Il referendum che fa paura a piccoli e grandi

Mario Segni al chiosco per la raccolta firme pro-referendum
Chi ha paura del referendum? L’aggressione al chiosco (qui l’elenco) di Mario Segni a margine del concertone romano del primo maggio in piazza San Giovanni (insulti, spintoni, 200 schede firmate distrutte, grida “fuori da qui, non è il tuo posto” da parte - pare - di militanti di Rifondazione comunista) segue di poche ore le dimissioni del giudice costituzionale Romano Vaccarella.
Ed il modo molto interventista con cui esponenti istituzionali e del governo non irrilevanti, in testa il presidente della Camera Fausto Bertinotti e il ministro della Giustizia Clemente Mastella, si occupano e parlano della vicenda.
Riepiloghiamo in sintesi. Il 24 aprile ha preso il via la raccolta firme del referendum di riforma delle legge elettorale. Alcuni partiti, soprattutto nel centrosinistra, sono decisamente contrari perché le modifiche farebbero perdere gran parte del loro potere. Tra ottobre e gennaio la Corte costituzionale dovrà pronunciarsi sulla legittimità dei quesiti, ed è su questo punto che sono intervenuti vari esponenti dell’Unione. Il sottosegretario alle Riforme istituzionali - cioè il vice di Vannino Chiti, che sta cercando una soluzione parlamentare - Paolo Naccarato che si definisce “indipendente cossighiano” prevede che la Consulta darà lo stop al referendum “perché sensibile alla politica”. Il ministro verde Alfonso Pecoraro Scanio afferma che la Corte “baluardo della democrazia” giudicherà i quesiti incostituzionali. Mastella si sbilancia per il no “da tifoso”. Altri commenti dello stesso tenore, sia pure più sfumati, vengono attribuiti a Bertinotti.
Vaccarella, nominato in quota centrodestra, si dimette denunciando le pressioni; poi precisa che il suo gesto “non è legato alle opinioni di chicchessia”. A questo punto, anziché calmare le acque e scongiurare un conflitto istituzionale, Romano Prodi attacca Vaccarella definendo “incomprensibili” le dimissioni. Antonio Di Pietro gli dà del simulatore: “E’ come quegli attaccanti che si buttano per terra per farsi assegnare il rigore”.
Tra ingerenze, critiche e contrattacchi interessati o strumentali, una cosa è chiara: molti hanno paura del referendum. I partiti piccoli perché, appunto, toglie loro potere. E quelli maggiori perché preferiscono trattare la cosa ai tavoli della politica. Oltre al comitato referendario, l’unica difesa convinta è finora giunta dall’ex segretario radicale Daniele Capezzone: per l’appunto un cane sciolto.

Commenti

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Il 2 Maggio 2007 alle 13:34 kubaiashi00 ha scritto:

Ma questo Vaccarella perchè si è dimesso, poi? Mica lo si è capito.

Il 2 Maggio 2007 alle 14:05 ermete_di_fraia ha scritto:

Approfitto della possibilità di dire la mia (grazie) per avvertire la stampa italiana o chi ne ha voglia: guardate che da queste parte non si è capito nemmeno su cosa vertano, codesti referendum. Si parla molto di tavolini rovesciati, di un tale Vaccarella e dei partitini piccini contro partitoni ciccioni, ma qualcuno che ci spieghi in parole semplici quale sia il nocciolo della questione ancora non lo si è sentito. Una spiegazione “umana” non l’ho trovata nemmeno sulle pagine del sito del comitato referendario (magari ma c’è ma è nascosta, e quindi e’ come se non ci fosse). E’ il solito vizio della politica nostrana: pura autoreferenzialità e zero comunicazione. Siamo fermi alle dichiarazioni dei soliti noti, alle spiritosaggini di Mastella e Capezzone, ma ad esclusione degli addetti ai lavori nessuno ci ha capito un tubo. Se poi i referendum non passano per mancato raggiungimento del quorum la colpa è del popolino pigro che non è andato a votare. Esiste qualcuno in grado di dire in parole semplici e chiare cosa ci si chiede? Davvero?

Il 4 Maggio 2007 alle 8:06 Calabrese: referendum, andate a firmare » Panorama.it – Opinioni ha scritto:

[...] In tre parole è presto detto: andate a firmare. Questa storia del referendum è un’altra di quelle farse che rendono la politica italiana incomprensibile e stucchevole. Tutti sono d’accordo sul fatto che il nostro sistema produce ingovernabilità invece che stabilità. Ci sono, allo stato attuale, 22 partiti rappresentati tra Camera e Senato. Alle ultime consultazioni, al Quirinale è andata gente che aveva lo stesso seguito elettorale di un caseggiato popolare alla periferia di Milano. Dentro questa pletora insensata di sigle, simboli, slogan, famigli e peones, tutti litigano su tutto e non si trova mai l’accordo su niente. Alla bandiera nazionale del «tengo famiglia», in Parlamento si potrebbe sostituire quella del «sono sotto ricatto». Adesso si strepita perché un gruppo di volonterosi ha presentato un referendum che non risolve certo tutti i problemi ma che prova a snellire partiti e procedure e cerca di farci uscire dal caos. Apriti cielo! I piccoli contro i grandi, i grandi in confusione, e poi minacce, bronci, ricatti, perfino, come ciliegina sulla torta, la dichiarazione del presidente della Camera Fausto Bertinotti, uno dei nostri migliori cervelli politici, che se ne esce con l’infelice frase: «Il referendum fa male alla democrazia». A uno viene voglia di dire: vabbè, lasciamo perdere, fate un po’ come vi pare. Invece questo referendum è una cosa buona. Ha come obiettivi primari quelli di eliminare la frammentazione in Parlamento e di ridurre il potere di veto dei partitini. Inoltre, non impedisce che tra qui e la primavera dell’anno prossimo i nostri parlamentari (che negli ultimi due mesi hanno lavorato appena 12 giorni effettivi) possano varare una legge elettorale che rimedi a quella “porcata”, come l’ha definita il suo stesso papà Roberto Calderoli, che ha reso l’Italia ingovernabile. Ma c’è di più: se anche il referendum venisse approvato (ammesso che non lo bocci prima la Corte costituzionale, e le dimissioni del giudice Romano Vaccarella sono state un forte campanello d’allarme), niente impedisce che anche dopo il voto Camera e Senato possano varare nuove regole elettorali che annullerebbero il risultato referendario. Forse, così pressati, i parlamentari finirebbero finalmente per partorire, se non proprio una montagna, almeno una collinetta. A riprova di come la paura del referendum funzioni, c’è stato la scorsa settimana l’incontro tra Romano Prodi e Umberto Bossi. Insomma, per essere contro il referendum bisognerebbe avere fiducia nella capacità dei nostri politici di mettersi d’accordo su una decente legge elettorale. Voi l’avete? Io no. Per questo, ripeto, andate a firmare. [...]

Il 18 Maggio 2007 alle 16:20 Il governo Prodi ha un anno: i sindacati e Bertinotti chiudono la festa » Panorama.it – Italia ha scritto:

[...] Romano Prodi attacca il Parlamento (”Solo un provvedimento su 10 riesce a diventare legge”), Fausto Bertinotti che risponde piccato a stretto giro (”Il premier ha poca dimestichezza con le camere”), Tommaso Padoa-Schioppa convocato d’urgenza a palazzo Chigi. Per il presidente del Consiglio la festa di compleanno del governo non poteva essere più breve, poco partecipata e forse più amara. Nell’immediato il biglietto di auguri meno affettuoso gli è giunto dai sindacati: “Ci sta prendendo in giro, è peggio di Andreotti ma da noi non avrà sconti. Siamo all’irresponsabilità” tuona Raffaele Bonanni, leader della Cisl. Gli fa eco Guglielmo Epifani della Cgil: “E’ intollerabile”. Al centro c’è la vertenza degli statali che interessa 3,4 milioni di dipendenti pubblici di cui 1,5 ministeriali. Se non accade un miracolo nelle prossime ore, sarà sciopero generale il primo giugno, tra un turno e l’altro delle amministrative. Si tratta però di un anello di una lunga catena di scioperi nazionali proclamati tra fine maggio e giugno: trasporto aereo, dipendenti delle regioni, scuola (4 giugno) università (11 giugno), trasporto ferroviario (16 e 21 giugno). Senza contare il settore privato, con i metalmeccanici i prima linea. È al momento il rischio maggiore per Prodi, prima ancora delle manovre politiche legate alla crescete voglia di smarcarsi degli alleati minori, timorosi del referendum o della riforma elettorale. Una lunga catena di scioperi, infatti, non sarebbe tollerata dalla sinistra dell’Unione, tra le cui file si stanno ingrossando con i transfughi dai ds e con gli oppositori al Partito democratico. Rifondazione non può assolutamente perdere il controllo di un’area politica e sociale alla quale guardano molti dirigenti sindacali di alto e medio livello, ma soprattutto a cui guarda la base. E dunque Bertinotti, dopo aver suggerito a Prodi di evitare la rottura sulle pensioni, rinviando il confronto a metà giugno, di fronte all’ultimatum degli statali non può che scaricare il premier. Magari parlando dei numeri in Parlamento: che rischiano di assottigliarsi sempre più. [...]

Il 4 Giugno 2007 alle 12:17 E Bossi si scopre capo del terzo partito italiano » Panorama.it – Italia ha scritto:

[...] Macché governo-ponte di larghe intese; meglio tornare alle urne. E soprattutto evitiamo il referendum o una nuova legge elettorale che potrebbe penalizzare la Lega. È un Umberto Bossi ancora ammaccato nel fisico ma niente affatto nell’analisi politica quello che ha lanciato il messaggio al tradizionale raduno leghista di Pontida. Un Bossi stavolta in piena sintonia con Silvio Berlusconi, assieme al quale del resto ha appena fatto il pieno al Nord, alle amministrative. L’asse Carroccio-Forza Italia non ha solo permesso la conquista di città importanti come Verona e Monza, ma ha fruttato alla Lega un balzo del 3,5% rispetto alle politiche 2006, la performance migliore tra tutti i grandi partiti. Al punto che ora la Lega ha superato An come terza formazione italiana e seconda della Cdl. [...]

Il 5 Giugno 2007 alle 12:42 Caso Visco: Bertinotti allarma Prodi perché Padoa-Schioppa intenda » Panorama.it – Italia ha scritto:

[...] Ma perché sul caso Visco proprio Fausto Bertinotti, non solo leader di Rifondazione e presidente della Camera, ma punto di riferimento della sinistra massimalista, denuncia che “su certe cose occorre informare con la massima chiarezza l’opinione pubblica”, una critica neppure tanto implicita a Romano Prodi e Tommaso Padoa-Schioppa? Pochi credono che al Senato, sull’affaire Vincenzo Visco-Roberto Speciale, blocchi della maggioranza si alleino con l’opposizione per mandare a casa il governo. Tanto meno che lo faccia la sinistra radicale - da Rifondazione ai Verdi - che finora ha manifestato sostegno a Visco. Ma il malessere di questa fetta dell’Unione è consistente, e Bertinotti ha in qualche modo anticipato i tempi. Alle ultime amministrative Rifondazione ha avuto un 3%, ben al di sotto ai buoni risultati ai quali era abituata. E se singoli candidati vicini al partito, così come dell’area di Fabio Mussi, sono andati bene all’Aquila e Taranto, i consensi nei confronti dei vertici sono in netta diminuzione. Ed i vertici, a loro volta, manifestano vistosi segni d’inquietudine. I motivi sono soprattutto tre. Primo: la linea economica di Tommaso Padoa-Schioppa, che è anche esposto sul caso Speciale, ed è per questo che Bertinotti lo chiama in causa (assieme a Prodi) accusandolo di scarsa trasparenza. Contro TPS gli esponenti di Rifondazione, dei Verdi e dei Comunisti italiani si erano già scagliati dopo le elezioni siciliane; lo fanno di nuovo con le amministrative. “Con lui le perderemo tutte” commenta il verde Paolo Cento (che di TPS è anche sottosegretario). Il secondo motivo è il timore che la nascita del Partito democratico tagli fuori l’estrema sinistra dai giochi politici futuri. Il terzo è rappresentato dal referendum, e in subordine da una nuova legge elettorale che penalizzi i partiti minori. In pratica che sottragga loro quel diritto di veto sul quale hanno abbondantemente campato di rendita. Ecco perché il caso Visco è solo un test: i rischi veri si avranno, probabilmente, sulle pensioni, sul tesoretto e sul Dpef, il Documento di politica economica (qui l’ultima versione dell’anno scorso) che deve stabilire a chi e come andranno le future risorse. Un documento che porterà appunto la firma di TPS. [...]

Il 3 Luglio 2007 alle 13:47 Primo problema per Veltroni: Democratici o Democristiani? » Panorama.it - Italia ha scritto:

[...] Ma sono i nuovi Democratici o i vecchi Democristiani? Da quando Walter Veltroni ha annunciato la propria scesa in campo per la guida del Pd, ma soprattutto per quella del prossimo governo, si assiste a un curioso fenomeno: un proliferare di candidature vere, annunciate o minacciate, di gente che vuole fondare e naturalmente guidare liste “per Walter”, “con Walter”, “per aiutare Walter”: insomma, tutto a beneficio di Walter. Qualcosa però che assomiglia molto alle vecchie correnti democristiane. O, come sostiene ruvidamente il politologo Angelo Panebianco, alle baronie di un partito che dà di sé un’immagine feudale prima ancora di essere fondato. Ci sono gli antagonisti veri, il che non fa mai male in democrazia. Enrico Letta, sottosegretario di Romano Prodi, che avrebbe voluto annunciare la candidatura lunedì 2 a Milano e che, pare, la formalizzerà venerdì 6 luglio. O Arturo Parisi, un altro fedelissimo del Professore, il quale stila una lunga lista di cose che Walter dovrebbe dire o fare (per esempio, firmare per il referendum elettorale come a suo tempo aveva annunciato; o dire da che parte sta in politica estera), ma non ha ancora detto o fatto. Entrambi dovrebbero appunto candidarsi in alternativa a Veltroni. Poi ci sono quelli che di mettersi contro Walter avrebbero una gran voglia, ma sono frenati dalla disciplina di partito. È il caso di Pier Luigi Bersani. Tanto Walter vola alto, tanto Bersani bada al sodo. Tanto Walter pensa a una nuova sinistra, tanto Bersani pensa di fare i conti con la sinistra che c’è. Tanto Walter si proclama riformista, tanto Bersani è convinto, il riformismo, di praticarlo già. Infine tanto Walter è veltroniano, tanto Bersani è dalemiano. Ma la cosa più curiosa sono quelle liste annunciate, e quei personaggi, che vogliono appunto correre “per Walter”. Rosy Bindi per Veltroni: si immagina una lista tutta casa e chiesa, che dia a Walter un’ulteriore spruzzata cattolica della quale il Candidato (quello con la C maiuscola) non pare avverta l’esigenza. Anna Finocchiaro per Veltroni: sarà mica la carabiniera di D’Alema? Anche la Pollastrini è tentata: per il motivo opposto della Bindi, vuole rafforzare la laicità di Walter. Alla fine - e questo agli occhi di Veltroni è il rischio vero - magari scenderà in campo lo stesso Prodi. Sarebbe ovviamente la guerra. Per ora, forse, l’ammissione più sincera la fa Parisi, prodiano d’antàn: ciò che realmente interessa non è la guida del Pd, che anzi rischia di rivelarsi una rogna, ma la candidatura a premier. Lì sì che c’è il potere. E tra Ds e Margherita, prima di sciogliersi (ma si scioglieranno?) è tutto un correre a delimitare i vari territori. Nell’interesse di Walter, ovviamente. Il quale Walter, che dopo il Lingotto pensava ad una trionfale passeggiata di salute, potrebbe scontrarsi con i primi imprevisti. A cominciare, per esempio, dal ticket: lui si è scelto il cattolico Dario Franceschini. Ma se gli altri non riusciranno a insidiare la leadership di Veltroni, scommettiamo che pretenderanno almeno la vice-leadership? [...]

Il 25 Luglio 2007 alle 12:36 Referendum: le firme ci sono. Una bomba a orologeria sotto il tavolo della politica. » Panorama.it - Italia ha scritto:

[...] Guarda la GALLERY sulla consegna delle firme alla Corte di Cassazione Ottocentoventimila 961 firme: tante ne hanno ottenute i referendari per modificare la legge elettorale. Subito depositate in Cassazione, le 207 scatole con le firme hanno messo in moto un meccanismo a orologeria che può esplodere sotto i tavoli dei partiti - governo e opposizione. Eppure la politica sembra distratta da altro. [...]

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