12 maggio: vince il Family Day, perde l’Unione. I Dico affossati

Roma, Piazza San Giovanni, Clemente Masella con la sua famiglia.<br /> [i](©Photo by Massimo Di Vita)[/i]
Che siano stati un milione, un milione e mezzo, oppure “solo” 700.000, poco importa. Il Family Day di piazza San Giovanni è stato un successo al di sopra di ogni attesa, così come fu il 2 dicembre 2006 il Tax Day voluto dalla Cdl, con l’eccezione allora di Pier Ferdinando Casini. Questo dato produce almeno tre conseguenze.
Primo: nell’immediato la più che probabile sepoltura dei Dico e di ogni altra legge che legalizzi le unioni di fatto, etero ed omosessuali. Ci si potrà a lungo lamentare dell’ingerenza della Chiesa negli affari interni italiani, ma il motivo è un altro: l’Unione non ha la maggioranza per fare approvare i Dico, una legge nata male e destinata finire peggio. Quindi, prima di accusare, magari con qualche ragione, il potere cattolico, il centrosinistra ed il governo dovrebbero guardare al proprio interno.
Secondo: il successo del Family Day e la sproporzione con la giornata del Coraggio Laico hanno colto in contropiede i maggiorenti dell’Unione - i Ds soprattutto, clamorosamente assenti su tutto il fronte - ed hanno costretto ad una precipitosa operazione di accodamento quelli della Cdl . È il caso tipico nel quale la base, organizzata o meno - tutte le adunate di piazza sono organizzate - ha prevalso sugli stati maggiori.
Terzo. Esiste ormai una opinione pubblica moderata pronta a mobilitarsi. Dalla famiglia alle tasse. Le piazze non sono più il territorio riservato della sinistra e dei sindacati: è un dato certificato da molti sondaggi e istituti, ultimo l’Ispo (Istituto di Studi sulla Pubblica Opinione) di Renato Mannheimer. Romano Prodi deve tenerne conto; alzare lo sguardo dagli infiniti organigrammi dell’erigendo Partito democratico non guasterebbe.
Lo stesso discorso si può ovviamente fare per Silvio Berlusconi e il centrodestra. Con la differenza, però, che loro stanno all’opposizione.

Commenti

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Il 14 Maggio 2007 alle 13:48 enricototi ha scritto:

Non è che l’Unione non ha i numeri per la legge sui Dico. E’ che l’Unione i Dico non li vuole proprio. A parte qualche raro caso, l’Unione se ne frega, dei Dico.
O addirittura è contraria.
Facciamocene una ragione.

Il 14 Maggio 2007 alle 17:48 gustaveflaubert ha scritto:

Davvero ci voleva tutto questo casino in piazza per capire che in Italia non ci sono i numeri nè per i Dico nè per i Pacs? No perchè io, nella mia totale ingenuità politica, lo avevo capito già da un mese e passa.
Non bastava contarsi in parlamento, anche solo per alzata di mano?

Il 14 Maggio 2007 alle 18:53 marco.mazzei ha scritto:

Io credo che chi “accusa il potere cattolico” lamenti (da destra e da sinistra) una sempre più scarsa impostazione laica della politica italiana.

Il 15 Maggio 2007 alle 18:53 Tra Family Day e Family Gay: se alla sinistra fa male la piazza » Panorama.it – Italia ha scritto:

[...] Le piazze: croce e delizia della sinistra italiana. Soprattutto ora che sta al governo. Il 12 maggio in Piazza San Giovanni una marea di persone (un milione, un milione e mezzo, oppure “solo” 700.000, poco importa) ha seppellito di fatto i Dico e di ogni altra norma che legalizzi le unioni civili, etero ed omosessuali. Il Family Day ha decretato che l’Unione non ha i numeri per far passare la legge Bindi-Pollastrini, nata male e destinata finire peggio. Dalla stessa piazza, ma il mese dopo, il centrosinistra tenterà di pareggiare: a Roma il 16 giugno si svolgerà il Gay Pride, che tra le altre cose, chiederà le nozze per i gay. Mentre Cdl insorge (”Paragonare il Family Day al Family Gay è insensato. L’equiparazione tra coppie etero e omosessuali non passerà mai”, dice Lorenzo Cesa dell’Udc) il Partito democratico si divide tra la Margherita critica (”Possibile che non si possa manifestare senza contrapporsi polemicamente alla Chiesa?”, si chiede il diellino Castagnetti. “Il Gay Pride in antitesi al Family Day mi sembra un evidente boomerang”) e la Quercia favorevole, al pari della sinistra più laica: “Ci saremo, come ogni anno”, promette Piero Fassino, “e dire che lo facciamo per rifarci una verginità è una lettura subalterna e sciocca”. Il fatto è che la giornata dell’orgoglio gay era stata inizialmente fissato per il 9 giugno. Poi la visita in quel weekend di George Bush lo ha fatto slittare di una settimana. Già, Bush. Ci si mette anche lui: “Il 9 giugno manifesteremo a Roma con Arci, Fiom, Sinistra Democratica e altre realtà di movimento contro l’arrivo in Italia del presidente Usa e per la pace. Il Pdci ci sarà sicuramente e anche la Sinistra Democratica di Mussi”. Ad annunciare la protesta (”corteo o sit-in, dobbiamo ancora deciderlo”) è Michele De Palma, membro della segreteria nazionale di Rifondazione Comunista: “Certamente sarà una giornata di mobilitazione”. Nessun problema sul fatto che un partito di maggioranza scenda in piazza contro la visita di un capo di Stato che incontrerà il presidente del Consiglio? “Perché dovrebbe imbarazzarsi Romano Prodi? Non sarà un corteo contro Prodi, ma contro le politiche dell’amministrazione statunitense. Se qualcuno vuole polemizzare perché Rifondazione sarà in piazza” dice ancora De Palma “è liberissimo di farlo”. Come a dire: è la democrazia, bellezza. E la democrazia passa per la piazza: un luogo politico su cui la sinistra sta perdendo il controllo e la sua anima, di lotta e di governo. [...]

Il 15 Giugno 2007 alle 18:28 Vorrei Zapatero al nostro Gay pride » Panorama.it – Italia ha scritto:

[...] Molisana, 40 anni, trapiantata da anni a Roma (dove vive con la sua compagna). Un impiego in banca e un ruolo da presidente nel Circolo Mario Mieli. Lei è Rossana Praitano, uno dei tre portavoce nazionali del Gay Pride. Ha poco tempo per rispondere perché “impegnatissima nell’organizzare la manifestazione di domani. Sono alle prese con tubi, luci, musica.” Ma come: vi si accusa di essere una lobby potente e invece tocca al presidente del Mieli fare bassa manovalanza? La risposta è già nella domanda. Io sono una semplice volontaria dell’Associazione Mieli. Che va avanti proprio grazie alla forza (anche economica) di tanti altri volontari. Quindi, dov’è tutta quella ricchezza di cui ci accusano?! Se fossimo ricchi, crede che io mi chiuderei in un ufficio per otto ore? Se poi l’obiezione è che ci sono gay tra i dirigenti d’azienda o tra i politici, rispondo che ce ne sono anche tra gli operai, gli studenti, le casalinghe… Perché un eterosessuale dovrebbe partecipare al Pride di domani? Per mille buone ragioni che si chiamano diritti. Domani si sfilerà per Roma, si festeggerà l’orgoglio Lgbt, certo. Ma soprattutto si chiederanno diritti per chi ancora non li ha. Una richiesta che anche un eterosessuale dovrebbe sostenere, se ha a cuore la crescita civile e democratica del Paese. Ammetta: vi sentite un po’ gli anti Family Day? Sì e no. Sì perché della manifestazione dello scorso 12 maggio non abbiamo condiviso i contenuti: la rigida e assoluta difesa di un solo ed esclusivo tipo di famiglia, il modello cattolico, stile Mulino Bianco. E no perché appunto, noi siamo per la famiglia. Anzi, per la pluralità delle famiglie, per i diversi tipi di unione, ai quali vanno garantiti diritti e rispetto. Il Cardinale Paul Poupard, presidente del Pontificio Consiglio per la Cultura, dice: “I gay sono una minoranza che vuole imporre suoi valori”. (Ridendo) La Chiesa ribalta sempre i concetti. Siamo una minoranza di 10 milioni in Italia. E come tale chiediamo tutela giuridica. Chiedere difesa non è imporre la cultura, no?! Cosa risponde a quelli che “saranno a Roma col cuore”, ma non sfileranno fisicamente? Se il riferimento è al presidente Fausto Bertinotti, capiamo. Ha un ruolo istituzionale: normale che non scenda in piazza. Diverso il discorso su Fassino e la Pollastrini. Sul segretario Ds, vorrei sbagliarmi ma credo che pesino le tribolazioni del Pd. I Ds ci sono sempre stati al Pride. Anche quest’anno ci sarà una loro rappresentanza. Ma aderire stavolta è stato un parto molto travagliato e ciò che mi preoccupa è che dietro quel parto ci siano scelte di convenienza politica. Stesso discorso per Barbara Pollastrini. Con noi, tutti i partiti del centrosinistra hanno preso degli impegni. Noto però che solo alcuni li stanno mantenendo, quelli che sfileranno con noi domani: Prc, Pdci, Verdi. Altri si sono dimenticati le promesse fatte e con loro verrà la resa dei conti. Tre nomi che vorrebbe vedere in sfilata. Gliene dico quattro. Fassino, appunto, perché significherebbe molto politicamente. Anche in vista del futuro Partito Democratico. Poi: il ministro Pollastrini, il premier spagnolo Zapatero - uno che sta dimostrando come si guida un Paese in crescita senza tralasciare ai diritti delle minoranze - e Barbara Streisand, come icona mondiale dello spettacolo e della cultura, impegnata per il cambiamento della società civile. Ci dica che sabato non sarà la solita “carnevalata”… Non è mai stata una carnevalata. Una festa, piuttosto. E alle feste c’è chi va incravattato, chi coi seni al vento. Il problema sono i trans, le drag, i travestiti che aprono le parate dei Pride? Vorrei ricordare che nel ‘70 le femministe strappavano in piazza, per protesta, i loro reggiseni. E grazie alla loro rivoluzione ora le donne possono vantare diritti che prima manco si sognavano. Noi siamo gli allegri e festosi eredi di quella rivoluzione positiva, di quei reggiseni strappati. Nel senso che in sfilata ve li dimenticate? Anche. Slogan della festa? “Parità-Dignità-Laicità”: un po’ alla maniera della Rivoluzione francese. E poi tanta musica, dalla Carrà a Madonna. Anche se l’inno ufficiale è tratto dal cd di Daniele Silvestri: Gino e l’Alfetta. [...]

Il 12 Luglio 2007 alle 16:45 Dico basta: ora all’Unione piace il Cus Cus » Panorama.it - Italia ha scritto:

[...] Sotterrati in Piazza San Giovanni il 12 maggio scorso o messi in soffitta tra le scaramucce della maggioranza, i Dico si trasformano, tornano e cambiano nome (oltre che firmatario): si chiameranno contratti di unione solidale, ovvero Cus, e sono il nuovo testo sulle unioni civili presentato dal presidente della commissione Giustizia del Senato Cesare Salvi al comitato ristretto della commissione. Su questo testo si discuterà nelle prossime settimane. Le unioni civili, secondo il testo presentato dal senatore fuoriuscito dai Ds, saranno possibili tra persone anche dello stesso sesso e verranno stipulate con una dichiarazione congiunta davanti al giudice di pace o a un notaio. [...]

Il 12 Luglio 2007 alle 17:51 Dico basta: ora all’Unione piace il Cus Cus | rubriche ha scritto:

[...] Sotterrati in Piazza San Giovanni il 12 maggio scorso o messi in soffitta tra le scaramucce della maggioranza, i Dico si trasformano, tornano e cambiano nome (oltre che firmatario): si chiameranno contratti di unione solidale, ovvero Cus, e sono il nuovo testo sulle unioni civili presentato dal presidente della commissione Giustizia del Senato Cesare Salvi al comitato ristretto della commissione. Su questo testo si discuterà nelle prossime settimane. Le unioni civili, secondo il testo presentato dal senatore fuoriuscito dai Ds, saranno possibili tra persone anche dello stesso sesso e verranno stipulate con una dichiarazione congiunta davanti al giudice di pace o a un notaio. [...]

Il 6 Agosto 2007 alle 2:16 Moms On Camera ha scritto:

Moms On Camera…

Moms On Camera…

Il 30 Agosto 2007 alle 17:34 » Panorama.it - Italia ha scritto:

[...] LettiCommentatiVotati Corona: gli episodi raccontati nell’ordinanzaCaso Telecom, potevano spiare anche le email12 maggio: vince il Family Day, perde l’Unione. I Dico affossatiIl risveglio dello StromboliVia la maestra “taglia-lingua”Inchiesta sulla loggia di San Marino: Prodi indagato a Catanzaro - 24 commentiRignano Flaminio, per il Riesame non sono mostri: liberi in cinque - 21 commentiFacciamo la pace con i talebani? - 20 commentiVeltroni al Lingotto: i valori del giovane Walter - 17 commentiEuro2012, la sicurezza è l’autogol dell’Italia che chiude la partita - 15 commenti * * * * * 2 voti(Se mantiene) Scuola kit, la girandola dei pre… * * * * ½ 4 voti(Se mantiene) Delitti senza castigo? Una soluz… * * * *   2 voti(Se mantiene) Escluso dal Pd, Di Pietro sbatte… * * * ½   3 voti(Se mantiene) Lussana, bella e padana, sposa u… * * * ½   2 voti(Se mantiene) Caso Mattel: guida al giocattolo… [...]

Il 1 Ottobre 2007 alle 14:59 Chiesa e scandali, Papa Ratzinger toglie il velo e chiede tolleranza zero » Panorama.it - Italia ha scritto:

[...] La questione morale è la nuova emergenza della Chiesa italiana. A tre mesi dal successo del Family day la Chiesa finisce sul banco degli imputati. Sotto accusa parroci, religiosi e persino due vescovi. La Chiesa “non ha paura della verità” e “i vescovi hanno tutti gli elementi per dimostrare l’infondatezza delle accuse” contrattacca il segretario della Cei, Giuseppe Betori. Ma Papa Ratzinger chiede il massimo rigore e non fa sconti. Il primo decreto emesso dalla Congregazione per la dottrina della fede, il 27 maggio 2005 (un mese dopo l’elezione di Benedetto XVI), è stata la condanna di padre Gino Burresi, fondatore dei Servi del cuore immacolato di Maria, per abusi sessuali, abusi nella confessione e nella direzione spirituale. La causa era ferma da anni di fronte all’ex Sant’Uffizio. Il Papa ha voluto inviare un messaggio chiaro ai vertici della Chiesa italiana: tolleranza zero, non c’è più spazio per coperture e reticenze. Da quel momento si è voltato pagina, come testimoniano le drammatiche cronache dei mesi successivi: da padre Fedele Bisceglie di Cosenza a don Lelio Cantini di Firenze. Abusi sessuali e malversazioni finanziarie sono i principali reati contestati a sacerdoti. In realtà si tratta di una piccolissima percentuale sul totale degli oltre 50 mila preti italiani. Ma sono casi che riempiono le cronache giudiziarie con un’inedita frequenza. Il 7 marzo 2007 cambia la guida della Chiesa italiana. Angelo Bagnasco prende il posto del cardinale Camillo Ruini. E poche settimane dopo le cronache giudiziarie danno ampio risalto alle inchieste che chiamano in causa due fedelissimi di Ruini: l’arcivescovo di Siena, Antonio Buoncristiani, e il vescovo ausiliare di Firenze, Claudio Maniago. Il primo era stato inviato a suo tempo dal cardinale a commissariare Famiglia cristiana, ritenuta poco organica con la Cei. Il secondo è il braccio destro dell’ex segretario generale della Cei, il cardinale Ennio Antonelli. Enfant prodige della Chiesa italiana, Maniago è stato ordinato vescovo a soli 44 anni, su indicazione del cardinale Ruini. Ora è finito sotto accusa per festini a luci rosse e malversazioni nella gestione dei beni della diocesi. Gli innocentisti gridano al complotto. I colpevolisti annunciano una “mani pulite” della Chiesa italiana. Le indagini della magistratura sono ancora in corso e le accuse restano tutte da provare. La Chiesa italiana è divisa: c’è chi agita lo spettro degli scandali di pedofilia come negli Stati Uniti e c’è chi accusa la stampa di aver ordito una campagna denigratoria. Massimo Camisasca, fondatore della Fraternità sacerdotale di San Carlo Borromeo, una delle congregazioni religiose più attive e ricche di vocazioni tra quelle sorte negli ultimi trent’anni, invita a considerare entrambi gli aspetti: “Al primo posto dobbiamo mettere l’urgente necessità di una riforma della Chiesa. Al secondo posto c’è l’indubbio attacco sferrato alla Chiesa da parte di quei poteri che puntano a ridurla a una forza solo spirituale, priva di incidenza nella storia”. Camisasca cita la denuncia fatta da Ratzinger poche settimane prima di essere eletto Papa: “Nelle meditazioni per la via Crucis del Venerdì santo 2005 il futuro Benedetto XVI ha lamentato la sporcizia che vi è nella Chiesa. La veste e il volto così sporchi della Chiesa ci sgomentano, ha scritto Ratzinger. Parole molto forti che danno idea di quanto sia chiara nella mente del Papa l’urgenza di una riforma della Chiesa. Benedetto XVI ha voluto dare un altro segnale molto forte in questa direzione: presto sarà beatificato Antonio Rosmini che denunciò le cinque piaghe della Chiesa e venne messo all’indice”. La riforma della Chiesa per Camisasca deve partire dall’alto: “Si sente l’urgenza di porre mano a una riforma delle procedure con le quali vengono designati i vescovi. La Chiesa ha urgente bisogno di pastori: vescovi che siano capaci di prendersi cura dei propri sacerdoti, che li aiutino a discernere la propria vocazione e che seguano attentamente i seminari dove vengono formati i futuri preti”. Una nuova tensione morale, insomma, “che coinvolga tutta la comunità cristiana senza occultare o minimizzare le mancanze e le difficoltà che oggi si presentano. Una Chiesa reticente sui propri peccati offre maggiori argomenti ai propri accusatori”. D’altro canto il sacerdote invita a non sottovalutare “l’evidente attacco mediatico sferrato contro la Chiesa in generale e quella italiana in particolare”. La principale ragione sta, a suo avviso, nelle posizioni assunte da Papa Benedetto XVI. Anche in questo senso si può fare un paragone con quanto accaduto negli Stati Uniti: la Chiesa americana è stata duramente attaccata sulla pedofilia per impedirle di alzare la voce contro il conflitto in Iraq voluto dall’amministrazione Bush. “Oggi le parole di Ratzinger, che ripropone la forza dell’avvenimento cristiano contro la dittatura del relativismo, danno molto fastidio. Così come il continuo richiamo del Papa ai valori non negoziabili: vita, famiglia, libertà religiosa e libertà di educazione. Giovanni Paolo II proponeva con forza il medesimo messaggio ma la stampa e l’opinione pubblica sembravano concentrarsi più sul suo carisma mediatico che sulle sue parole esigenti. Con Ratzinger, invece, la reazione della cultura laica e dei mass media non si è fatta attendere”. Analoga convinzione esprime lo storico Giovanni Miccoli, autore di un recente saggio che mette a confronto il pontificato degli ultimi due papi (In difesa della fede. La Chiesa di Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, Rizzoli): “Il messaggio di Benedetto XVI si caratterizza per una decisa contrapposizione ad alcuni aspetti essenziali della civiltà odierna. In primo luogo la tradizione illuministica. A essa Ratzinger riconosce il merito di alcune acquisizioni importanti come il rispetto dei diritti dell’uomo. Ma gravissimo torto dell’illuminismo per Ratzinger è quello di aver misconosciuto le radici cristiane, escludendo Dio dalla coscienza pubblica e imponendo il relativismo etico”. Secondo Benedetto XVI, spiega Miccoli, “l’uomo contemporaneo è minacciato da una cultura che fa della libertà la misura di tutto, aprendo la strada a conflitti devastanti, come nel caso dell’aborto o dell’eutanasia”. A questo, osserva lo storico, si aggiunge “un’enfatizzazione del ruolo del magistero che richiede obbedienza da parte dei fedeli senza possibilità di essere messo in discussione”, come su temi quali il celibato ecclesiastico e l’omosessualità. La Chiesa di Ratzinger insomma non accetta compromessi con il mondo contemporaneo. E non fa sconti a chi non rispetta le regole. [...]

Il 29 Dicembre 2007 alle 13:54 Coppie di fatto: la patata bollente dei Dico scotta ancora nel 2008 » Panorama.it - Italia ha scritto:

[...] Non piacevano i Pacs (i Patti Civili di Solidarietà: leggi qui e qui), la prima ipotesi di regolamentazione delle coppie di fatto. Sgraditi anche i Dico (Diritti e doveri delle persone stabilmente conviventi), contro cui si era sollevata la crociata del popolo del Family day del 12 maggio scorso. Dispersi tra i faldoni delle proposte di legge del Parlamento anche i Cus, ovvero i contratti di unione solidale, secondo il testo presentato dal presidente della commissione Giustizia del Senato Cesare Salvi (Sinistra Democratica), dovrebbero tornare alla ribalta nei primi mesi del 2008. Di fatto, finisce il 2007 e l’Italia ancora non riesce a dotarsi di una legge che regolamenti diritti e doveri delle coppie conviventi, non dello stesso sesso. [...]

Il 8 Febbraio 2008 alle 17:50 Family Day 2, la battaglia antitasse in nome dei figli » Panorama.it - Italia ha scritto:

[...] Il popolo del Family Day è ancora vitale. Si mobilita di nuovo contro le tasse per chi ha figli. Lo fa con la stessa filosofia del 2007 ma cambiando formula, si allarga sull’intero territorio nazionale, opta per una ‘’rete’’. Non sceglie quindi una sola piazza ma ben 134, seppure abbia in attivo una scenografia e un risultato imponente come fu quello di Roma dello scorso maggio. L’appuntamento è per domenica 2 marzo. Ha per l’occasione un progetto: raccogliere quante più firme per una petizione popolare in cui si chiede una riforma fiscale a dimensione familiare: deduzioni dall’imponibile pari al costo di mantenimento di ogni soggetto a carico. Le aspettative dei promotori sono ambiziose visto che nelle piazze saranno complessivamente a disposizione 18 milioni di schede. Potranno dare la loro adesione anche i minorenni. Da oggi per il popolo del Family Day2 - una settantina di associazioni guidate dal Forum delle associazioni familiari in rappresentanza di 3 milioni di nuclei - comincia la campagna elettorale. ‘’Non per candidare una persona - ha spiegato il vertice del Forum, il presidente Giovanni Giacobbe e i due vicepresidenti Paola Soave e Giuseppe Barbaro - ma per inserire nel programma elettorale dei partiti la nostra proposta su un sistema fiscale più equo per le famiglie. Siamo convinti che il fisco è il portale della politica familiare’’. Una decisione che potrebbe avere qualche effetto sul risultato elettorale del 13 e 14 aprile. Come? ‘’Siamo autonomi’’ hanno tenuto a dire i tre. Ma ‘’informeremo le famiglie su chi si impegna per un’equità fiscale. I nostri interlocutori sono tutti i partiti a cui vogliamo presentare la nostra proposta. Chi la realizzerà avrà il nostro placet. Non sarà una vera e propria indicazione di voto ma crediamo che l’impegno di un partito orienterà le scelte delle famiglie, non sarà un impegno ininfluente. Noi però non siamo collaterali a nessuno, tant’è vero che abbiamo amici in tutti i partiti’’. La strategia del popolo del Family Day2 è quindi politica. Ora è anche alla ricerca di un Garante per le firme, di alto profilo. Ha infatti perso il leader della prima edizione, Savino Pezzotta che ha scelto un impegno diretto con la Rosa Bianca. ‘’Pezzotta - hanno spiegato - ha adempiuto alla funzione che aveva e di questo gli siamo grati. Il rapporto con lui è esaurito. La sua scelta politica è personale. Noi siamo autonomia, non siamo collaterali a nessun partito’’. La misura che propone il Family Day2 (deduzioni di 7 mila euro a figlio) potrebbe interessare 10 milioni di famiglie e il costo per lo stato si aggirerebbe intorno ai 3 miliardi di euro, secondo stime del primo governo del centrosinistra. Per loro la famiglia è quella fondata sul matrimonio; tutele però vanno assicurate, come dice la Costituzione, anche ai figli nati al di fuori. Il Family Day 2 marzo si terrà in tutta Italia ma in alcune città (Roma, Napoli, Milano, Parma, Assisi, Verona) saranno organizzati eventi più articolati. I sindaci di queste città sono stati invitati a firmare la petizione. Per ora ha dato la sua adesione - secondo quanto riferiscono gli organizzatori - il vicesindaco di Roma Mariapia Garavaglia. La raccolta firme durerà fino al 15 maggio, Giornata internazionale della famiglia. Le adesioni saranno presentate al presidente Giorgio Napolitano. [...]

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