E Bossi strinse con Prodi il patto del risotto giallo

Umberto Bossi
Politica, ovvero “l’arte del possibile”. E fare il possibile, significa a volte, anzi spesso, scendere (o venire) a patti. Di patti il panorama politico italiano ne ha visti tanti (quello della sardina tra D’Alema e Bossi, quello della crostata tra D’Alema e Berlusconi). Siglati, cotti e mangiati.
Da oggi, 26 aprile, è possibile che di patto da digerire ce ne sia un altro: quello tra il premier Romano Prodi e il leader del Carroccio, Umberto Bossi.
Tra i due, che non si incontravano da prima della malattia che l’11 marzo 2004 colpì il Senatùr, c’è stato un vero e proprio vertice. Con tanto di colazione (o pranzo). Seduti al tavolo, nella sede della Prefettura del capoluogo lombardo, da un lato il presidente del Consiglio e il deputato prodiano della Margherita Sandro Gozi, dall’altro Umberto Bossi e Roberto Maroni e Roberto Calderoli. Davanti a loro, come lo stesso Professore ha confidato, tre questioni: “federalismo, legge elettorale e fiume Po”. Da discutere mangiando risotto giallo con grana padano, cotolette alla milanese e un buon bonarda dell’Oltrepo Pavese.
Come sia andata è il capogruppo del Carroccio alla Camera a dirlo, usando una metafora calcistica: “Contro il Manchester il Milan può farcela, siamo ottimisti”. Tradotto: clima positivo e non solo per la riunione di oggi.
Sì, perché Prodi ha capito l’insofferenza crescente nella Lega per l’atteggiamento degli alleati della Casa delle Libertà. Grazie anche al dialogo intessuto dal ministro Vannino Chiti, proprio con lo sherpa della Lega, Maroni. Il piano del Professore è di proporsi come spalla per il Carroccio, che sia sul nodo Verona sia per quello della riforma elettorale, si trova ai ferri corti con gli alleati del centrodestra.
La questione del referendum, in particolare, per la Lega è una questione di vita o di morte. Il quesito posto da Guzzetta e Segni (nonché da Fini e da molti esponenti di Forza Italia) potrebbe decretare la fine politica del movimento padano, che con il bipartitismo perderebbe ogni capacità di influenza. Ed è per questo che Prodi e Bossi hanno lungamente discusso (90 minuti, dicono i ben informati) di quello che potrebbe essere un accordo tattico tra il premier e il Carroccio. Oltre alla riforma della legge elettorale, i temi su cui è possibile trovare un’intesa sono il federalismo fiscale e il Senato regionale. Sul primo punto Chiti ha preso un impegno solenne: approvare il ddl entro la pausa estiva, con la possibilità di devolvere capacità impositiva e competenze a Lombardia e Veneto.
E proprio qui, in Veneto, sorge l’altro motivo di freddezza tra il Carroccio e la Cdl: la scelta di Silvio Berlusconi di sostenere come candidato sindaco di Verona l’Udc Alfredo Meocci anziché il leghista Flavio Tosi, che avrà i voti anche di An, rischia seriamente di incrinare i rapporti tra il Cav. e il Senatùr. Il mal di pancia alla Lega viene dalla considerazione che i padani sono stati sempre al fianco di Berlusconi, difendendolo anche mentre Pier Ferdinando Casini e Lorenzo Cesa ne mettevano in discussione la leadership. E ora l’ex premier sceglie l’Udc e non il Carroccio proprio in una delle città simbolo per i leghisti. Un boccone molto amaro da digerire. Troppo amaro, considerando che il sodalizio tra Lega e Forza Italia dura da sette anni.
Tempo classico, si dice, delle crisi matrimoniali: quando uno dei due partner, con la scusa di ritrovare spazio e autonomia, di tornare a contare, di volersi sentire più libero, sceglie di pranzare con gli avversari…
Romano Prodi

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Il 2 Maggio 2007 alle 12:48 Il referendum che fa paura a piccoli e grandi » Panorama.it – Italia ha scritto:

[...] Chi ha paura del referendum? L’aggressione al chiosco (qui l’elenco) di Mario Segni a margine del concertone romano del primo maggio in piazza San Giovanni (insulti, spintoni, 200 schede firmate distrutte, grida “fuori da qui, non è il tuo posto” da parte - pare - di militanti di Rifondazione comunista) segue di poche ore le dimissioni del giudice costituzionale Romano Vaccarella. Ed il modo molto interventista con cui esponenti istituzionali e del governo non irrilevanti, in testa il presidente della Camera Fausto Bertinotti e il ministro della Giustizia Clemente Mastella, si occupano e parlano della vicenda. Riepiloghiamo in sintesi. Il 24 aprile ha preso il via la raccolta firme del referendum di riforma delle legge elettorale. Alcuni partiti, soprattutto nel centrosinistra, sono decisamente contrari perché le modifiche farebbero perdere gran parte del loro potere. Tra ottobre e gennaio la Corte costituzionale dovrà pronunciarsi sulla legittimità dei quesiti, ed è su questo punto che sono intervenuti vari esponenti dell’Unione. Il sottosegretario alle Riforme istituzionali - cioè il vice di Vannino Chiti, che sta cercando una soluzione parlamentare - Paolo Naccarato che si definisce “indipendente cossighiano” prevede che la Consulta darà lo stop al referendum “perché sensibile alla politica”. Il ministro verde Alfonso Pecoraro Scanio afferma che la Corte “baluardo della democrazia” giudicherà i quesiti incostituzionali. Mastella si sbilancia per il no “da tifoso”. Altri commenti dello stesso tenore, sia pure più sfumati, vengono attribuiti a Bertinotti. Vaccarella, nominato in quota centrodestra, si dimette denunciando le pressioni; poi precisa che il suo gesto “non è legato alle opinioni di chicchessia”. A questo punto, anziché calmare le acque e scongiurare un conflitto istituzionale, Romano Prodi attacca Vaccarella definendo “incomprensibili” le dimissioni. Antonio Di Pietro gli dà del simulatore: “E’ come quegli attaccanti che si buttano per terra per farsi assegnare il rigore”. Tra ingerenze, critiche e contrattacchi interessati o strumentali, una cosa è chiara: molti hanno paura del referendum. I partiti piccoli perché, appunto, toglie loro potere. E quelli maggiori perché preferiscono trattare la cosa ai tavoli della politica. Oltre al comitato referendario, l’unica difesa convinta è finora giunta dall’ex segretario radicale Daniele Capezzone: per l’appunto un cane sciolto. [...]

Il 4 Ottobre 2007 alle 16:17 Calderoli: quante volte Bossi ha evitato che il nord esplodesse » Panorama.it - Italia ha scritto:

[...] Roberto Calderoli (18 April 1956) is an Italian politician, member of the Senate of Italy and formerly the Reforms Minister, and a leading member of the Northern League. He is usually seen as representing the component originating from the right wing and Bergamo, whereas Roberto Maroni represents the area originating from the left wing and Varese. Calderoli in 2001 was elected to the Senate of Italy. During his mandate, he also wrote a new infamous electoral law based on proportional representation rather than plurality voting system, which was first introduced in Italy in 1994 by a referendum. Successively, Calderoli himself criticized the electoral law he wrote by defining it “a load of crap”. (Così dice del vicepresidente del Senato, l’edizione inglese di Wikipedia) Ho visto che ha regalato a Silvio Berlusconi una foto di Michela Brambilla con l’oggetto del desiderio cerchiato. Una cosetta fine. E le sembra fine mostrarsi in televisione conciati così? Io quella foto l’ho trovata sul Gazzettino. Sopra c’era il circolo della libertà, sotto ci ho fatto il circolino della libertina. E poi: se mi fotografano con le dita nel naso, è colpa del fotografo o mia che mi ci infilo le dita? Secondo me è invidia, perché voi della Lega non avete una Brambilla. È che non avete creduto abbastanza in Irene “Catwoman” Pivetti. Mi piaceva di più la prima Pivetti, quand’era presidente della Camera. Ma adesso che ci penso, non così tanto. I fucili da dissotterrare, i bergamaschi pronti alle armi, il tricolore nel cesso, adesso la guerra di liberazione… Solo la sinistra ci casca ancora. In tutti questi anni Bossi ha avuto la capacità di incanalare per vie democratiche incazzature che potevano prendere altre strade. L’Alitalia che chiude Malpensa, la Brebemi, la Tav e la pedemontana bloccate, un fisco martellante… Solo Umberto ha evitato che la situazione esplodesse, facendo votare quattro volte al Parlamento modifiche della Costituzione. In fondo il gesto più eversivo resta ancora quel folcloristico attacco al campanile di San Marco col carro armato fatto in casa. Non era la Lega, ma una cosa staccata. Erano i Serenissimi, un gruppetto spontaneo che ha fatto quel gesto simbolico. Con il merito di aver dimostrato che Stato abbiamo di fronte: dopo averli tenuti in galera i giudici li hanno assolti, facendo ridere il mondo. Perdoni il dubbio, ma la guerra di liberazione prescinde da Roma o marcerà su Roma? Non abbiamo ancora abbandonato la via parlamentare, anche se siamo scettici che si possa ottenere qualcosa. Il messaggio di Bossi è stato chiaro, ne abbiamo parlato anche con Giulio Tremonti. Bisogna trovare qualcosa che sblocchi la situazione di stallo. A proposito di stallo: come sta il suo maiale, quello che doveva sfilare a Bologna in funzione antimoschea? Povero, è finito in salami. Del resto, era grasso al punto giusto. Ma sa che me ne hanno offerti altri 100 con trasporto annesso per andare a Bologna? Adesso il senatore Giovanni Pistorio mi ha promesso il maialino nero dei Nebrodi, che almeno resta piccolo e non cresce. Dicono che le state sparando a raffica perché i sondaggi vi danno in calo. Le risulta? Ma quando mai? I sondaggi dovrebbero preoccupare gli altri. Alle ultime amministrative la Lega ha fatto il pieno, e quelli sono voti veri. Ma sono davvero 15 i parlamentari della Margherita pronti a saltare il fosso? Lo ha detto Silvio Berlusconi, anche se mi sa che l’occhio del padrone ingrassa il cavallo. Guardi, a me ne basterebbero 3 e Prodi sarebbe spacciato. Con Romano Prodi avevate provato a parlare. Sì, ma lui non ha fatto nulla. Doveva esserci il federalismo fiscale in Finanziaria, lei per caso l’ha visto? Se si vota in primavera, quanto prende la Lega? Tra l’8 e il 10 per cento. [...]

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