La violenza sulle giovani donne uccide quanto il cancro

 La violenza contro le donne è un flagello mondiale che una su tre subisce almeno una volta nella vita, e in 192 stati tra quelli che fanno parte delle Nazioni Unite non esistono leggi che puniscano gli uomini protagonisti di tali violenze. Lo afferma un rapporto dell'Onu | Foto Ansa
L’attenzione alla violenza su donne e minori è in genere poca, e spesso influenzata negativamente dai casi di cronaca, come quelli recenti di Marsciano o della scuola di Rignano Flaminio. Persino i ginecologi, in prima linea nel fornire assistenza alle vittime, sono spesso dotati più di buona volontà che di competenza scientifica, anche se occorre dire che non è colpa loro: “In Italia fino al 1996 la legge puniva la violenza sulle donne come reato contro la pubblica morale e non contro la persona. Da allora, è via via cresciuto l’impegno anche dei ginecologi, pur in assenza di nozioni e di corsi sull’argomento, persino nelle scuole di specialità” spiega Giovanni Monni, ginecologo dell’Ospedale Microcitemico di Cagliari e presidente dell’Aogoi, l’associazione che riunisce oltre 5.000 ginecologi ospedalieri e che ha appena pubblicato un manuale per gli specialisti frutto del lavoro di una Commissione Nazionale attiva da 6 anni (ne dà conto la sezione anti-violenza del sito dell’associazione).

“La violenza contro le donne tra i 15 e i 44 anni uccide quanto il cancro” ha scritto il Ministro della Salute Livia Turco nella presentazione del volume. “Il prezzo in termini di salute delle donne supera quello degli incidenti stradali e della malaria messi insieme”. In questo l’Italia - come in generale i paesi occidentali - non è indenne da quella che in alcuni paesi meno sviluppati è una vera piaga: secondo quanto è stato riportato a fine del 2006 dall’allora segretario generale dell’ONU Kofi Annan di fronte all’Assemblea generale delle Nazioni Unite, a livello mondiale una donna su tre è stata picchiata o abusata sessualmente, e una su quattro ha subito violenza durante la gravidanza.
Per aggiungere tragedia alla tragedia, infatti, si tratta di un prezzo che le donne spesso pagano nel momento di maggiore vulnerabilità: “La violenza durante gravidanza e puerperio è la seconda causa di mortalità dopo l’emorragia”, spiega Valeria Dubini, ginecologa dell’Ospedale Nuovo San Giovanni di Dio di Firenze e curatrice del manuale dell’AOGOI, intitolato “Violenza contro le donne. Compiti e obblighi del ginecologo” (qui il .pdf). “In alcuni casi la gravidanza è l’occasione di contatto con il ginecologo, che può portare alla luce violenze che vanno avanti da tempo, ma in altre occasioni può acuire una situazione già drammatica, come sembra essere accaduto a Marsciano”.

Il fatto che gli autori delle violenze - sulle donne come pure sui minori - siano familiari più o meno stretti non è un’eccezione, piuttosto una tragica regola ignota ai più. Come sconosciute in molti casi persino ai professionisti sono le priorità da seguire nell’assistenza alle vittime: “La prima accoglienza è importantissima, perché è in sé un atto di cura. In parallelo, occorre adottare tutte le misure per prevenire la gravidanza e le infezioni a trasmissione sessuale. Solo in secondo piano c’è la raccolta delle prove per l’eventualità di una denuncia penale” spiega Valeria Dubini.
Assai spesso è la donna stessa a non voler sporgere denuncia e il ginecologo è tenuto a presentarla d’ufficio solo in caso di violenze continuate, o in presenza di reati congiunti. “Non è compito dei ginecologi incrementare il numero delle denunce” spiega Alessandra Kusterman, ginecologa degli Istituti Clinici di Perfezionamento presso la Clinica Mangiagalli di Milano e responsabile del “Soccorso Violenza Sessuale” aperto nel 1996 nell’ospedale milanese. “Il fatto è che in molti casi la violenza si consuma in assenza di testimoni, e anche nei pochi casi in cui la donna è determinata a procedere contro l’aggressore si scontrano due versioni dei fatti. I segni di violenza sono spesso poco visibili, e anche se la giurisprudenza ha riconosciuto che lo stato psichico della vittima è di per sé significativo, il procedimento penale rischia di essere inutile se non dannoso. La denuncia penale spesso finisce senza la condanna dell’aggressore, quando non addirittura con la condanna per calunnia della donna”.
“In ogni caso non è a quello che devono puntare i medici” conclude la Dubini. “Il loro obiettivo deve essere quello di imparare a cogliere per tempo i sottili segnali, sgradevoli, che tutti preferiremmo ignorare. Devono avere orecchie sensibili, che sono il presupposto migliore per intervenire a evitare il peggio”.

Orecchie e occhi più sensibili e più preparati di quanto siano stati finora: “Lo studio inglese che per primo qualche anno fa ha segnalato l’altissima frequenza di episodi cruenti ai danni delle donne in gravidanza ha anche rilevato un dato che deve fare riflettere: in quattro casi su dieci, le donne uccise avevano in qualche modo chiesto aiuto al medico”.

VEDI ANCHE:
Oltre un quarto degli omicidi compiuti in famiglia - Bracciale antiviolenza. Utile, solo se c’è chi risponde all’allarme - Sito del Telefono Arcobaleno contro la pedofilia - L’elenco online dei Centri antiviolenza in Italia - La campagna di Amnesty International

Commenti

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Il 6 Giugno 2007 alle 19:32 laofa ha scritto:

Riporto alcune parole citate dall’articolo: “A livello mondiale una donna su tre è stata picchiata o abusata sessualmente,e una su quattro ha subito violenza durante la gravidanza.” Signori miei, andiamoci piano a snocciolare continuamente cifre del genere! Per evitare di essere preso per un “maschilista” (cosa che sarebbe quindi “non politicamente corretta”), riporto le parole di una femminista doc, Elizabeth Badinter, che in una intevista per un giornale francese così si è espressa. DOMANDA (della giornalista Jacqueline Remy): “Lei si è spinta oltre. Ha detto che vi è un inganno intellettuale. Il discorso femminista si appoggerebbe su cifre gonfiate artificialmente e argomenti talvolta non del tutto attendibili.” RISPOSTA: ” Per giustificare delle leggi così garantiste (si riferisce alla Francia ma il discorso può essere esteso all’Italia) BISOGNA dimostrare che le donne siano costantemente vittime degli uomini. Vi è un fraintendimento che si sta imponendo in Francia e in tutta Europa sulle violenze di cui le donne sarebbero vittime e che non poggia sulla buone fede. E’ legittimo accomunare stupri, botte e pressioni psicologiche come se si trattasse della stessa violenza? Se i media ripetono che il 10% delle francesi è vittima di violenze coniugali, senza specificare, il pubblico e certi giornalisti traducono subito: il 10% delle francesi viene picchiato. Cosa che è falsa e strafalsa. A leggere infatti l’inchiesta all’origine di questo
‘indice globale delle violenze coniugali’, il 2,5% delle donne sarebbe oggetto di aggressioni fisiche e lo 0,9% sarebbe vittima di stupri coniugali e di altre pratiche sessuali imposte, mentre il 37% si sente vittima di ‘pressioni psicologiche’…Perchè queste precisazioni necessarie sono sempre passate sotto silenzio? E perchè questa cifra del 10% diventa il 12%, poi il 14% con il susseguirsi di articoli e trasmissioni dedicate a questo soggetto, se non per trarne, coscientemente o meno, un beneficio un pò perverso? C’è una specie di esultanza e di desiderio di rilancio nello snocciolare le statistiche: il 10% delle donne vittime, questo significa che il 10% degli uomini stupra, ecco la prova della dominazione maschile!!” Questo genere di articoli rientra nella campagna di “demonizzazione” del maschile, condotta ormai da decenni, continuamente, implacabilmente sui media (giornali, tv, spot pubblicitari). Ciò che questa campagna di pestaggio mediatico ha comportato, è espresso chiaramente da un’altra donna, Elvira Ficarra, Responsabile del GESEF (Osservatorio Famiglie Separate) che, sulla rivista “Tempi”, in occasione della discussione sul progetto di legge sull’affido condiviso, scrive alle On. Katia Canotti e Marisa Bolognesi (DS-Ulivo) e Tiziana Valpiana  Rif.Comun.): “Le donne …sanno benissimo che il vittimismo è un potere ricattatorio formidabile, perchè occulto e inattaccabile…sono del tutto consapevoli che quelli di cui godono non sono diritti e pari opportunità conquistati lealmente. Ma privilegi ottenuti mistificando la realtà e sbaragliando il ‘nemico’ - l’intero genere maschile - con un’annosa campagna di demonizzazione e criminalizzazione spietata. A colpi di leggi, normative giurisprudenza anticostituzionali che calpestano i diritti altrui…Molte fra le più convinte militanti della campagna anti-maschile stanno già sperimentando gli effetti collaterali. Vittime di se stesse, non riescono ad ‘emanciparsi’ dalla trappola della solitudine, depressione, nevrosi ossessiva, anaffettività e attaccamento patologico ai figli( che non riescono a controllare)…L’effetto di tutto ciò è un disagio dilagante, volutamente indotto, a cui si cerca di far fronte con un crescente ricorso ai terapeuti della psiche, adulta e infantile/adolescenziale. Si assiste ad una psichiatrizzazione del territorio che, insieme al controllo sociale ‘preventivo’ diventa un potere che si somma a quello dei tribunali speciali e dei servizi preposti alla tutela dell’infanzia…All’autorità del padre, completamente esautorato dalle sue funzioni e dal suo ruolo, si è sostituita l’autorità dello Stato che attraverso i suoi apparati, per lo più al femminile, invade la famiglia e assiste, concede benefici…ma al contempo controlla, valuta, decide,impone, allontana,giudica, punisce. Senza consentire difesa. Come un padre-padrone. Anzi peggio!” La campagna di criminalizzazione del maschile si attua anche con articoli come quello che sto commentando.
In una settimana pare che di casi come quello apparso sul giornale recentemente (una madre ha pestato la figlia)ne avvengano tre. Quei rari pubblicati scompaiono dopo aver trovato sempre ampie giustificazioni per la donna. Nei casi al maschile ci sono linciaggi senza misericordia, senza aspettare un minimo di raccolta di prove (ricordare il vergognoso episodio analogo susseguente al suicidio della Baronessa Augusta).
Il fine ultimo di questo pestaggio è l’abolizione dell’autorità “naturale” esercitata dal padre, dall’uomo, per arrivare ad abbattere la famiglia; ciò secondo i principi dell’ideologia “gender” (o del “genere”) per la quale la differenziazione dei generi maschile e fmminile è destinata a scomparire in favore dell’individuo antropomorfo (e consumatore acritico di tutto ciò che gli verràpropinato). Tale ideologia è stata fatta propria sia dalla CEE che dall’ONU (su mandato di chi? Nessuno lo sa! Politici muti e media “distratti”!!). Per capire che cosa si muova entro le pareti del Palazzo di Vetro dell’ONU, da cui provengono cifre come quelle citate dall’articolo, consiglierei di leggere il libro di un’altra donna impegnata in quella sede a smascherare le azioni di oscuri gruppi di potere di cui le esponenti del femminismo radicale sono gli strumenti: DALE O’LEARY : “Maschi o femmine?-La guerra del genere”, Rubbettino Editore e il testo di M. Shooyans: “Il volto nascosto dell’ONU: verso il governo mondiale”.

Il 7 Giugno 2007 alle 11:45 Fabio_Turone ha scritto:

Caro laofa,

se hai letto l’articolo con sufficiente attenzione difficilmente troverai un’interpretazione della questione - da parte mia o dei ginecologi - in chiave “donna buona / uomo cattivo”.

E’ un fatto che ci sono anche maschi vittime di violenza (e tra parentesi la dottoressa Kustermann ha riferito in sede di presentazione del volume che ai maschi che si presentano al “Soccorso Violenza Sessuale” sembra del tutto accettabile che l’aiuto sia loro fornito da ginecologi e ginecologhe), ma è altrettanto un fatto che il fenomeno sociale riguarda nelle stragrande maggioranza le donne, oltre ai bambini di entrambi i sessi.

Sinceramente l’idea di essere considerato complice di un “pestaggio mediatico” ai danni dei poveri maschi mi fa sorridere…

Il 9 Giugno 2007 alle 0:31 commander ha scritto:

L’articolo inizia parlando della violenza su donne e minori, ma poi si concentra esclusivamente su quella contro le donne. Modo improprio di procedere, perchè suggerisce che anche le violenze perpetrate contro i bambini siano opera esclusiva o quasi degli uomini, il che non è statisticamente affatto vero. Ed a proposito di cifre e statistiche occorrerebbe molta più precisione nel maneggiarle e offrirne l’interpretazione. Cosa significa, ad esempio, la frase del ministro Turco secondo cui “Il prezzo in termini di salute delle donne supera quello degli incidenti stradali e della malaria messi insieme?”
Che ci sono più donne assassinate di quelle morte per incidente o malaria (che in Italia non mi risulta esistere, fra l’altro)? Guardiamo le statistiche Istat e ci accorgeremmo che non è così, semplicemente.
Ed ancora, si valuta bene cosa significano le parole di Kofi Annan secondo cui una donna su tre viene picchiata o abusata sessualmente? Significa che un terzo del genere maschile , all’incirca un miliardo di uomini, è fatto di delinquenti. Inverosimile. Guardiamoci intorno e constatiamo ciascuno, nel nostro piccolo ambito, se esiste un sia pur approssimativo riscontro dell’inferno descritto nell’articolo. Sia ben chiaro. Anche un solo caso è troppo. Ma per amore di verità e per non demonizzare un intero genere, non si deve scherzare con cifre e parole, anche perchè le forzature inverosimili sono controproducenti ai fini di interventi mirati e produttivi. E’ interessante leggersi il recente rapporto Istat sulla violenza, soprattutto rispetto ai criteri coi quali sono state poste le domande ed alle metodologie con cui sono state raggruppate e pubblicate dai giornali.
Si parlò anche allora di milioni e milioni di donne che avevano subito violenze di vario genere, affastellando insieme assassini, stupri e critiche sul vestiario (proprio così, critiche sul modo di vestire assimilate alle violenze psicologiche). E’ del tutto evidente che se le stesse domande fossero state posti agli uomini, sarebbero uscite cifre iperboliche di violenze subite ad opera delle donne. Ma è questo un modo serio di procedere? A me non pare, posto anche che statistiche ufficiali di paesi anglosassoni, ci parlano di una violenza familiare diffusa e molto simile nella ripartizione percentuale fra maschi e femmine. Leggere per credere (sono usciti in proposito anche articoli su giornali insospettabili come D Donna, ad esempio). Se si volesse fare davvero opera di verità anche quì in Italia, e non propaganda, le indagini andrebbero fatte in ogni direzione e distinguendo seriamente all’interno del fenomeno violenza. Ma, sempre nell’indagine Istat, troviamo un altro dato meritevole di riflessione. La stragrande maggioranza delle donne considera i fatti di cui sono state vittime come cose che ovviamente non dovrebbero accadere, ma non gravi o lesivi della loro libertà, e comunque non come reati. Ribadito ancora che non si tratta di minimizzare il fenomeno ma di inquadrarlo con precisione per prendere provvedimenti davvero mirati ed efficaci, viene da dire che le donne hanno più buon senso degli “esperti”. Sanno bene infatti, anche perchè ne sono spesso protagoniste attive, che un certo
tasso di litigiosità e di pressioni psicologiche è ineliminabile nella dialettica di coppia.

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