
Criminalità (soprattutto quella micro) da una parte e agenti dall’altra. In mezzo, gli abitanti. Che assistono alla lotta con un senso d’impotenza e di insicurezza sempre più crescente. Nonostante i dati non siano allarmanti. Almeno quelli contenuti nel rapporto messo a punto da Transcrime, istituto di ricerca sulla criminalità transnazionale delle Università Cattolica di Milano e di Trento parlano chiaro: l’Italia non è un Paese violento. Soprattutto se messo a confronto con il resto d’Europa.
Leggendo lo studio (che prende in esame il trend criminale dal 1985 al 1995) sull’andamento della criminalità in Europa, risulta che sia il Nord del continente la zona dove si verificano più omicidi, mentre nella penisola, almeno per quel che concerne questo reato gravissimo, le statistiche sono più rassicuranti.
E questa è una novità: la violenza da noi sembra “esprimersi sempre meno in omicidi e sempre più in una pluralità di comportamenti differenti, proprio come un fiume in piena che, frenato da un ostacolo, si disperde in molti rivoli prima di arrivare alla foce”.
Spiega il direttore dell’istituto Ernesto Savona: “L’uso di alcol e droghe ha invertito il vecchio cliché secondo cui nei paesi caldi ci sono più delitti personali e in quelli freddi più furti, rapine. I risultati della ricerca ci dicono che noi italiani abbiamo paura indipendentemente dai rischi concreti”.
Ecco i numeri: decresce l’andamento degli omicidi nell’Europa dei 15, che passa da 1,7 ogni 100 mila abitanti nel 1995 a 1,2 nel 2005. Il calo riguarda anche il nostro Paese perché, sempre nel periodo preso in esame, c’è un autentico abbattimento del tasso di morti violente nelle Isole (da 3,8 a 1,4), e comunque una diminuzione nelle regioni del Sud (da 3,1 a 1,8), mentre al Nord non si registrano variazioni di rilievo. Un abbassamento del numero degli assassinii nel Mezzogiorno secondo al ricerca è dovuto alla fortunata e tenace lotta contro la mafia siciliana che, dopo l’arresto di Totò Riina e Bernardo Provenzano, ha cambiato pelle e strategia. Per i ricercatori, è la Finlandia, con i suoi 5,2 milioni di abitanti, “a registrare la condizione peggiore”: picco di 3 omicidi ogni 100 mila abitanti nel 2001 e 2,8 nel 2004, seguita dal Belgio (1,9 nel biennio 2004-2005).
Una sottolineatura a parte merita il capitolo su reati violenti come risse, lesioni, violenze sessuali. Nel decennio 1995-2005, in Italia c’è stato un aumento di denunce, “dovuto anche a una diversa rilevazione dei dati”: la percentuale più alta riguarda il Centro (191,9) che registra anche un più 357,3 per quanto riguarda le violenze sessuali. L’Europa del Nord resta comunque la più a rischio: soltanto nel Regno Unito viene presentato l’85 per cento del totale delle denunce. E allora perché tanta paura tra i cittadini italiani? “I nostri dati su Milano, per esempio, non sono allarmanti, ma i cittadini si sentono ugualmente insicuri perché aumentano le rapine, i furti d’auto e negli appartamenti”. Secondo Savona la richiesta di agenti sarebbe solo un provvedimento tampone, altre le necessità: “Bisogna potenziare la sorveglianza elettronica con strumenti avanzati in luoghi appropriati e fare investimenti massicci di prevenzione precoce con genitori e insegnanti per ridurre le cariche di aggressività nei bambini, possibili futuri criminali”.
- Giovedì 19 Aprile 2007
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Commenti
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Il 9 Novembre 2007 alle 11:37 lebonsens ha scritto:
Penso che fare certi paragoni non sia assolutamente costruttivo. Nel Nord l’immigrazione è presente da molti anni (pensiamo alla Francia, ad esempio, che vede i risultati negativi dell’immigrazione nei nipoti dei primi arrivati). L’Italia ha questo problema da una quindicina d’anni: poteva benissimo farne a meno. Il buonismo e la politica delle porte aperte inducono spesso a fare confronti con chi sta peggio. Bisogna abituarsi a confrontarci con chi sta meglio. Quindici anni fa stavamo indubbiamente meglio di adesso. Daremo una mano ai familiari dei morti ammazzati. Gli applausi ai funerali delle “persone buone” non bastano più e diventano soltanto una presa in giro.
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