Immigrati: dove s’impara l’italiano? Alla Moschea di Roma

Immigrati a lezione
La formula è perentoria: “Per ottenere la cittadinanza nei tempi previsti dalla legge, l’immigrato deve conoscere la lingua italiana e gli elementi essenziali della storia e della cultura nazionali”. È l’articolo 5 della Carta dei valori, appena varata dal ministero dell’Interno. Un testo lungamente elaborato che elude, però, una domanda: chi insegna l’italiano agli immigrati? Finora ha trionfato il fai da te del volontariato o la buona volontà di scuole e comuni. Ultimo esempio, il corso d’italiano per immigrate musulmane avviato nell’aprile scorso dalla Grande moschea di Roma. “È la prova che dalle moschee non vengono solo messaggi negativi” ha commentato Abdellah Redouane, segretario del Centro islamico culturale. “È un modo per costruire l’Italia del futuro, contro ogni idea di separatezza” ha osservato Paolo Ferrero, ministro della Solidarietà sociale.
Riservato a un centinaio di donne, alle quali viene offerto anche un servizio di baby sitting, organizzato la domenica pomeriggio per la comodità delle alunne, il corso è stato subissato di domande. Accade ogni volta che viene aperta una nuova scuola d’italiano per immigrati. Lo sa per esperienza Daniela Pompei, della Comunità di Sant’Egidio. Nel 1982, agli albori del fenomeno migratorio, la Comunità aprì la prima scuola nel quartiere romano di Trastevere. Racconta Pompei: “Cominciammo con un gruppo di donne di Capoverde. Venivano il giovedì e la domenica, i loro unici giorni liberi. Non avevano frequentato le scuole nel loro paese. Alla fine riuscimmo a farle diplomare come maestre”.
Oggi la Comunità di Sant’Egidio ha scuole per insegnare l’italiano da Genova a Napoli, ha moltiplicato le sedi a Roma, anche arrangiandosi: all’Esquilino, quartiere multietnico della capitale, i cinesi studiano l’alfabeto in un tempio buddista.
Nel 2000 la Comunità di Sant’Egidio ha svolto una ricerca sui suoi studenti: per il 41 per cento gli stranieri erano laureati, il 53 per cento aveva un diploma di scuola superiore. Tutti facevano lavori umili: colf, cuochi, lavapiatti.
Sostiene Cristina De Luca, sottosegretario alla Solidarietà sociale: “Senza l’insegnamento della lingua l’integrazione è difficile”. Ammette: “Finora lo Stato è mancato”. Per rimediare si è deciso che un terzo dei 50 milioni di euro stanziati con l’ultima Finanziaria a beneficio del Fondo per l’inclusione sia speso per insegnare la lingua italiana agli stranieri. Anche la Rai è stata interpellata. L’idea è adattare ai nostri giorni il format di Non è mai troppo tardi. Ci sarà un maestro Alberto Manzi anche per gli immigrati?

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