Non chiamateli piromani

[i]24 luglio 2007[/i] - Nell'immagine un vigile del fuoco intento a domare un incendio in un bosco alle porte di Cosenza. Anche stamani la situazione incendi - complice il gran caldo - è gravissima, con dieci roghi di grandi dimensioni attivi nelle province di Catanzaro, Cosenza e Reggio Calabria, alcuni dei quali minacciano anche le abitazioni, e altrettante richieste di intervento aereo.<br /> [i](Credits: Ansa)[/i]
Emergenza dovuta al gran caldo di questi giorni. Sì, certo. Ma non solo. Dal Nord al Sud d’Italia nell’ultimo anno ci sono stati 5.643 incendi boschivi, che hanno trasformato in cenere quasi 40.000 ettari di territorio, di cui oltre il 40% di boschi pregiati e foreste. Ma si tratta di una piaga endemica, di un fenomeno che si ripresenta puntualmente ogni estate.
E’ possibile che sia la piromania a dilagare? Perché la prevenzione e la lotta agli incendi non sono abbastanza efficaci?
Maurizio Santoloci è consigliere per i crimini ambientali del Ministero dell’ambiente. Scongiura di non chiamare “piromani” i responsabili, poiché “sarebbe come chiamare cleptomane chi rapina le banche. Qui si parla di un fenomeno criminale, anzi di una criminalità vicina a quella terroristica. Non è vero che la maggioranza degli incendi sono colposi, non è il mozzicone di sigaretta buttato distrattamente il vero colpevole”.
La legge in vigore sarebbe anche efficace, perché prevede pene severe per chi commette il reato di incendio boschivo (definibile incendiario, dunque, non piromane). Il problema è che per individuare i responsabili serve uno sforzo collettivo.
Tutta la polizia deve essere chiamata a sorvegliare i boschi e a fare le indagini, non solo il corpo forestale, che paradossalmente è talmente impegnato a spegnere gli incendi che non ha tempo per evitarli.
“In linguaggio poliziesco una banca viene definita un obiettivo sensibile” aggiunge Patrizia Fantilli, direttrice dell’ufficio legale di Wwf Italia “chiediamo che anche i boschi siano considerati tali. Non sono forse altrettanto preziosi?”
Il punto più debole del sistema di prevenzione degli incendi sembra essere però quello dei deterrenti. “Non c’è certezza della pena” secondo Santoloci. Se tanti di questi incendi bruciano per mano umana è perché dietro ci sono degli interessi forti di speculazione edilizia o sugli appalti per il rimboschimento. E poi ancora per far spazio ai pascoli, o per la caccia. Per questo la legge (n. 353 del 2000, art. 10) prevede che i terreni bruciati da un incendio non possano avere una destinazione diversa da quella precedente, in particolare non sono edificabili e non vi si può pascolare o cacciare per almeno 10 anni e per 5 anni non si possono riforestare.
Ma questo divieto è valido solo se la zona è stata censita come “percorsa dal fuoco” nel catasto comunale.
Secondo un’indagine di Legambiente e della Protezione civile solo il 24% dei comuni italiani realizza il catasto delle aree bruciate. Per il restante 76% dei comuni, quindi, il deterrente dell’inutilizzabilità del terreno è un’arma del tutto spuntata.

Il dossier Ecosistema incendi 2007 di Legambiente

Il decalogo antincendi del Wwf

Il rischio incendi secondo la Protezione Civile

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Il 24 Luglio 2007 alle 19:05 Inferno Italia: il Sud brucia, si contano le vittime » Panorama.it - Italia ha scritto:

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