È morto un grande giornalista. Claudio Rinaldi è stato il direttore dei settimanali. Ne ha diretti tre, prima L’Europeo, poi Panorama, poi L’Espresso. Era un giornalista di gran razza, un direttore fuoriclasse, un uomo illuminato da un’intelligenza che spesso colpiva per quanto era intuitiva e irriverente.
Viveva il lavoro come una religione (ma non avrebbe amato questa definizione): preciso, pignolo, era sempre il primo ad arrivare in redazione, l’ultimo ad andarsene.
Era nato a Roma (e si sentiva quando parlava, a volte, si divertiva a esagerare l’accento) il 9 aprile del 1946. Veniva dal quotidiano Lotta continua, che aveva abbandonato presto. Cominciò a collaborare a Espansione. Lo notò Lamberto Sechi che lo chiamò a Panorama, che dirigeva, per scrivere di economia.
Anche da direttore controllava con minuzia ogni titolo, ogni sommario, ogni occhiello. Le bozze erano disseminate della sua scrittura minimalista e le sue correzioni erano puntuali. Ma era dotato di una grande ironia: le riunioni di redazione le dirigeva con delle gran risate, con senso dell’umorismo, non prendendosi mai sul serio, pronto a scagliare perfide frecciate e battute ai suoi giornalisti, ma soprattutto a se stesso. La malattia, a un certo punto, aveva intrappolato il suo corpo. Ma il suo spirito era intatto.
Tutti gli altri direttori della sua generazione, con i quali era cresciuto, lo consideravano il migliore di tutti, l’unico del quale avere veramente rispetto. Ma Rinaldi, un bel viso da medaglione romano, gli occhi vividi, era soprattutto uno spirito libero, sempre pronto a buttarsi controcorrente. Era un combattente che non si fermava mai di fronte a nulla, pronto a rischiare sulla sua pelle per un’opinione, per un’idea. La sua rubrica sull’Espresso si chiamava “Non ci posso credere”, ultimamente aveva aperto un blog: titolo “Italia loro”, come a prendere le distanze da un paese dalla classe politica che l’aveva deluso, ancora una volta. Bacchettava Romano Prodi, Vincenzo Visco.
Non si era mai fatto corrompere dai salotti, faceva una vita riservata, vedeva pochi cari amici. Amava la vita, le giacche di Armani, la sua Bmw decappottabile rossa. Giocava a poker con il principe Carlo Caracciolo, il suo editore, Giuliano Ferrara, Jas Gawronski e Gianluigi Melega, Giovanni Malagò. Non era un gran pokerista. Ma un giocatore coraggioso. Disposto a rischiare anche sulle carte.
Lascia un gran vuoto, per un sacco di gente.
- Giovedì 5 Luglio 2007

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Commenti
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Il 5 Luglio 2007 alle 13:24 pacato ha scritto:
… peccato. Avebbe dato ancora molto …
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