
Tornano piene le culle d’Italia. Sono più di 500 mila i bambini nati nel 2006 (il 10,3% stranieri), quasi 6.000 in più rispetto al 2005: è l’aumento maggiore degli ultimi 12 anni.
Il Bilancio demografico nazionale 2006 dell’Istat registra comunque una crescita zero. Anche con le nuove nascite e con la prolificità degli immigrati non si riesce a raggiungere un saldo positivo. Infatti, dalla differenza tra i bambini nati (560.010) e i morti (557.892), risultano esserci poco più di 2.000 italiani “nuovi”.
L’incremento delle nascite varia a seconda dell’area geografica. Se infatti nelle regioni del Centro si registra un +2,6%, nel Nord-Ovest del 2,5% e nel Nord-Est dell’1,8%, nelle regioni meridionali e nelle isole si conferma la tendenza al decremento, con un -0,9% al Sud e -1,3% sulle isole. Si è pertanto registrato un incremento della popolazione residente di 379576 unità,dovuto quasi completamente alle migrazioni dall’estero e alle rettifiche post-censuarie.
In 12 anni, evidenzia il rapporto, la percentuale di bambini stranieri nati in Italia è passata dal 1,7% (poco più di 9 mila nel 1995) al 10,3% nel 2006 con quasi 58 mila nascite. Sono le aree del Nord del Paese a far registrare il maggior numero di bimbi stranieri. Sia nel Nord-Est che nel Nord-Ovest i figli di immigrati sono il 16%. Ma questa tendenza si attenua a mano a mano che si scende verso il Sud: nelle regioni centrali ci sono 12 stranieri ogni 100 nati, nel Mezzogiorno solo 2 ogni 100.
Complessivamente, infatti, la variazione di popolazione è stata determinata dalla somma delle seguenti voci di bilancio: il saldo del movimento naturale pari a +2.118 unità, il saldo del movimento migratorio con l’estero pari a +222.410, un incremento dovuto alle rettifiche post-censuarie e al saldo interno pari a +155.048 unità.
Come già da diversi anni, l’incremento demografico del nostro Paese - spiega l’Istat - è garantito da un saldo migratorio con l’estero positivo. Nel corso del 2006 sono state iscritte all’anagrafe come provenienti dall’estero 297.640 persone, mentre ammontano a 75.230 le cancellazioni di persone residenti in Italia trasferitesi all’estero. Tra gli iscritti, gli italiani che rientrano dopo un periodo di permanenza all’estero rappresentano poco più del 14 per cento. La larga maggioranza è costituita da cittadini stranieri, soprattutto nelle regioni del Nord e del Centro (oltre il 90 per cento), mentre la quota di stranieri è meno significativa nelle regioni del Mezzogiorno. Il saldo relativo ai cittadini stranieri, pur consistente, è tuttavia inferiore di circa 30 mila unità a quello dell’anno precedente.
Nel corso del 2006 i trasferimenti di residenza interni hanno coinvolto circa 1 milione e mezzo di persone e, secondo un modello migratorio ormai consolidato, sono caratterizzati da uno spostamento di popolazione dalle regioni del Mezzogiorno (eccettuato l’Abruzzo) a quelle del Nord e del Centro. Il tasso migratorio interno oscilla tra il -4,4 per mille della Campania e il 4,6 per mille dell’Emilia-Romagna.
La migratorietà interna è dovuta anche agli stranieri residenti nel nostro Paese, che seguono una direttrice simile a quella delle migrazioni degli italiani, ma presentano una maggior propensione alla mobilità. Infatti, i cittadini stranieri, pur rappresentando il 5,0 per cento della popolazione, contribuiscono al movimento interno per circa il 15 per cento.
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Il 6 Luglio 2007 alle 17:30 Il “caso zingari”: se è più di sinistra accoglierli o cacciarli » Panorama.it - Italia ha scritto:
[...] Tra percezione e realtà, le grandi città italiane, d’estate, sembrano assediate dai rom. E non manca giorno che non si senta di furti e rapine che hanno come protagonisti zingari giovanissimi. Eppure, come è stato documentato qualche giorno fa in un convegno della Comunità di Sant’Egidio a Roma, i rom in Italia sono meno dello 0,2 per cento della popolazione (circa 140 mila in numero), contro il 2 per cento della popolazione dell’Europa a 27 (7 milioni). Il 70 per cento degli zingari è di nazionalità italiana e una buona metà è composta da giovani (meno di 18 anni). I rom italiani sono in gran parte cattolici, ma vi è una buona consistenza di cristiani ortodossi e di musulmani. Hanno inoltre una storia antica di persecuzioni, come ha ricordato al convegno di Roma Amos Luzzatto, (ex presidente dell’Unione delle comunità ebraiche italiane): “Hanno subito isolamento, persecuzione, espulsioni come gli ebrei”. E ancora oggi sono discriminati (come ha detto Mario Marazziti, al seminario romano: “Non si è ancora usciti dall’antigitanismo’’), anche perché la popolazione italiana tende ad attribuire buona parte dei furti negli appartamenti e nelle auto ai ragazzi rom. Così, le tensioni che prima covavano nel ventre molle delle grandi aree metropolitane, sono esplose con il recente massiccio ingresso di rom romeni e quindi con le difficoltà di accoglienza. Davanti al dilemma cruciale, Che fare?, i sindaci di sinistra delle metropoli italiane, dai quali ci si attenderebbe accoglienza e solidarietà, stanno invece, da qualche tempo, adottando una politica di rigore, di intransigenza. Si stanno, per dirla con un termine alla moda, sarkosizzando, mettendosi in scia del nuovo presidente francese. Aveva appunto cominciato, nell’ottobre del 2005, il sindaco di Bologna, Sergio Cofferati. Contro i campi nomadi che sostavano, illegalmente e pericolosamente, sul lungo Reno, l’ex leader Cgil prese la situazione (e gli oppositori di Rifondazione) di petto e li fece sgomberare dalle ruspe comunali. Un po’ più morbido e laterale, secondo le sue prerogative, l’atteggiamento del sindaco di Roma Walter Veltroni: lui, proprio il giorno prima del suo discorso programmatico al Lingotto, quale futuro leader del Pd, è andato in Romania a firmare un protocollo d’intesa con lo scopo di far ritornare quanti più nomadi possibili in patria, senza provvedimenti coatti. A maggio, tuttavia, siglando insieme ad Achille Serra (Prefetto di Roma), Piero Marrazzo (Governatore del Lazio), Enrico Gasbarra (Presidente della Provincia di Roma) e Giuliano Amato (ministro dell’Interno) il patto sulla sicurezza che prevedeva l’abbattimento dei villaggi rom e il ricollocamento dei loro abitanti in nuove aree fuori dal Gra, chiamati villaggi della solidarietà. A fine giugno, il caso è scoppiato anche a Milano e hinterland. Una deflagrazione che ha fatto tremare la giunta di sinistra di Filippo Penati alla Provincia, e ha destabilizzato l’Unione, all’opposizione di Consiglio comunale. Tutto per quella mozione bipartisan (votata dall’Ulivo, da Forza Italia, An, Udc, dalla Lista Ferrante e dai Verdi e osteggiata da Rc, Lista Fo e Sinistra democratica) approvata a Palazzo Marino che di fatto dà il via allo sgombero dei campi abusivi (con conseguente spostamento dei nomadi in aree attrezzate), ma dice anche che per i rom bisogna definire un numero chiuso a Milano, 2mila-2500 contro i 6mila almeno stimati oggi in città. In realtà, la Comunità di Sant’Egidio una soluzione ce l’avrebbe per gli apolidi dei giorni nostri: servono campi protetti, abitazioni, scuole, servizi sanitari, permessi di soggiorno. E soprattutto un piano politico più ampio, di livello nazionale. Da noi, invece, tutto viene rinviato ai comuni, al volontarismo di pochi e alle decisioni dei sindaci che, soprattutto se di sinistra, oltre a trovare risorse anche per questi anomali cittadini, i cui diritti vanno comunque tutelati, devono affrontare il malcontento dei propri cittadini elettori. Presi in mezzo al doppio nodo, soffocante come l’afa estiva: vivere in zone che pullulano di nomadi e stranieri e nomadi e arrovellarsi con i dubbio se sia più di sinistra il desiderio di sicurezza o la volontà di accoglienza? [...]
Il 6 Luglio 2007 alle 18:27 Il “caso zingari”: se è più di sinistra accoglierli o cacciarli | rubriche ha scritto:
[...] Tra percezione e realtà, le grandi città italiane, d’estate, sembrano assediate dai rom. E non manca giorno che non si senta di furti e rapine che hanno come protagonisti zingari giovanissimi. Eppure, come è stato documentato qualche giorno fa in un convegno della Comunità di Sant’Egidio a Roma, i rom in Italia sono meno dello 0,2 per cento della popolazione (circa 140 mila in numero), contro il 2 per cento della popolazione dell’Europa a 27 (7 milioni). Il 70 per cento degli zingari è di nazionalità italiana e una buona metà è composta da giovani (meno di 18 anni). I rom italiani sono in gran parte cattolici, ma vi è una buona consistenza di cristiani ortodossi e di musulmani. Hanno inoltre una storia antica di persecuzioni, come ha ricordato al convegno di Roma Amos Luzzatto, (ex presidente dell’Unione delle comunità ebraiche italiane): “Hanno subito isolamento, persecuzione, espulsioni come gli ebrei”. E ancora oggi sono discriminati (come ha detto Mario Marazziti, al seminario romano: “Non si è ancora usciti dall’antigitanismo’’), anche perché la popolazione italiana tende ad attribuire buona parte dei furti negli appartamenti e nelle auto ai ragazzi rom. Così, le tensioni che prima covavano nel ventre molle delle grandi aree metropolitane, sono esplose con il recente massiccio ingresso di rom romeni e quindi con le difficoltà di accoglienza. Davanti al dilemma cruciale, Che fare?, i sindaci di sinistra delle metropoli italiane, dai quali ci si attenderebbe accoglienza e solidarietà, stanno invece, da qualche tempo, adottando una politica di rigore, di intransigenza. Si stanno, per dirla con un termine alla moda, sarkosizzando, mettendosi in scia del nuovo presidente francese. Aveva appunto cominciato, nell’ottobre del 2005, il sindaco di Bologna, Sergio Cofferati. Contro i campi nomadi che sostavano, illegalmente e pericolosamente, sul lungo Reno, l’ex leader Cgil prese la situazione (e gli oppositori di Rifondazione) di petto e li fece sgomberare dalle ruspe comunali. Un po’ più morbido e laterale, secondo le sue prerogative, l’atteggiamento del sindaco di Roma Walter Veltroni: lui, proprio il giorno prima del suo discorso programmatico al Lingotto, quale futuro leader del Pd, è andato in Romania a firmare un protocollo d’intesa con lo scopo di far ritornare quanti più nomadi possibili in patria, senza provvedimenti coatti. A maggio, tuttavia, siglando insieme ad Achille Serra (Prefetto di Roma), Piero Marrazzo (Governatore del Lazio), Enrico Gasbarra (Presidente della Provincia di Roma) e Giuliano Amato (ministro dell’Interno) il patto sulla sicurezza che prevedeva l’abbattimento dei villaggi rom e il ricollocamento dei loro abitanti in nuove aree fuori dal Gra, chiamati villaggi della solidarietà. A fine giugno, il caso è scoppiato anche a Milano e hinterland. Una deflagrazione che ha fatto tremare la giunta di sinistra di Filippo Penati alla Provincia, e ha destabilizzato l’Unione, all’opposizione di Consiglio comunale. Tutto per quella mozione bipartisan (votata dall’Ulivo, da Forza Italia, An, Udc, dalla Lista Ferrante e dai Verdi e osteggiata da Rc, Lista Fo e Sinistra democratica) approvata a Palazzo Marino che di fatto dà il via allo sgombero dei campi abusivi (con conseguente spostamento dei nomadi in aree attrezzate), ma dice anche che per i rom bisogna definire un numero chiuso a Milano, 2mila-2500 contro i 6mila almeno stimati oggi in città. In realtà, la Comunità di Sant’Egidio una soluzione ce l’avrebbe per gli apolidi dei giorni nostri: servono campi protetti, abitazioni, scuole, servizi sanitari, permessi di soggiorno. E soprattutto un piano politico più ampio, di livello nazionale. Da noi, invece, tutto viene rinviato ai comuni, al volontarismo di pochi e alle decisioni dei sindaci che, soprattutto se di sinistra, oltre a trovare risorse anche per questi anomali cittadini, i cui diritti vanno comunque tutelati, devono affrontare il malcontento dei propri cittadini elettori. Presi in mezzo al doppio nodo, soffocante come l’afa estiva: vivere in zone che pullulano di nomadi e stranieri e nomadi e arrovellarsi con i dubbio se sia più di sinistra il desiderio di sicurezza o la volontà di accoglienza? [...]
Il 10 Luglio 2007 alle 9:01 MenteCritica · Caffè amaro del 10/07/07 ha scritto:
[...] Come spesso accade questi dati sono buoni solo per qualche articolo di riempimento su giornali e telegiornali. Articoli da iniziare con frasi come “Tornano piene le culle d’Italia. ” o “In Italia «tornano a volare» le cicogne” che offrono la possibilità di mostrare un bel seno. Grazie media. [...]
Il 9 Novembre 2007 alle 11:43 lebonsens ha scritto:
Con i ROM si è sempre adottata una politica lassista, tanto da destra quanto da sinistra. Se controllati effettivamente, non verrebbero più in Italia, come sta succedendo in Francia. D’altra parte mi chiedo perchè si debbano dare loro campi attrezzati, quando dispongono di macchinoni e roulottes di grande valore. Aiutiamo i veri deboli: ne abbiamo più di dieci milioni e tutti di nazionalità italiana. Se poi resta qualche cosa… si vedrà se qualcuno lo merita. In caso contrario ….. tutti a casa.
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