
Sbaglia chi minimizza la portata del progetto di Partito democratico, che Ds e Margherita hanno annunciato in questo weekend dai loro ultimi congressi.
Sbaglia perché, se realmente portato avanti con convinzione, si tratta di una grande semplificazione della vita politica nell’interesse degli elettori; e, in seconda battuta, della modernizzazione di una sinistra italiana che stenta ancora a liberarsi del suo passato comunista.
Il primo punto l’ha colto molto bene il grande avversario (la parola nemico è ormai bandita), Silvio Berlusconi, che ovviamente nella unificazione dei progressisti vede l’opportunità, anzi l’obbligo di fare lo stesso per i moderati o i conservatori.
Questo è il senso della passerella del Cavaliere ai due congressi di Ds e Dl. Le incognite riguardano il secondo punto.
Post Pci e post Dc di sinistra, oltre a riunire due apparati e relativi militanti, riusciranno ad offrire agli elettori nuovi leader, nuovi programmi, e magari nuove idee? Una mano sembra averla data Romano Prodi: annunciando che nel 2011 non sarà più candidato ad alcuna carica semplifica notevolmente la scelta del futuro capo del Pd. Scelta che al momento vede come sola realistica possibilità Walter Veltroni. Ma chiamarsi fuori non significa rinunciare a porre vincoli, chiedere garanzie, insomma seminare trappole. Il cammino del sindaco di Roma, popolare nella Capitale ma non altrettanto al Nord, non sarà solo in discesa.
L’altro problema è il programma. Dopo l’infausta esperienza delle 287 pagine di Prodi, con corollario di fabbriche, seminari, monasteri, conclavi, l’opinione pubblica ha bisogno di indicazioni chiare per l’economia, la sicurezza, i diritti sociali, nonché per la politica estera. Oltre a questo servirà un messaggio che scaldi i cuori degli elettori delusi, al momento più numerosi nel campo del centrosinistra che non in quello del centrodestra. Le indicazioni che vengono dalla Francia sono ovviamente strumentalizzate da entrambi gli schieramenti, ma in effetti sembrano dire al futuro Partito democratico che c’è molto da lavorare. Ségolène Royal, per la quale tifavano i Ds, non è riuscita a trascinare la sinistra francese oltre il 25%, l’alleanza con François Bayrou, sostenuto qui dalla Margherita, non consentirebbe di vincere il ballottaggio neppure conquistando tutti gli elettori moderati, oltre a fare il pieno nella sinistra massimalista.
Insomma, oltralpe un esperimento assai simile a quello dei Democratici italiani appare minoritario.
Figuriamoci in Italia dove il Pd subirà un’inevitabile erosione alla propria sinistra, ma soprattutto dove mancano ancora nomi, programmi, idee, slogan e soprattutto modelli da proporre al Paese.
- Lunedì 23 Aprile 2007
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Commenti
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Il 23 Aprile 2007 alle 13:52 kubaiashi00 ha scritto:
Francamente non vedo come l’operazione PD sia assimilabile all’attuale situazione francese. Casomai la Francia ci dice proprio che i partiti socialisti non sono più in grado di vincere le elezioni.
Non credo che basti fare la somma delle percentuali di due partiti per capire come andrà il partito nato dall’unione dei due. Non è così semplice. O no?
Il 23 Aprile 2007 alle 14:14 Renzo Rosati ha scritto:
E’ proprio la mia tesi: i socialisti francesi, dopo aver dominato la scena in epoca Mitterrand, non sono più in grado di vincere, mentre l’area della sinistra arriva al 30 per cento o poco più. Per questo tra i fondatori del PD italiano è in auge l’idea che la formula vincente sia sommare i voti di Royal a quelli di Bayrou, quasi stessimo parlando di Ds e Margherita. Penso appunto che sia un’illusione, che si rivelerà tale al ballottaggio; quanto al PD italiano ho già scritto che già oggi nei sondaggi le intenzioni di voto sono inferiori alla somma dei due partiti. Vedremo in futuro quanto (e se) influiranno i leader, i programmi e la convinzione che sapranno tasmettere agli elettori.
Il 23 Aprile 2007 alle 15:54 paolo1957 ha scritto:
Uno alla volta nel PD emergeranno tutti gli attuali sommersi, e mi aspetto di veder presto comparire Bassolino.
Un buon motivo, se così sarà, per starne alla larga…
Il 23 Aprile 2007 alle 17:55 giancarlob ha scritto:
Non c’è che di preoccuparsi, invece: basta guardare cosa succede in America. Tra qualche anno anche in Italia la televisione, la stampa e i media ignoreranno tutti gli altri partitini e si parlerà soltanto del Partito Democratico (di fatto, è già così). Lo stesso accadrà a Destra col partitone omologo. Nomi, programmi, idee, slogan e soprattutto modelli saranno un dettaglio. Amen.
Il 24 Aprile 2007 alle 15:15 Referendum elettorale, si raccolgono le firme. Ecco perché serviranno » Panorama.it – Italia ha scritto:
[...] È partita, come annunciato dagli organizzatori, la raccolta delle firme per il referendum di modifica della legge elettorale. Prima di vedere quali burrasche politiche stanno montando in entrambi gli schieramenti, chiariamo che cosa propongono i referendari: 1) premio di maggioranza attribuito non più alle coalizioni tra partiti ma al partito più votato, sia alla Camera sia al Senato; 2) sbarramento del 4% alla Camera e dell’8% al Senato; 3) abolizione della candidature multiple, che attualmente con il meccanismo dei subentri danno grande potere ai big dei partiti. Restano invece della legge attuale, per garantire il bipolarismo, il vincolo per gli schieramenti di un programma comune e soprattutto di indicare un candidato premier. A favore del referendum o addirittura nel comitato promotore presieduto da Giovanni Guzzetta (nella foto) sono già una serie di leader o esponenti di spicco di destra e sinistra: da Gianfranco Fini a Giovanna Melandri, da Arturo Parisi a Renato Brunetta, da Daniele Capezzone ad Antonio Martino. In sostanza, il referendum, se avesse successo, favorirebbe le grandi forze mentre le piccole perderebbero gran parte del loro potere d’interdizione. Per questo tra i contrari ci sono l’Udc, Rifondazione, l’Udeur di Clemente Mastella e prossoché l’intera area della sinistra massimalista. Anche la Lega Nord è ostile, ma più per motivi di principio: “Vogliamo comunque le mani libere, e ci interessano di più altri obiettivi, come il federalismo fiscale” è la linea del Carroccio. Subito dopo l’avvio della raccolta firme c’è stata una sollevazione soprattutto tra gli alleati minori di Romano Prodi. Il più duro è Mastella: “Prodi chiarisca che cosa vuole, oppure usciamo dal governo”. Il leghista Roberto Maroni commenta: “Solidarizzo con Mastella, ma temo che sarà accontentato alla solita maniera, con qualche poltrona. E alla fine il referendum diverrà inevitabile, perché non c’è alcuna volontà di accordarsi su una riforma condivisa”. Già, perché l’alternativa al referendum è appunto la riforma della legge elettorale: uno dei punti del secondo mandato conferito da Giorgio Napolitano a Prodi dopo la crisi di febbraio. Il premier ha incaricato Vannino Chiti, ds, ministro delle Riforme istituzionali e rapporti col Parlamento, di sondare alleati e avversari. Ma, allo stato, ognuno ha proposto una legge su misura per se stesso. L’Udc è per il modello tedesco (proporzionale con sbarramento), esattamente come Rifondazione. L’Unione aveva addietro raggiunto un accordo per estendere alle politiche un sistema simile a quello delle regionali: proporzionale con premio di maggioranza alla coalizione vincente. Progetto assai simile a quello della Cdl. Logica avrebbe voluto che si raggiungesse rapidamente un accordo, ma in politica la logica non è una linea retta, e dunque come prevedibile tutto è tornato in alto mare. In realtà dopo l’accelerazione impressa da Ds e Margherita alla nascita del Partito democratico, anche nel centrodestra stanno riprendendo vigore quanti, compreso Silvio Berlusconi, vorrebbero se non un partito unico almeno una federazione. È un progetto appoggiato da Fini, e come detto osteggiato da Bossi con il quale il Cavaliere però non vuole e non può rompere. Previsioni? Negli ultimi tempi, soprattutto a sinistra, il trend alla divisione e alla scissione si è addirittura accentuato. E dunque queste forze venderanno cara la pelle. Prodi aveva lanciato al comitato organizzatore un appello a far slittare l’avvio della raccolta firme: “C’è bisogno di più tempo”. Inutilmente. Ora è scattato il conto alla rovescia: occorreranno 500 mila firme (qui dove firmare) e la macchina si fermerà solo in presenza di una legge approvata dal Parlamento. [...]
Il 27 Aprile 2007 alle 11:17 Pd: nel matrimonio Ds e Margherita spunta la spina del patrimonio » Panorama.it – Italia ha scritto:
[...] Una cosa è la gestione comune, un’altra la proprietà. Lo sa bene il 56 per cento degli italiani che opta per la separazione dei beni. Anche Ds e Margherita, prossimi al matrimonio nel Partito democratico, scelgono lo stesso regime. Ma i partiti sono persone giuridiche, per loro non valgono le leggi per le persone fisiche. Perciò, guidati dal tesoriere Ugo Sposetti, i diessini hanno studiato un escamotage. E lo hanno pure trovato. Una proposta di legge “ad partitum” è stata presentata nel settembre 2006 per favorire la Südtiroler Volkspartei, in ritardo sulla presentazione della domanda per i rimborsi elettorali. Subito dopo è arrivato un emendamento del deputato Marco Boato (verdi) che permetterebbe ai partiti di costituire “fondazioni politico-culturali” utili per gestire l’attività patrimoniale (oltre che per ricevere più facilmente i finanziamenti privati). Così la “fondazione Ds” e la “fondazione Margherita” continuerebbero a gestire i rispettivi patrimoni ognuno per proprio conto. Con cattiva pace del ministro Rosy Bindi, che vuole “dotare il Pd di nuove sedi” attraverso la vendita di tutte le proprietà attuali per acquisirne di nuove. Piero Fassino ha detto no. Il Pci-Pds-Ds ha 60 anni di storia patrimoniale. Tra federazioni, sezioni, case del popolo e persino negozi e terreni, non c’è storia con la Margherita, che ha appena cinque anni di vita. È vero, le sezioni diessine sono 6.937 e i circoli “margheriti” 15.165, ma pochi sono di proprietà e molti sono per rappresentanza. Inoltre la Quercia ha un debito altissimo (139 milioni di euro nel 2006) rispetto ai circa 11 milioni della Margherita. Ma il debito diessino è ampiamente superato dal valore degli immobili, anche se è difficilmente quantificabile. Nei Ds vige il “federalismo proprietario”: gran parte dei beni “sono delle federazioni cittadine e delle direzioni regionali. Alcune sedi sono anche intestate a singole persone. Altre a società” (parole di Sposetti). Fassino deve per di più affrontare la scissione del correntone di Fabio Mussi. Entrambi hanno scelto un basso profilo, difficilmente si arriverà alla guerra. Tra l’altro, sull’Unità Sposetti aveva già avvisato lo scissionista: “Se ci sarà una divisione dei beni, divideremo anche i debiti”. La possibile soluzione è che le singole (e rare) federazioni locali dove Mussi ha la maggioranza diventino di proprietà del suo schieramento, Sinistra democratica, che con i circa 2 milioni di euro l’anno provenienti dai gruppi parlamentari proverà a lanciare un nuovo quotidiano. Nome provvisorio della testata è Il progressista. Il Pd manterrà il regime del doppio quotidiano. Salvo ripensamenti, L’Unità guidata da Antonio Padellaro è destinata al ruolo di giornale di opinione, Europa di Stefano Menichini a farsi più generalista. Quanto alle feste di partito, tutti dicono che verranno mantenute entrambe. Ma dovranno scontrarsi con la volontà di Romano Prodi, che proprio con una grande “festa democratica” intende battezzare il Pd. E il doppio tesoriere? Fra Sposetti e il margheritino Luigi Lusi spunterà un terzo nome. Riservatamente, Rutelli ha avanzato l’idea di affidare la gestione finanziaria a un manager da individuare sul mercato, come avviene per il Pd americano. Ma è davvero presto per inviare i curriculum. [...]
Il 8 Maggio 2007 alle 18:16 Fassino: Caro Prodi ti scrivo, così ti scuoto un po’ » Panorama.it – Italia ha scritto:
[...] «Caro Romano, leggo cronache giornalistiche, fatte di veline e veleni, da cui non può venire nulla di buono al progetto del Partito Democratico. Non so chi abbia interesse a intossicare e sporcare un progetto così ambizioso e importante. In ogni caso a questo esercizio io non partecipo». Che cosa ha spinto Piero Fassino a prendere carta e penna per scrivere a Romano Prodi una lettera così ruvida, facendola divulgare dall’ufficio stampa della direzione della Quercia? Quali conseguenze si possono prevedere? E soprattutto con chi ce l’ha il segretario Ds? Un piccolo passo indietro. Da giorni scorsi si discute su due cose: la data dell’assemblea costituente del Pd e gli organi dirigenti del nascituro partito. Fassino aveva proposto il 16 ottobre, anniversario delle primarie che nel 2005 designarono Romano Prodi candidato premier dell’Ulivo. «Mi sembra una data splendida» commenta Prodi. Ma subito dopo qualcuno fa notare a Fassino che il 16 ottobre è martedì: giorno infrasettimanale ma anche poco augurante («né di venere né di marte…»). Dunque cambio di data: domenica 14. E Prodi comincia a innervosirsi: la solennità dell’anniversario svanisce, anzi rischia di scadere nel folclore. Ma il problema serio è soprattutto l’altro. Scontato che il leader del partito democratico sarà Prodi, è però vero che il Professore sta a palazzo Chigi, mentre ha già annunciato che a fine legislatura non si ricandiderà. Insomma, i giochi sono aperti su chi comanda realmente. Formalmente si chiama coordinatore: colui (o coloro) che dovranno gestire il Pd mentre Prodi se ne sta al governo. Di fatto si tratta di scegliere chi manovrerà le leve del potere (compreso quello economico) e dei consensi nella nuova formazione di sinistra. I Ds non vogliono mollare questa postazione strategica; idem Francesco Rutelli, leader della Margherita, che rivendica un «coordinamento allargato». Insomma, una suddivisione pro quota degli organi dirigenti. La guerra si è fatta aspra, al punto che un dirigente di punta della Quercia, Pier Luigi Bersani, è uscito allo scoperto candidandosi come coordinatore. Non solo: l’iniziativa di Bersani prevederebbe uno scambio di poltrone: il ministro al Pd, e Fassino al governo. Ecco, forse, le «veline e i veleni» a cui si riferisce il segretario diessino. Ovviamente il pm Woodcock non c’entra nulla: le veline sono le note ufficiose che circolano in parlamento, in particolare la Velina rossa, considerata di area dalemiana. Fatto sta che Prodi teme che tutte queste manovre servano solo per indebolirlo, e magari per farlo cadere al momento opportuno. Difficilmente il governo reggerebbe ad un rimpasto ministeriale; mentre il conto alla rovescia del referendum si è messo in moto, ed i partiti minori - in testa l’Udeur di Clemente Mastella - minacciano di andarsene se la consultazione popolare non sarà bloccata. Per di più ci sono di mezzo le amministrative. Infine, Prodi sa benissimo che il vero futuro leader del Partito democratico non sarà tanto lui quanto Walter Veltroni. Per venerdì 11 ha convocato l’intero vertice dell’Ulivo per discutere di tutto questo. Scrive Fassino: «Nell’incontro è assolutamente necessario decidere, con chiarezza e in modo definitivo, il percorso che ci deve condurre all’Assemblea costituente. È mia convinzione che una fase così intensa di attività possa essere adeguatamente diretta da coloro che già in questi mesi hanno coordinato bene e con efficacia l’attività dell’Ulivo. Spetta comunque a te avanzare una proposta complessiva sul modo migliore per arrivare all’Assemblea». Prima risposta di Prodi: «Sono d’accordo con Fassino, acceleriamo». Sarà vero? Ora si attende all’appello Rutelli. [...]
Il 30 Maggio 2007 alle 14:23 Ora Prodi teme lo sfratto. Ma a darglielo non è Berlusconi » Panorama.it – Italia ha scritto:
[...] Ma di nomi appetibili - lo indicano tutti i sondaggi - ce n’è solo uno: Walter Veltroni. Ed il problema è: l’eventuale leader del Pd deve anche essere il candidato premier per il dopo Prodi? Un nome diverso dal Professore? In questo caso il presidente del Consiglio che cosa fa, resta a scaldare la poltrona a palazzo Chigi? [...]
Il 31 Maggio 2007 alle 14:40 Prodi presidente del Pd: ecco dove può cadere. Già a giugno » Panorama.it – Italia ha scritto:
[...] L’1 e 2 giugno, a Santa Margherita ligure, la Confindustria tiene un importante convegno. Tra gli ospiti ci sarà Walter Veltroni, l’avversario più insidioso di Prodi nel Pd, sempre più presente sulla ribalta nazionale. E Luca di Montezemolo difficilmente rinuncerà a riprendere la questione dei costi della politica e delle inefficienze del governo. [...]
Il 20 Giugno 2007 alle 17:00 Dal (futuro) Pd si alza un coro: Veltroni, scendi dal Campidoglio e facci sognare » Panorama.it – Italia ha scritto:
[...] Accetterà Walter Veltroni di scendere dal cavallo di Marco Aurelio, simbolo del Campidoglio, di abbandonare almeno part-time l’ufficio di sindaco “più bello del mondo” (parole sue) e candidarsi alla guida del Partito democratico? Per convincerlo hanno scomodato perfino la “formula Chirac“, che si candidò alla presidenza francese restando sindaco di Parigi. In realtà non è proprio la stessa cosa: qui, al momento, c’è in ballo il Pd, non (ancora) il governo. Anche se molti sono convinti che Veltroni sia rimasto l’ultimo e unico candidato spendibile dalla sinistra. A incoraggiarlo è un coro, più o meno unanime, di diessini e margheritini. Tra i quali, dice, lo stesso Massimo D’Alema, che pure sulla leadership del Pd aveva puntato le proprie carte, in particolare quella di Pier Luigi Bersani (in tandem con il prodiano Enrico Letta). “Sono pronto a sostenere Walter” afferma ora D’Alema; eppure nel frattempo per il Pd si è fatta avanti Anna Finocchiaro, capogruppo dell’Ulivo al Senato e dalemiana doc. Per il resto, appunto, è tutto un “prego, si accomodi”. “Mi auguro che Veltroni si candidi alla guida del partito democratico” dice oggi Piero Fassino. “Credo che avrebbe un consenso larghissimo e darebbe una forte spinta alla nascita del Pd”. Ancora più entusiasti i primi commenti dalla Margherita: “Possiamo dire come disse Dante uscendo dall’Inferno: al fine uscimmo a riveder le stelle” azzarda il ministro dell’Istruzione, Beppe Fioroni. Mentre Rosy Bindi, ministro della Famiglia, minaccia: “Se si fa avanti Veltroni mi ritiro io, altrimenti mi candido”. E così via. Insomma, a sinistra tutti danno per scontato che sia cosa fatta. E in effetti Veltroni dovrebbe sciogliere la riserva tra alcuni giorni. Ma non tutto è ancora chiarito. Il nodo principale è se il capo del Pd diverrà automaticamente anche il candidato premier. E, in questo caso, a chi lascerebbe la guida dei democratici. Perché i ds, e in particolare D’Alema, temono che un Veltroni in corsa per il governo dovrebbe, in virtù della spartizione, lasciare il Pd nelle mani di un margheritino, anzi in quelle di un prodiano. Il che, per i ds già contrari a sedere con i prodiani nello stesso gruppo all’Europarlamento, nonché a mettere in comune il patrimonio del partito, significherebbe in pratica l’estinzione: specie nel caso in cui alle elezioni politiche vincesse il centrodestra. Chi guiderebbe l’opposizione? Ecco perché D’Alema ancora nicchia. Ed ecco perché nella Quercia si fanno molti distinguo tra il leader del Pd ed il candidato a palazzo Chigi. Ma se alla fine Veltroni scioglierà la riserva, in pratica che cosa accadrà? Il 14 ottobre verrebbe presumibilmente eletto, in un ticket che vedrebbe come numero due Dario Franceschini, Margherita, capogruppo dell’Ulivo alla Camera. Dopodiché dovrebbe di fatto dare inizio alla campagna elettorale, stando molto attento a che non sia troppo lunga per non logorarsi all’ombra del governo Prodi. Quindi le elezioni, presumibilmente tra fine 2008 e inizio 2009. Un percorso al termine del quale per Veltroni c’è una sola possibilità: la vittoria. Altrimenti diverrà anche lui un ex. [...]
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