
È partita, come annunciato dagli organizzatori, la raccolta delle firme per il referendum di modifica della legge elettorale. Prima di vedere quali burrasche politiche stanno montando in entrambi gli schieramenti, chiariamo che cosa propongono i referendari:
1) premio di maggioranza attribuito non più alle coalizioni tra partiti ma al partito più votato, sia alla Camera sia al Senato;
2) sbarramento del 4% alla Camera e dell’8% al Senato;
3) abolizione della candidature multiple, che attualmente con il meccanismo dei subentri danno grande potere ai big dei partiti.
Restano invece della legge attuale, per garantire il bipolarismo, il vincolo per gli schieramenti di un programma comune e soprattutto di indicare un candidato premier.
A favore del referendum o addirittura nel comitato promotore presieduto da Giovanni Guzzetta (nella foto) sono già una serie di leader o esponenti di spicco di destra e sinistra: da Gianfranco Fini a Giovanna Melandri, da Arturo Parisi a Renato Brunetta, da Daniele Capezzone ad Antonio Martino. In sostanza, il referendum, se avesse successo, favorirebbe le grandi forze mentre le piccole perderebbero gran parte del loro potere d’interdizione.
Per questo tra i contrari ci sono l’Udc, Rifondazione, l’Udeur di Clemente Mastella e prossoché l’intera area della sinistra massimalista. Anche la Lega Nord è ostile, ma più per motivi di principio: “Vogliamo comunque le mani libere, e ci interessano di più altri obiettivi, come il federalismo fiscale” è la linea del Carroccio.
Subito dopo l’avvio della raccolta firme c’è stata una sollevazione soprattutto tra gli alleati minori di Romano Prodi. Il più duro è Mastella: “Prodi chiarisca che cosa vuole, oppure usciamo dal governo”. Il leghista Roberto Maroni commenta: “Solidarizzo con Mastella, ma temo che sarà accontentato alla solita maniera, con qualche poltrona. E alla fine il referendum diverrà inevitabile, perché non c’è alcuna volontà di accordarsi su una riforma condivisa”.
Già, perché l’alternativa al referendum è appunto la riforma della legge elettorale: uno dei punti del secondo mandato conferito da Giorgio Napolitano a Prodi dopo la crisi di febbraio. Il premier ha incaricato Vannino Chiti, ds, ministro delle Riforme istituzionali e rapporti col Parlamento, di sondare alleati e avversari. Ma, allo stato, ognuno ha proposto una legge su misura per se stesso. L’Udc è per il modello tedesco (proporzionale con sbarramento), esattamente come Rifondazione. L’Unione aveva addietro raggiunto un accordo per estendere alle politiche un sistema simile a quello delle regionali: proporzionale con premio di maggioranza alla coalizione vincente.
Progetto assai simile a quello della Cdl. Logica avrebbe voluto che si raggiungesse rapidamente un accordo, ma in politica la logica non è una linea retta, e dunque come prevedibile tutto è tornato in alto mare.
In realtà dopo l’accelerazione impressa da Ds e Margherita alla nascita del Partito democratico, anche nel centrodestra stanno riprendendo vigore quanti, compreso Silvio Berlusconi, vorrebbero se non un partito unico almeno una federazione. È un progetto appoggiato da Fini, e come detto osteggiato da Bossi con il quale il Cavaliere però non vuole e non può rompere.
Previsioni? Negli ultimi tempi, soprattutto a sinistra, il trend alla divisione e alla scissione si è addirittura accentuato. E dunque queste forze venderanno cara la pelle. Prodi aveva lanciato al comitato organizzatore un appello a far slittare l’avvio della raccolta firme: “C’è bisogno di più tempo”. Inutilmente. Ora è scattato il conto alla rovescia: occorreranno 500 mila firme (qui dove firmare) e la macchina si fermerà solo in presenza di una legge approvata dal Parlamento.
- Martedì 24 Aprile 2007
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Commenti
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Il 24 Aprile 2007 alle 15:27 persefone ha scritto:
Ohibò. “Se non un partito unico almeno una federazione”. E che differenza c’è tra “una federazione” e l’attuale CdL?
Il 24 Aprile 2007 alle 17:42 pacato ha scritto:
… e c’è un’enorme differenza … che se si faranno due grossi Partiti … uno del Centrodestra [Partito della Libertà] ed uno del Centrosinistra [Partito Democratico] … saranno questi due partiti che si disputeranno la vittoria alle Elezioni per il Governo del Paese … gli Altri … se vorranno rimanere con i loro “simbolini”, saranno liberi di farlo, ma – oltre ad aver perso per sempre il loro potere di influenzare la Politica delle Coalizioni in cambio del loro piccolo contributo …. – rischieranno, gareggiando da soli, pure l’eliminazione dalla scena politica, con la soglia di sbarramento del 4 e del 6% prevista .. Insomma non è poco …. E’ una Rivoluzione Politica …
Il 24 Aprile 2007 alle 17:49 Renzo Rosati ha scritto:
La federazione prevede un organismo dirigente comune nel quale abbiano posto, pro quota, i rappresentanti dei vari partiti. Dopodiché a rigor di logica le decisioni, a maggioranza, dovrebbero essere vincolanti. La Cdl è (anzi è stata) un’alleanza politico-elettorale senza particolari vincoli. Tantoché l’Udc se n’è andata.
Il 26 Aprile 2007 alle 17:37 E Bossi strinse con Prodi il patto del risotto giallo » Panorama.it – Italia ha scritto:
[...] Politica, ovvero “l’arte del possibile”. E fare il possibile, significa a volte, anzi spesso, scendere (o venire) a patti. Di patti il panorama politico italiano ne ha visti tanti (quello della sardina tra D’Alema e Bossi, quello della crostata tra D’Alema e Berlusconi). Siglati, cotti e mangiati. Da oggi, 26 aprile, è possibile che di patto da digerire ce ne sia un altro: quello tra il premier Romano Prodi e il leader del Carroccio, Umberto Bossi. Tra i due, che non si incontravano da prima della malattia che l’11 marzo 2004 colpì il Senatùr, c’è stato un vero e proprio vertice. Con tanto di colazione (o pranzo). Seduti al tavolo, nella sede della Prefettura del capoluogo lombardo, da un lato il presidente del Consiglio e il deputato prodiano della Margherita Sandro Gozi, dall’altro Umberto Bossi e Roberto Maroni e Roberto Calderoli. Davanti a loro, come lo stesso Professore ha confidato, tre questioni: “federalismo, legge elettorale e fiume Po”. Da discutere mangiando risotto giallo con grana padano, cotolette alla milanese e un buon bonarda dell’Oltrepo Pavese. Come sia andata è il capogruppo del Carroccio alla Camera a dirlo, usando una metafora calcistica: “Contro il Manchester il Milan può farcela, siamo ottimisti”. Tradotto: clima positivo e non solo per la riunione di oggi. Sì, perché Prodi ha capito l’insofferenza crescente nella Lega per l’atteggiamento degli alleati della Casa delle Libertà. Grazie anche al dialogo intessuto dal ministro Vannino Chiti, proprio con lo sherpa della Lega, Maroni. Il piano del Professore è di proporsi come spalla per il Carroccio, che sia sul nodo Verona sia per quello della riforma elettorale, si trova ai ferri corti con gli alleati del centrodestra. La questione del referendum, in particolare, per la Lega è una questione di vita o di morte. Il quesito posto da Guzzetta e Segni (nonché da Fini e da molti esponenti di Forza Italia) potrebbe decretare la fine politica del movimento padano, che con il bipartitismo perderebbe ogni capacità di influenza. Ed è per questo che Prodi e Bossi hanno lungamente discusso (90 minuti, dicono i ben informati) di quello che potrebbe essere un accordo tattico tra il premier e il Carroccio. Oltre alla riforma della legge elettorale, i temi su cui è possibile trovare un’intesa sono il federalismo fiscale e il Senato regionale. Sul primo punto Chiti ha preso un impegno solenne: approvare il ddl entro la pausa estiva, con la possibilità di devolvere capacità impositiva e competenze a Lombardia e Veneto. E proprio qui, in Veneto, sorge l’altro motivo di freddezza tra il Carroccio e la Cdl: la scelta di Silvio Berlusconi di sostenere come candidato sindaco di Verona l’Udc Alfredo Meocci anziché il leghista Flavio Tosi, che avrà i voti anche di An, rischia seriamente di incrinare i rapporti tra il Cav. e il Senatùr. Il mal di pancia alla Lega viene dalla considerazione che i padani sono stati sempre al fianco di Berlusconi, difendendolo anche mentre Pier Ferdinando Casini e Lorenzo Cesa ne mettevano in discussione la leadership. E ora l’ex premier sceglie l’Udc e non il Carroccio proprio in una delle città simbolo per i leghisti. Un boccone molto amaro da digerire. Troppo amaro, considerando che il sodalizio tra Lega e Forza Italia dura da sette anni. Tempo classico, si dice, delle crisi matrimoniali: quando uno dei due partner, con la scusa di ritrovare spazio e autonomia, di tornare a contare, di volersi sentire più libero, sceglie di pranzare con gli avversari… [...]
Il 2 Maggio 2007 alle 12:48 Il referendum che fa paura a piccoli e grandi » Panorama.it – Italia ha scritto:
[...] Chi ha paura del referendum? L’aggressione al chiosco (qui l’elenco) di Mario Segni a margine del concertone romano del primo maggio in piazza San Giovanni (insulti, spintoni, 200 schede firmate distrutte, grida “fuori da qui, non è il tuo posto” da parte - pare - di militanti di Rifondazione comunista) segue di poche ore le dimissioni del giudice costituzionale Romano Vaccarella. Ed il modo molto interventista con cui esponenti istituzionali e del governo non irrilevanti, in testa il presidente della Camera Fausto Bertinotti e il ministro della Giustizia Clemente Mastella, si occupano e parlano della vicenda. Riepiloghiamo in sintesi. Il 24 aprile ha preso il via la raccolta firme del referendum di riforma delle legge elettorale. Alcuni partiti, soprattutto nel centrosinistra, sono decisamente contrari perché le modifiche farebbero perdere gran parte del loro potere. Tra ottobre e gennaio la Corte costituzionale dovrà pronunciarsi sulla legittimità dei quesiti, ed è su questo punto che sono intervenuti vari esponenti dell’Unione. Il sottosegretario alle Riforme istituzionali - cioè il vice di Vannino Chiti, che sta cercando una soluzione parlamentare - Paolo Naccarato che si definisce “indipendente cossighiano” prevede che la Consulta darà lo stop al referendum “perché sensibile alla politica”. Il ministro verde Alfonso Pecoraro Scanio afferma che la Corte “baluardo della democrazia” giudicherà i quesiti incostituzionali. Mastella si sbilancia per il no “da tifoso”. Altri commenti dello stesso tenore, sia pure più sfumati, vengono attribuiti a Bertinotti. Vaccarella, nominato in quota centrodestra, si dimette denunciando le pressioni; poi precisa che il suo gesto “non è legato alle opinioni di chicchessia”. A questo punto, anziché calmare le acque e scongiurare un conflitto istituzionale, Romano Prodi attacca Vaccarella definendo “incomprensibili” le dimissioni. Antonio Di Pietro gli dà del simulatore: “E’ come quegli attaccanti che si buttano per terra per farsi assegnare il rigore”. Tra ingerenze, critiche e contrattacchi interessati o strumentali, una cosa è chiara: molti hanno paura del referendum. I partiti piccoli perché, appunto, toglie loro potere. E quelli maggiori perché preferiscono trattare la cosa ai tavoli della politica. Oltre al comitato referendario, l’unica difesa convinta è finora giunta dall’ex segretario radicale Daniele Capezzone: per l’appunto un cane sciolto. [...]
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