
Tutto rinviato a dopo le amministrative: con i ballottaggi fissati al 10-11 giugno, significa che il governo riprenderà la trattativa con i sindacati su pensioni, costo del lavoro e magari contratto degli statali tra circa un mese. Una pausa proposta da Romano Prodi e a quanto pare dettata dalla paura. Dopo la sconfitta in Sicilia dalla sinistra radicale erano partite pesanti bordate contro il ministro dell’Economia, Tommaso Padoa-Schioppa, accusato di aver terrorizzato gli elettori.
Pochi credono che la causa del risultato sia questa, a cominciare dai capi di Rifondazione e del Pdci: ma in quell’area cresce la tentazione di smarcarsi da palazzo Chigi e dai partiti maggiori dell’Unione, come prova anche la visita ai cancelli di Mirafiori del segretario Franco Giordano e del ministro della Solidarietà sociale Paolo Ferrero. E dunque pare che sia stato lo stesso Fausto Bertinotti, timoroso di perdersi i suoi, a suggerire a Prodi di rinviare tutto a metà giugno. Suggerimento accolto ovviamente dal premier più che volentieri; un po’ meno da Padoa-Schioppa.
Per non dare ai sindacati la sensazione di voler solo prendere tempo, Prodi ha accompagnato la richiesta di aggiornamento con una serie di offerte allettanti: niente più innalzamento a 58 anni dell’età per le pensioni di anzianità (vale a dire né scaloni né scalini), il tutto sostituito da incentivi per restare al lavoro. Quanto ai coefficienti, “aggiustamenti tecnici”. Il premier si è detto disponibile anche a chiudere il contratto degli statali a 101 euro di aumento mensile, quanto chiedono le confederazioni (Padoa-Schioppa voleva una limatura di 10 euro). Dov’è il trucco? Intanto a giugno dovrà essere pronto il Documento di programmazione economica, ed ogni misura dovrà trovarvi posto: solo che il Dpef è a cura di Padoa-Schioppa.
Ma soprattutto si saprà se, alle amministrative, l’Unione avrà tenuto o subito una sconfitta. In questo caso si aprirà immediatamente una resa dei conti politica: e Prodi, per non sacrificare se stesso, dovrà probabilmente offrire la testa di qualcun altro: magari quella di TPS.
- Mercoledì 16 Maggio 2007
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Commenti
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Il 16 Maggio 2007 alle 18:37 Corrado Buccieri ha scritto:
Nella foto Prodi appare pensoso.
Come si fa a parlare di pensioni alla
sua età,pare che tocchi anche a lui.
Quindi c’è da fare veramente un
esame di coscienza.
Per quanto alla testa di TPS,non è
meglio far conoscere ai lettori e agli
elettori la pensione del ministro TPS?
Il 16 Maggio 2007 alle 21:24 massimo ha scritto:
la questione delle pensioni sta andando troppo per le lunghe e ora che il sindacato decida da che parte stare con i lavoratori o con il governo comincino loro a ridursi le pensioni d oro
Il 16 Maggio 2007 alle 22:39 Renzo Rosati ha scritto:
Rispondo a Massimo: credo che le prime pensioni (d’oro o meno) a dover essere riportate alla normalità siano quelle dei parlamentari.
Quanto a TPS, penso che percepisca il trattamento della Banca d’Italia (come del resto Ciampi). Nulla di scandaloso, ma è giusta la richiesta di trasparenza. Tanto più in questo momento.
Il 17 Maggio 2007 alle 11:01 informare ha scritto:
Ciao, non capisco perchè il governo non cerca di chiudere il discorso delle pensioni ?, molti come me non sanno ancora se possono andarci avendo 35 anni di contributi e 57 anni.
Inoltre desidero dire che non tutti i lavori sono uguali, esempio io lavoro in una vetreria, vorrei che i politici tenesserò presente dei lavori faticosi
Un Saluto a tutti/e
Il 17 Maggio 2007 alle 12:06 Padoa-Schioppa non recede: Ora tocca alle pensioni » Panorama.it – Economia ha scritto:
[...] “Avevamo la polmonite e siamo guariti” ha annunciato con enfasi Romano Prodi, usando la metafora sanitaria per parlare dello stato dell’economia e dei conti pubblici. L’Ocse (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico) sostiene che il premier italiano dice una mezza verità. Nel voluminoso rapporto sull’Italia (150 pagine), trasmesso al ministero dell’Economia e di cui Panorama è entrato in possesso, l’autorevole organizzazione economica internazionale certifica un netto miglioramento rispetto a qualche tempo fa (”è in atto una ripresa e vi sono segni di un miglioramento fondamentale”), ma avverte che, nonostante i benefici effetti del “periodo ciclico europeo favorevole” e della cura adottata, la malattia non è debellata: “Le prospettive a medio termine restano impegnative”. Il debito pubblico “minaccia la sostenibilità fiscale e l’invecchiamento della popolazione si profila grave”, mentre “la crescita della produttività dei fattori totali ristagna dall’inizio del decennio”. Per evitare ricadute che, come l’esperienza insegna, possono essere peggiori del male, non solo è necessario non mollare la presa, ma è opportuno aumentare la terapia e calibrarla meglio. In altre parole, senza quelle riforme intorno alle quali i vari governi girano inutilmente da più di un decennio l’Italia rischia grosso. Avverte l’Ocse: senza le misure necessarie “per ristabilire il dinamismo economico”, gli italiani potrebbero avere “un tenore di vita peggiore rispetto a quello di altri paesi” perché “è troppo presto per dire che l’economia abbia veramente voltato pagina”. Per la politica economica del governo, insomma, il bello comincia proprio ora. Finora l’emergenza finanziaria ha funzionato come un collante capace di evitare irreparabili rotture all’interno della maggioranza tra le componenti radicali e quelle riformiste e fra queste ultime e i sindacati. Ora, invece, grazie alla congiuntura economica favorevole e al miglioramento del bilancio, si apre una stagione nuova, quella delle scelte e delle sfide. Una fase paradossalmente più rischiosa per la coalizione di quella precedente. Per consolidare la ripresa il governo deve fare i conti con quelle misure che l’Ocse e pure le altre organizzazioni economiche internazionali ritengono necessarie, dalla riforma delle pensioni all’accelerazione del timido processo di liberalizzazioni, senza tralasciare la necessità di un chiarimento sulla destinazione del surplus fiscale. Tutti temi che per la maggioranza appaiono come i fili dell’alta tensione: chi li tocca senza precauzioni muore. Per le pensioni, in particolare, l’Ocse prescrive una ricetta drastica, destinata a un’accoglienza diversa all’interno del governo tra l’ala rigorista che fa capo al ministro dell’Economia, Tommaso Padoa-Schioppa, orientata verso un intervento, seppur graduale, e l’ala radicale, spalleggiata in particolare dalla Cgil di Guglielmo Epifani, contraria a ogni novità che non sia l’abolizione dello scalone introdotto dalla riforma dell’ex ministro del Lavoro, Roberto Maroni. Secondo l’organizzazione internazionale, “entro il 2008 si dovrà elevare da 57 a 60 anni (61 per i lavoratori autonomi) l’età minima per la pensione di anzianità”. E inoltre “un ulteriore innalzamento a 62 anni (63 per gli autonomi) dovrà essere effettuato a partire dal 2014″. E non è finita perché secondo l’Ocse va anche adottata al più presto la revisione dei coefficienti previdenziali prevista dalla riforma del 1995 di Lamberto Dini: misura che doveva essere presa nel 2005, “ma non ancora attuata”. Gli esperti dell’organizzazione per lo sviluppo hanno ben chiaro che questi provvedimenti stanno suscitando le obiezioni dei sindacati e sono in corso discussioni con il governo, ma avvertono che le riforme previdenziali “sono essenziali”. Per dare slancio alla produttività i tecnici Ocse suggeriscono inoltre all’esecutivo di Prodi maggior coraggio sul versante delle liberalizzazioni. I due “pacchetti Bersani” approvati tempo fa vengono giudicati positivamente, ma ora la maggioranza è invitata a liberalizzare anche gli orari dei negozi e ad “aumentare la concorrenza nel commercio al dettaglio e all’ingrosso”. Contro le limitazioni, spesso imposte da regioni e comuni, all’apertura del settore l’Ocse suggerisce al governo di istituire “autorità di controllo a livello regionale” in grado di correggere “l’operato delle rispettive amministrazioni locali in base a criteri di valutazione delle prassi pro concorrenza definite a livello nazionale”. Sul versante dell’extragettito, cioè i miliardi di euro del cosiddetto tesoretto, l’Ocse invita l’Italia a perseguire “una politica fiscale prudente”, soprattutto in considerazione “dell’ancora ingente debito pubblico”, fermo intorno al 107 per cento del pil, il livello più alto tra i grandi paesi dell’area europea. Su questo punto l’indicazione dell’organizzazione internazionale è chiarissima: le “maggiori entrate dovrebbero essere utilizzate interamente per ridurre ulteriormente il deficit”. Obiettivo semplice da dire, difficilissimo da attuare, perché lo stesso Ocse ha ben chiaro che ci sono forti “pressioni politiche per aumentare la spesa o ridurre le tasse”. L’Ocse riconosce che la posizione rigida nei confronti delle frodi fiscali e la decisione assunta dal viceministro delle Finanze, Vincenzo Visco, sui condoni “hanno fatto sì che i cittadini pagassero le tasse e hanno prodotto benefici duraturi”. Tuttavia, “resta un certo grado di incertezza sulla possibilità che si ripeta l’aumento delle entrate fiscali anche nel 2007″. Per l’Ocse è importante non solo che l’extragettito non sia disperso, ma che sia disciplinata la “spesa, in particolare per pensioni, pubblico impiego, salute ed enti locali”. Obiettivo da raggiungere eventualmente anche introducendo “un tetto di aumento reale zero nella spesa primaria generale dello Stato finché l’avanzo primario non avrà raggiunto il 5 per cento del pil”, livello che il governo ha detto di voler centrare entro il 2011. [...]
Il 29 Maggio 2007 alle 12:02 Amministrative, il day after di Prodi stretto tra moderati e sinistra radicale » Panorama.it – Italia ha scritto:
[...] I risultati delle amministrative stanno già terremotando la maggioranza di governo. Il motivo è semplice: l’ala sinistra e l’ala moderata dell’Unione si addossano reciprocamente la responsabilità delle (molte) sconfitte al Nord ed il merito delle (poche) vittorie al Centro-Sud. Ha cominciato fin da subito il segretario di Rifondazione comunista, Franco Giordano: “Non si può più andare avanti così. Bisogna fare un salto di qualità su precari e pensioni. Che senso ha, per esempio, fare il contratto degli statali ad elezioni chiuse?”. A parte il fatto che l’accordo sugli statali non c’è ancora, il bersaglio della sinistra massimalista è chiaro: l’ala moderata del centrosinistra, ed in particolare il Partito democratico. Già, il Pd: a questo punto rischia di soffocare in culla. “Osservo che il Pd viene colpito al primo vaglio elettorale. Questo governo o cambia marcia o si rompe definitivamente il rapporto con il popolo dell’Unione” dice ancora Giordano. Il quale, come Fabio Mussi, i Verdi ed il Pdci, sbandiera anche i risultati ottenuti d ai candidati della “sinistra-sinistra”. Come Massimo Cialente, eletto all’Aquila al primo turno, vicino a Mussi e dunque contrario al Pd. O come a Taranto, dove va al ballottaggio Ezio Stefàno, un medico di area Rifondazione, contro il candidato dell’Ulivo. Ma anche i moderati - da Clemente Mastella ad Antonio Di Pietro - sono sul piede di guerra. Gli argomenti: “Il governo ha fatto poco in materia di sicurezza, lotta alla droga, infrastrutture” dice Di Pietro “e ne paghiamo le conseguenze soprattutto al Nord”. Mastella rinnova la richiesta di una verifica a tutto campo della maggioranza e del programma, chiede “di destinare il tesoretto ai ceti popolari” e vorrebbe (come Di Pietro) smarcarsi dalla linea dura sulle tasse di Vincenzo Visco. Poi ci sono gli arrabbiati della nomenklatura diessina e del Pd. Come il sindaco di Torino, Sergio Chiamparino, e come lo stesso Fassino, che lamenta un vuoto di decisioni. Tutti avranno presto le occasioni per disseppellire l’ascia di guerra. Tra qualche giorno il Senato discuterà sulle presunte pressioni esercitate da Visco sui vertici della Finanza, con tanto di mozioni (anche dell’Italia dei Valori di Di Pietro) che chiedono il ritiro delle deleghe al viceministro, fatto che porterebbe quasi certamente alle dimissioni. Poi c’è da riprendere la discussione con i sindacati sulle pensioni, argomento accantonato da Prodi proprio per le amministrative. Quindi mettere in piedi il il Documento di programazione economica, ovvero dove destinare fondi e risorse, e nel mirino finirà Tommaso Padoa-Schioppa. Tra due mesi si dovrà decidere sulla Tav in Piemonte. Ad autunno dovrebbe nascere l’Assemblea costituente del Pd. E, soprattutto, c’è il problema del referendum e della legge elettorale, dove i vincitori delle amministrative, Lega e sinistra radicale, hanno lo stesso interesse a sabotare sia la consultazione sia ogni progetto punitivo per loro. Per Prodi uno slalom ad altissimo rischio. [...]
Il 29 Maggio 2007 alle 18:32 Statali, ok all’accordo. Ora tocca a metalmeccanici, giornalisti e le pensioni… » Panorama.it – Economia ha scritto:
[...] I maligni dicono: più che la notte a portare consiglio, sulla partita degli statali, sono stati i dati snocciolati dalle diverse Prefetture del Nord: amari per l’Unione, in discesa di consensi nella parte del Paese che si sente più produttiva e che più alto fa sentire il proprio lamento. Così, nella notte, dopo cinque ore di trattativa a palazzo Chigi, è attivato l’accordo su tutti i fronti: 101 euro di incremento salariale, con gli arretrati per quasi tutto il 2007 (dal primo febbraio e non dal 2008) e sperimentazione del contratto triennale 2008/2010. Solo allora, incassato quanto chiedevano, i sindacati, in rappresentanza di 3 milioni di lavoratori del pubblico impiego, hanno revocato gli scioperi previsti per il 1 giugno (pubblico impiego) e per il 4 giugno (scuola). Per arrivare ai 101 euro di aumento è stato necessario per il governo mettere sul piatto circa 600 milioni di euro di risorse aggiuntive che secondo fonti sindacali sarebbero stanziate in Finanziaria 2008. Ma ciò, ha garantito il premier Romano Prodi, “non altererà l’equilibrio dei conti”. La sperimentazione triennale della durata del contratto 2008-2010, va intesa come “unicità”, ha spiegato il leader della Cgil Guglielmo Epifani e ha incassa il giudizio positivo di Confindustria e del Ministro dello Sviluppo Economico Pier Luigi Bersani. Ma fa storcere il naso a Giorgio Cremaschi, segretario nazionale Fiom e leader dell’ala sinistra Cgil: “I vertici sindacali hanno accettato la triennalizzazione senza discuterlo con nessuno”. Dopo gli statali, aspettano intanto il rinnovo del contratto oltre 4,5 milioni di lavoratori: oggi è il turno degli assistenti di volo Alitalia convocati, assieme all’azienda, dal Ministro dei Trasporti Alessandro Bianchi. A fine giugno, invece, partirà la trattativa per i 1,5 milioni di lavoratori metalmeccanici. In stand by anche il contratto dei lavoratori del turismo, dei giornalisti, dei bancari e dei ferrovieri. E sullo sfondo rimane aperta anche la partita delle pensioni. Il ministro del Lavoro Cesare Damiano ha confermato che ancora non c’è una data fissata per l’inizio del confronto ma ad ogni modo, l’esecutivo sembrerebbe intenzionato a concludere il negoziato in tempo utile per la presentazione del Dpef, ossia il 30 giugno. Due settimane dopo i ballottaggi… [...]
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