
Macelleria messicana o pasticceria italiana? Il giorno dopo la testimonianza del vicequestore Michelangelo Fournier al processo per l’irruzione alla scuola Diaz di Genova al G8 del 2001 («Fu un intervento alla cieca e quello che vidi sembrava una macelleria messicana») negli uffici stile prefabbricato della procura di Genova i magistrati della pubblica accusa non esultano, anzi. Le loro non sono parole ufficiali, non è il caso, visto il clima. Ma permettono di capire lo stato d’animo e la posta in gioco. Ascoltiamo attentamente e proviamo a parafrasare. Una lunga riflessione che è quasi un’offerta di armistizio, dopo sei anni in trincea.
Per i pm giornali e tv, oggi, hanno sbagliato il bersaglio, concentrandosi sulle parole di Fournier. Il cuore del problema non è se alla Diaz ci siano state delle violenze da parte della polizia: ci sono state, è innegabile, lo dimostrano i referti medici di 82 feriti e il sangue che ha macchiato le pareti della scuola. La questione è un’altra: perché a sei anni dai fatti (un raid lampo, durato circa 8 minuti) i pm sono ancora costretti a fare accertamenti e dalla pubblica amministrazione (polizia, ministero dell’Interno) non sono mai arrivate scuse, o almeno ammissioni, per un evidente incidente di percorso?
La risposta la pubblica accusa c’è l’ha: il problema è che non si può pretendere sempre di appuntarsi medaglie, l’uomo è grande perché sbaglia. Niente. La scelta è quella del muro contro muro. Il processo va avanti, le difese cercano di dare letture politiche all’azione dei magistrati. Ma i fatti, per i pm, sono chiari: verso le 23,30 del 21 luglio 2001 la polizia entra nella scuola alla ricerca di black bloc, alcuni uomini esagerano e picchiano all’impazzata. È vero, magari sono esasperati da due giorni di battaglia, magari hanno la pelle bruciata dai lacrimogeni. Tutto vero. Ma esagerano. I dirigenti capiscono che qualcosa non ha funzionato. È a questo punto che per i magistrati succede la cosa più grave. Più grave delle botte, più grave del sangue.
Quattordici funzionari firmano un verbale di perquisizione che dice che sono state trovate due molotov che nella scuola in realtà non c’erano, un poliziotto finge di essere stato accoltellato, altri dicono di essere stati colpiti da un fitto lancio di oggetti contundenti (che le telecamere appostate all’esterno della Diaz non riprendono) e di essere stati affrontati con mazze spaccapietre. Un alto funzionario della polizia, nelle settimane successive al blitz, sottolinea in parlamento: «Le perquisizioni non si fanno con i guanti bianchi». Insomma niente scuse, ma 93 arresti per giustificare una perquisizione andata male.
Però entrare nel circuito giudiziario comporta dei rischi. E a poco a poco viene fuori la Verità processuale. Sorprendente. Scene come quelle descritte da Fournier: per esempio quella di un poliziotto che simula un coito davanti al volto di una ragazza sanguinante. Ma per i magistrati genovesi la cosa più inquietante è che dei servitori dello Stato, dopo essersi accorti dell’errore, e dell’orrore, abbiano deciso di occultare, nascondere, omettere.

Ormai sono sempre di più i casi dove una “manina” mette a posto le cose, confindando nella complicità della magistratura. E in procura citano alcuni degli ultimi casi: da Unabomber, all’ispettore Raciti, alla morte del ragazzo nella questura di Ferrara. Perché succede? Purtroppo certe carriere non ammettono
intoppi, incidenti di percorso. E così i processi durano anni. Ma in procura sono stanchi, Non vogliono essere chiamati a riscrivere la storia del G8. «Bisogna limitarsi ai fatti: 14 persone hanno firmato un verbale di perquisizione che diceva il falso? Bisogna punirli per quel reato. Basterebbe a dimostrare che nella notte della Diaz qualcuno ha
sbagliato, a dimostrare che anche dei bravi poliziotti possono fare un errore». Perché purtroppo l’Italia più che a una macelleria assomiglia a una “premiata” pasticceria.
Qui il VIDEO servizio
Qui il blitz del 21 luglio 2001, in un video di YouTube
- Giovedì 14 Giugno 2007
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Commenti
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Il 14 Giugno 2007 alle 22:54 norahjones ha scritto:
Pasticceria mi pare riduttivo. La polizia italiana stava AMMAZZANDO una ragazza inerme. In un paese civile queste cose non devono succedere. Non devono succedere.
Il 21 Giugno 2007 alle 19:24 De Gennaro, Colucci e le testimonianze: il processo alla polizia ha troppi spifferi » Panorama.it – Italia ha scritto:
[...] Il capo della polizia Gianni De Gennaro è stato scaricato dal governo Prodi e quasi contemporaneamente è stato indagato dalla procura di Genova per istigazione alla falsa testimonianza per i fatti della scuola Diaz durante il G8 del 2001. Avrebbe costretto l’ex questore di Genova Francesco Colucci a cambiare versione, soprattutto su un particolare: la decisione di inviare alla Diaz il capo delle relazioni esterne Roberto Sgalla. Per la procura questa sarebbe la prova dell’intento da parte del capo della polizia di gestire mediaticamente gli errori di quella violenta perquisizione. Maurizio Mascia, il legale di Colucci, ha molti dubbi su questa lettura della vicenda. Perché avvocato Mascia? Semplice: il mio assistito ha cambiato versione su una cosa irrilevante a livello penale e l’ha fatto a ragion veduta. Dopo aver riletto i tabulati telefonici di quella notte. Che sono depositati agli atti. Inizialmente Colucci ha detto di aver inviato Sgalla dopo una chiamata di De Gennaro, poi, si è accorto di aver sbagliato. È Colucci che ha telefonato al capo della polizia, alle 22,01, un’ora e mezza prima dell’inizio della perquisizione. De Gennaro, quella notte, non lo ha più richiamato. E chi ha deciso di mandare Sgalla alla Diaz? Quella dell’ex questore è stata una segnalazione: verso le 23,40 ha telefonato a Sgalla e gli ha detto che prima di andare a dormire conveniva che passasse alla Diaz, visto che era in corso un’operazione importante. E quella era una “segnalazione” che poteva fare autonomamente? Certo. Sgalla era a Genova per gestire i rapporti con i giornalisti e quella era un’occasione che lo richiedeva. Colucci, per parlare con De gennaro, non potrebbe aver utilizzato altri telefoni? Le chiamate dal suo telefono in questura partivano e arrivavano a getto continuo e sono stati controllati anche i tabulati del cellulare di Colucci. E poi se in questura avessero avuto qualcosa da nascondere non avrebbero pensato a una conferenza stampa. Dunque Colucci esclude che De Gennaro gli abbia detto di mandare Sgalla alla Diaz? No. Ha ricordi vaghi di quella notte. Per esempio era convinto di aver ricevuto una chiamata di De Gennaro che i tabulati smentiscono. Certo, nella telefonata delle 22,01, potrebbero essersi detti anche quello. Dunque nelle dichiarazioni del suo assistito lei non ravvisa contraddizioni tali da motivare l’accusa di falsa testimonianza? Assoltamente no. Tanto che abbiamo chiesto di produrre i verbali delle precedenti due testimonianze, ma il pm, finora, si è opposto. E non ne abbiamo capito i motivi. L’ex vicecapo della poliza Ansoino Andreassi, nella testimonianza del 23 maggio, ha fatto gravi accuse: ha detto che quel giorno era cambiata l’aria, che le operazioni non erano più sotto il suo controllo, ma sotto quello del del prefetto Arnaldo La Barbera e Servizio centrale operativo di Francesco Gratteri. E che dietro a questo mutamento di linea ci sarebbe De Gennaro. Andreassi ha detto una cosa più grave. Come si legge sul Corriere della sera di oggi (purtroppo alcune cose noi difensori le scopriamo dai giornali) il 23 maggio, in aula, “si lasciò scappare un riferimento alla nuova inchiesta durante l’audizione come teste”. Ma il mio assistito ha ricevuto l’avviso di garanzia in busta chiusa quella stessa mattina e io ne ho conosciuto il contenuto solo dopo la deposizione di Andreassi. Chi lo aveva informato? E perché? Me lo dica lei… Secondo me ci sono solo due possibilità: o in tribunale ci sono pericolosi spifferi oppure Andreassi era stato interrogato sull’argomento. E allora il pm avrebbe dovuto depositare i verbali prima dell’udienza del 23 maggio… Due ipotesi ugualmente preoccupanti. Ma si tratta di due procedimenti diversi… C’è un problema di corretezza nei confronti della difesa, ma anche verso il tribunale: se ci sono dei fatti nuovi è giusto che il giudice che se ne sta occupando sia informato. Evidentemente l’accusa non è dello stesso avviso. [...]
Il 25 Giugno 2007 alle 20:38 Manganelli nuovo capo della polizia. Con quel cognome un po’ così… » Panorama.it - Italia ha scritto:
[...] Il consiglio dei ministri ha nominato il nuovo capo della polizia. Sulla sua professionalità e il suo curriculum davvero niente da dire. Antonio Manganelli, avellinese, 57 anni, ancora molto giovane è stato tra gli investigatori più fidati di Giovanni Falcone in Sicilia. Sono gli anni della cattura di Tommaso Buscetta in Brasile e delle grandi inchieste di mafia che porteranno poi al maxi processo contro i boss di Cosa Nostra. Tra gli incarichi ricoperti da Manganelli, quello di responsabile del Servizio Centrale di Protezione dei collaboratori di giustizia, oltre che questore di Palermo e Napoli. Nel 2000 è stato nominato prefetto con l’incarico di Direttore Centrale della Polizia Criminale e Vice Direttore Generale della Pubblica Sicurezza. Di recente, il manuale pratico delle tecniche di indagine “Investigare” (Cedam), scritto con il Prefetto Franco Gabrielli, attuale numero 1 del Sisde. Sulla sua nomina a capo della polizia c’è l’accordo bipartisan. Gli unici che segnalano una nota stonata sono i prefetti, che lamentano una anomala concentrazione di potere: il capo della polizia uscente, Gianni De Gennaro, diventa capo di gabinetto del ministro Amato e due suoi fedelissimi (Manganelli e Gabrielli, appunto) sono al vertice della pubblica sicurezza (che coordina anche l’attività delle altre forze dell’ordine) e del servizio segreto civile. Per l’associazione e il sindacato dei prefetti ‘’in sostanza la gestione dell’intero ministero dell’Interno sarà nelle mani di dirigenti della polizia di Stato, con una concentrazione di poteri in un’unica squadra, situazione quanto mai inopportuna in un paese democratico’’. Resta da sperare che, al di là dei “manganelli” del cognome, il nuovo capo faccia dimenticare gli eccessi e i depistaggi che dal G8 di Genova hanno macchiato la polizia. [...]
Il 17 Novembre 2007 alle 11:45 Verità per Genova? Io la chiedo sugli appalti del G8 » Panorama.it - Italia ha scritto:
[...] Oggi a Genova in testa al corteo che chiede «verità per il G8» ci sarà anche un’elegante e biondissima signora ebrea di origine inglese, dai molti titoli accademici. È la coordinatrice ligure del forum delle idee dei Liberaldemocratici di Lamberto Dini ed è stata l’assistente personale del capostruttura Achille Vinci Giacchi al vertice G8 del 2001. La signora si chiama Isabella De Martini, anche se è più conosciuta come Susy. Che cosa c’entra con la protesta di Rifondazione comunista e dei No global? C’entra eccome. Ai tempi del vertice - organizzato a cavallo dei governi D’Alema, Amato, Berlusconi - dopo l’iniziale luna di miele con gli altri organizzatori se ne andò sbattendo la porta e presentò in procura un dettagliato esposto su presunti sprechi e irregolarità amministrative nella gestione degli appalti che, per ora, non ha avuto conseguenze penali. Signora, lei che difende i vandali del G8? La verità è che in questo paese pagano solo quelli che tirano pietre, quasi mai i manager e i politici in giacca e cravatta. Io in quell’occasione ho assistito non solo alle devastazioni, ma anche ad altri tipi di reati. Mentre l’opinione pubblica era impegnata a occuparsi degli scontri, i responsabili dell’organizzazione (ai magistrati ho fatto nomi e cognomi) si mangiavano la torta dei finanziamenti. Quindi la “Verità” che chiede è molto diversa da quella invocata dal corteo di oggi? Diciamo che è l’altra faccia del G8 che nessuno ha avuto il coraggio di illuminare. Gli sprechi di denaro pubblico di quei mesi, gli appalti aggiustati e molte altre irregolarità devono essere rese note all’opinione pubblica. Lei ha testimoniato a Catanzaro davanti al pm Luigi De Magistris nell’inchiesta su un presunto comitato d’affari illeciti. È vero. Purtroppo in Italia i magistrati che indagano sui poteri forti, sulla massoneria, sulla politica vengono fatti passare per incompetenti o per pazzi. Guardi quello che sta succedendo a De Magistris o al gip milanese Clementina Forleo. Chi fa condannare i black bloc ha invece ha la carriera spianata, riceve encomi e promozioni. Vuole dire che i teppisti non devono essere puniti? Eppure lei non ha proprio l’aspetto di una Tuta nera! Sto dicendo che chi commette reati altrettanto odiosi, ma senza sporcarsi le mani deve essere ugualmente perseguito. Rubare milioni di euro non è meno grave che spaccare una vetrina. Detto da lei che è impegnata in politica… Appunto: vedo quello che mi succede intorno. E spero che la situazione cambi. Per riuscirci bisogna iniziare dall’interno, ricomponendo la frattura che si è creata tra piazza e palazzo. [...]
Il 4 Luglio 2008 alle 12:51 Irruzione alla scuola Diaz, i Pm:”Fu un massacro, polizia omertosa” » Panorama.it - Italia ha scritto:
[...] “Un massacro”. Non usa giri di parole il pm Francesco Cardona Albini nella sua requisitoria al processo di Genova per l’irruzione della polizia alla scuola Diaz durante il G8 del 2001. “Ed è stato questo massacro” aggiunge “e non certo il reato associativo contestato dalla polizia, ad accomunare le 93 vittime di questo processo, di varie nazionalità, che prima neppure si conoscevano”. Il Pm ha proseguito poi nella sua requisitoria raccontando i pestaggi subiti dai manifestanti che si trovavano all’interno della Diaz. Sono 29 gli agenti e funzionari imputati nel processo, 93 manifestanti furono arrestati, 60 di loro finirono ricoverati in ospedale quella sera del 21 luglio 2001. Il giorno dopo furono tutti scarcerati. Ieri l’altro pubblico ministero titolare dell’inchiesta, Enrico Zucca, aveva parlato chiaramente di “omertà” all’interno delle forze dell’ordine. “Un atteggiamento che ha reso molto diffcili le indagini”. Zucca ha citato il prefetto Ansoino Andreassi, responsabile del G8 a Genova fino all’arrivo del prefetto Arnaldo La Barbera. Nella sua deposizione Andreassi spiegò che all’origine della perquisizione nella scuola Diaz vi fu la ricerca da parte delle forze dell’ordine del riscatto del loro operato e della loro immagine offuscata dai disordini e dalla morte di Carlo Giuliani, con una azione più incisiva. Andreassi inoltre rivelò che fu decisa dall’alto e dai vertici presenti a Genova. Durante le indagini, che vanno avanti da sette anni, sono stati molti i colpi di scena e i nomi importanti (uno su tutti, l’ex capo della Polizia Gianni de Gennaro, rinviato a giudizio per istigazione alla falsa testimonianza) coinvolti. Decisive alcune testimonianze di appartenenti alle forze dell’ordine, come l’ex vicequestore di Roma Michelangelo Fournier che per descrivere la scena dentro la scuola dopo l’irruzione parlò di “macelleria messicana”. “La sera del 21 luglio, in via Cesare Battisti e nelle vie limitrofe alla scuola” ha detto Zucca “non vigeva nemmeno il codice penale”. [...]
Il 26 Settembre 2011 alle 1:12 COMODI: “ONLY ONE POSSIBILITY REMAINS: THAT THE POLICE PUT A BIT OF DNA ON IT” « perugia shock ha scritto:
[...] CALL IT ‘LA MANINA’ Cops Condemned for Planting [...]
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