fatte votare dall’allora premier Silvio Berlusconi (che è l’azionista di questo giornale); e cosa sono questi trucchetti da democristiano alle vongole se non violazioni delle regole del mercato fatte per interessi ad personam? Che direbbe di una partita giocata così un galantuomo come Beniamino Andreatta? Alla fine di tutto, e al di là di qualunque ragionamento, l’Italia esce da questa storia assai malconcia in campo internazionale, come se non fossero bastati i rossori per le vicende Abertis-Autostrade, Telefónica-Telecom, e il sequestro Mastrogiacomo. A forza di minacciare di modificare le regole in corsa, far scappare gli investitori stranieri con le esperienze giuste e i denari freschi in tasca, permettere che cinque terroristi talebani escano di prigione e tornino ad ammazzare, non meravigliamoci se poi l’Italia continua a essere considerata un paese ben soleggiato, simpaticamente cialtrone, inaffidabile e mai veramente maturo. [...]
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