Il “caso zingari”: se è più di sinistra accoglierli o cacciarli

Una nomade di un campo Rom
Tra percezione e realtà, le grandi città italiane, d’estate, sembrano assediate dai rom. E non manca giorno che non si senta di furti e rapine che hanno come protagonisti zingari giovanissimi. Eppure, come è stato documentato qualche giorno fa in un convegno della Comunità di Sant’Egidio a Roma, i rom in Italia sono meno dello 0,2 per cento della popolazione (circa 140 mila in numero), contro il 2 per cento della popolazione dell’Europa a 27 (7 milioni). Il 70 per cento degli zingari è di nazionalità italiana e una buona metà è composta da giovani (meno di 18 anni). I rom italiani sono in gran parte cattolici, ma vi è una buona consistenza di cristiani ortodossi e di musulmani. Hanno inoltre una storia antica di persecuzioni, come ha ricordato al convegno di Roma Amos Luzzatto, (ex presidente dell’Unione delle comunità ebraiche italiane): “Hanno subito isolamento, persecuzione, espulsioni come gli ebrei”. E ancora oggi sono discriminati (come ha detto Mario Marazziti, al seminario romano: “Non si è ancora usciti dall’antigitanismo”), anche perché la popolazione italiana tende ad attribuire buona parte dei furti negli appartamenti e nelle auto ai ragazzi rom.
Così, le tensioni che prima covavano nel ventre molle delle grandi aree metropolitane, sono esplose con il recente massiccio ingresso di rom romeni e quindi con le difficoltà di accoglienza.
Davanti al dilemma cruciale, Che fare?, i sindaci di sinistra delle metropoli italiane, dai quali ci si attenderebbe accoglienza e solidarietà, stanno invece, da qualche tempo, adottando una politica di rigore, di intransigenza. Si stanno, per dirla con un termine alla moda, sarkosizzando, mettendosi in scia del nuovo presidente francese.
Aveva appunto cominciato, nell’ottobre del 2005, il sindaco di Bologna, Sergio Cofferati. Contro i campi nomadi che sostavano, illegalmente e pericolosamente, sul lungo Reno, l’ex leader Cgil prese la situazione (e gli oppositori di Rifondazione) di petto e li fece sgomberare dalle ruspe comunali.
Un po’ più morbido e laterale, secondo le sue prerogative, l’atteggiamento del sindaco di Roma Walter Veltroni: lui, proprio il giorno prima del suo discorso programmatico al Lingotto, quale futuro leader del Pd, è andato in Romania a firmare un protocollo d’intesa con lo scopo di far ritornare quanti più nomadi possibili in patria, senza provvedimenti coatti. A maggio, tuttavia, siglando insieme ad Achille Serra (Prefetto di Roma), Piero Marrazzo (Governatore del Lazio), Enrico Gasbarra (Presidente della Provincia di Roma) e Giuliano Amato (ministro dell’Interno) il patto sulla sicurezza che prevedeva l’abbattimento dei villaggi rom e il ricollocamento dei loro abitanti in nuove aree fuori dal Gra, chiamati villaggi della solidarietà.
A fine giugno, il caso è scoppiato anche a Milano e hinterland. Una deflagrazione che ha fatto tremare la giunta di sinistra di Filippo Penati alla Provincia, e ha destabilizzato l’Unione, all’opposizione di Consiglio comunale. Tutto per quella mozione bipartisan (votata dall’Ulivo, da Forza Italia, An, Udc, dalla Lista Ferrante e dai Verdi e osteggiata da Rc, Lista Fo e Sinistra democratica) approvata a Palazzo Marino che di fatto dà il via allo sgombero dei campi abusivi (con conseguente spostamento dei nomadi in aree attrezzate), ma dice anche che per i rom bisogna definire un numero chiuso a Milano, 2mila-2500 contro i 6mila almeno stimati oggi in città.
In realtà, la Comunità di Sant’Egidio una soluzione ce l’avrebbe per gli apolidi dei giorni nostri: servono campi protetti, abitazioni, scuole, servizi sanitari, permessi di soggiorno. E soprattutto un piano politico più ampio, di livello nazionale. Da noi, invece, tutto viene rinviato ai comuni, al volontarismo di pochi e alle decisioni dei sindaci che, soprattutto se di sinistra, oltre a trovare risorse anche per questi anomali cittadini, i cui diritti vanno comunque tutelati, devono affrontare il malcontento dei propri cittadini elettori. Presi in mezzo al doppio nodo, soffocante come l’afa estiva: vivere in zone che pullulano di nomadi e stranieri e nomadi e arrovellarsi con i dubbio se sia più di sinistra il desiderio di sicurezza o la volontà di accoglienza?

Commenti

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Il 6 Luglio 2007 alle 17:40 Viaggio a Chiaravalle, dove gli abitanti sono mille. E mille i rom » Panorama.it - Italia ha scritto:

[...] LEGGI ANCHE: Il circolo Arci contro “l’invasione” dei rom. La ricetta di suor Ancilla: accoglienza e istruzione. È più di sinistra accoglierli o cacciarli? Guarda la GALLERY [...]

Il 6 Luglio 2007 alle 18:28 Il “caso zingari”: se è più di sinistra accoglierli o cacciarli | rubriche ha scritto:

[...] leggi su Panorama.it - Italia [...]

Il 10 Luglio 2007 alle 8:21 sucardrom ha scritto:

Diventa difficile riuscire a parlare di Sinti e di Rom in questo momento politico. la realtà è che queste popolazioni sono le più discriminate nel nostro Paese e chi sta decidendo, i politici, non ha la più pallida idea della storia anche recente.

il risultato è che si parla di integrazione (con l’intenzione di assimilarli) ma si praticano politiche di separazione, allontanandoli e/o concentrandoli in ghetti.

ciao, sucardrom

http://www.sucardrom.eu
http://sucardrom.blog.tiscali......it

Il 29 Luglio 2007 alle 10:44 zingaria.blogspot.com ha scritto:

E’ difficile affrontare un problema quando lo si affronta con un preconcetto politico.

Violenza, sfruttamento dei minori, furti, degrado…
Questo sito fa da collettore discontinuo delle notizie pubblicate dagli organi di stampa.

http://zingaria.blogspot.com

Il 13 Agosto 2007 alle 13:32 Nel rogo di Livorno s’incendia lo scontro tra sindaci di sinistra e ministro della Solidarietà » Panorama.it - Italia ha scritto:

[...] Basta con la politica dello scaricabarile sulla testa di quattro piccoli rom morti, nella loro baracca di legno e lamiera, sotto un cavalcavia alla periferia di Livorno. Basta: i sindaci (soprattutto quelli di centrosinistra) non ci stanno e alle accuse del ministro della Solidarietà sociale Paolo Ferrero, che ha fatto cadere sulle amministrazioni locali le responsabilità sull’emergenza dei campi nomadi, rispondono chiedendo “più legalità e più risorse per trovare soluzioni al problema”. Il ministro, in un’intervista a Repubblica, accusava Comuni e Regioni di considerare soldi gettati al vento quelli da destinare all’integrazione delle etnie nomadi, e ai partiti di centrodestra di alimentare la paura e l’intolleranza: “Occuparsi di nomadi e di immigrati non porta voti. Anzi, li fa perdere”. Quella di Livorno, aveva concluso Ferrero è “Una tragedia annunciata. Dall’incuria e dal razzismo”. Parole pesanti che hanno scatenato un vero uragano di proteste e di “non ci sto”. Tanto che il premier Romano Prodi ha dovuto interrompere la consegna del silenzio che si era imposto in queste vacanze e, partecipando a un incontro con l’associazione “Opera per la gioventù Giorgio La Pira“, alla fine è intervenuto: “È un problema politico di una complicazione terribile; dobbiamo studiare tutti gli aspetti politici e tecnici per trovare tutte le soluzioni possibili al problema”. Una dichiarazione di buoni propositi che non ha placato la rabbia di molti sindaci. Per esempio quella di Massimo Cacciari, primo cittadino di Venezia: “Il ministro Ferrero crede che sia semplice sistemare i campi nomadi e aiutare i più indigenti, siano nomadi o meno, con i fondi tagliati? Lo sa che mettere in piedi un campo è di un’estrema difficoltà? Se sa tutto questo parli, altrimenti è meglio che stia zitto”. Insomma, mentre si chiudevano le indagini del pm di Livorno, Antonio Giaconi, che ha fatto arrestare i genitori dei quattro bimbi, con l’accusa di incendio colposo e abbandono di minore e incapace, il caso politico montava. Per l’Anci ha parlato Leonardo Domenici, presidente nazionale e sindaco diessino di Firenze: “Nelle parole di Ferrero c’è il tentativo di usare la tattica dello scaricabarile. Il titolo V della Costituzione consegna nelle mani dello Stato ogni responsabilità in materia di immigrazione: la politica dell’accoglienza ha bisogno di linee guida e fondi che devono arrivare dall’esecutivo nazionale”. Il problema individuato dai sindaci è dunque il reperimento delle risorse. Già, perché senza risorse è difficile predisporre delle serie politiche per il problema relativo all’immigrazione e ai rom. Soldi che secondo Ferrero arriveranno ma che gli stessi enti devono essere capaci di trovare: “Sono completamente d’accordo con Domenici” ha detto il ministro, cercando di difendersi dagli attacchi dei sindaci “che serve cooperazione tra tutte le istituzioni, e sottolineo la necessità che vi siano le risorse necessarie. Ci sono tre milioni di euro per un progetto di integrazione dei nomadi in cinque città tra cui Napoli e Torino”. Ma neanche questa marcia indietro è riuscita a fare scudo sul ministro piemontese. Che, secondo il vicesindaco di Milano, Riccardo De Corato: “Ignora che i problemi dell’integrazione non si risolvono con le parole e con gli attestati di buona volontà, ma con le risorse”. A Milano e nei dintorni, ha ricordato De Corato, vivono almeno 10 mila rom romeni e che, dopo l’adesione della Romania all’Unione Europea, il capoluogo lombardo è esposto più di altri “al rischio di un’invasione. Ma dopo i pesanti tagli in Finanziaria dovremmo forse sottrarre risorse ai servizi per gli anziani, per i senza tetto o per l’infanzia per costruire nuovi campi nomadi?”. Per questo sollecita il governo a prendere l’iniziativa: da una parte garantendo l’efficacia degli accordi bilaterali con la Romania per trattenere i rom in patria (un impegno che, a Roma, ha dovuto risolvere personalmente Walter Veltroni), dall’altra stanziando nuovi fondi. Anche il sindaco unionista di Livorno, Alessandro Cosimi, rimanda le accuse al mittente e mette il dito nella piaga dei fondi: “Mai abbiamo girato le spalle sulla questione della società condivisa. Ma questi problemi non si possono risolvere a livello locale”. La stessa posizione del forzista Osvaldo Napoli, vicepresidente Anci: “Venga Ferrero a spiegare ai cittadini perché è bello e utile e giusto trovarsi i campi nomadi sotto casa”. [...]

Il 8 Novembre 2007 alle 12:32 Bologna: extracomunitari al voto per una poltrona alla Provincia » Panorama.it - Italia ha scritto:

[...] Un nuovo organo consultivo, che non ha mancato di suscitare polemiche e vivaci dibattiti. La nuova assise si riunirà almeno tre volte l’anno (nei mesi di febbraio, giugno e ottobre) e il più importante tra i suoi compiti sarà quello di esprimere un parere non vincolante sul bilancio della Provincia, che comunque sarà tenuta a dare una risposta motivata alla sue obiezioni. Il Presidente della Consulta parteciperà poi a tutte le riunioni della giunta provinciale e avrà diritto di parola su tutti i temi trattati. Alla tornata, gli immigrati non comunitari si sono preparati da tempo. I più solerti e attivi, sono stati i marocchini e gli albanesi (questi ultimi presentano anche il candidato più giovane: un diciottenne). Mentre non c’è traccia di cittadini romeni (che, prima di finire nell’occhio del ciclone per i fatti di Roma, proprio a Bologna furono al centro delle prime azioni di polizia volute dal sindaco Cofferati). [...]

Il 26 Novembre 2007 alle 15:32 Bologna: extracomunitari al voto per una poltrona alla Provincia « BRUCI LA CITTA’! ha scritto:

[...] Bologna: extracomunitari al voto per una poltrona alla Provincia Trecento posti per trenta candidati. Trentaquattro nazionalità rappresentate, con una netta prevalenza dei paesi dell’Africa centrale e del Maghreb. Il 2 dicembre, la provincia di Bologna eleggerà il suo primo Consiglio dei cittadini stranieri e apolidi.Un nuovo organo consultivo, che non ha mancato di suscitare polemiche e vivaci dibattiti. La nuova assise si riunirà almeno tre volte l’anno (nei mesi di febbraio, giugno e ottobre) e il più importante tra i suoi compiti sarà quello di esprimere un parere non vincolante sul bilancio della Provincia, che comunque sarà tenuta a dare una risposta motivata alla sue obiezioni. Il Presidente della Consulta parteciperà poi a tutte le riunioni della giunta provinciale e avrà diritto di parola su tutti i temi trattati. Alla tornata, gli immigrati non comunitari si sono preparati da tempo. I più solerti e attivi, sono stati i marocchini e gli albanesi (questi ultimi presentano anche il candidato più giovane: un diciottenne). Mentre non c’è traccia di cittadini romeni (che, prima di finire nell’occhio del ciclone per i fatti di Roma, proprio a Bologna furono al centro delle prime azioni di polizia volute dal sindaco Cofferati). [...]

Il 29 Novembre 2007 alle 17:15 Doppio Veltroni: duro e in ascesa in Italia, indeciso e in calo a Roma » Panorama.it - Italia ha scritto:

[...] Per accreditare l’immagine di un leader affidabile, Veltroni nell’ultimo mese ha cercato di cancellare alcuni suoi tratti buonisti. Si è scagliato contro i rom e ha preso di mira gli immigrati romeni, attirandosi le ire della Romania e dell’Unione europea; ha dichiarato più volte che la sicurezza “non è una cosa di destra” e vorrebbe dimostrarlo; ha rimosso il capo dei vigili urbani di Roma sorpreso a servirsi abusivamente di un bollo per invalidi; ha promesso di agire con il pugno di ferro contro i dipendenti dell’azienda di trasporti pubblici e di quella dei rifiuti che non trovavano di meglio, di notte, che appartarsi con una squilibrata in una cappella del cimitero del Verano. [...]

Il 24 Aprile 2008 alle 12:10 Bologna: tra Pd e Udc le “nozze del manganello”. E dello spray, per i vigili » Panorama.it - Italia ha scritto:

[...] Lui, il “sindaco sceriffo”, Sergio Cofferati alla sicurezza ci tiene in particolar modo. Tanto da mettersi contro (dal giorno degli sgomberi dei Rom sul Reno nel 2005) parte della (ex) maggiorazna di sinistra. Ancora lui, Sergio Cofferati, se c’è da sperimentare non si tira indietro. E allora se Walter Veltroni, segretario del suo partito, dice che per costruire un’opposizione riformista bisogna guardare al centro e approcciarsi all’Udc di Pier Ferdinando Casini, ecco che il primo cittadino bolognese è in prima fila. [...]

Il 17 Luglio 2008 alle 15:28 barnaba1 ha scritto:

Cerco di farla breve: In Italia ognuno di noi ha la Carta di identità, se vuole guidare l’auto deve avere la patente, riuscendo ad ottenere l’autorizzazione si può detenere una arma, a livello internazionale esiste il passaporto per questioni di sicurezza… ma allora, questi cavolo di rom perchè la fanno tanto lunga quando si tratta di esser identificati? Per caso hanno la coda di paglia? Senza voler essere razzista, dico io: nei paesi civili si usa così, se non gli sta bene, allora vadano altrove!

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