Referendum: le firme ci sono. Una bomba a orologeria sotto il tavolo della politica.

[i]Roma, 24 Luglio 2007[/i] - La consegna presso la Corte di Cassazione delle firme sui referendum elettorali.<br /> [i](©Photo by Massimo Di Vita)[/i]

Ottocentoventimila 961 firme: tante ne hanno ottenute i referendari per modificare la legge elettorale. Subito depositate in Cassazione, le 207 scatole con le firme hanno messo in moto un meccanismo a orologeria che può esplodere sotto i tavoli dei partiti - governo e opposizione. Eppure la politica sembra distratta da altro.

Vediamo perché. Da ottobre la Cassazione verificherà la validità delle firme, entro gennaio la Corte costituzionale si pronuncerà sulla legittimità dei quesiti, tra il 15 aprile e il 15 giugno 2008 si dovrebbe tenere il referendum. Che, se raggiungesse il quorum (la metà più uno degli elettori), e se prevalessero i sì, modificherebbe la legge attuale su un punto chiave: trasferirebbe il premio di maggioranza dalla coalizione al partito vittorioso.

Ciò significa eliminare quel potere di ricatto che hanno i partiti minori che, appunto, gonfiano le coalizioni per rastrellare voti a destra e sinistra; dare ai partiti maggiori un’identità più centrista (dovrebbero infatti attrezzarsi per raccogliere i consensi del ceto medio); in sostanza rafforzare il bipolarismo attraverso un sistema inverso a quello seguito finora: non più inseguire le estreme, ma tentare di mettere in piedi due grandi partiti, di destra e di sinistra, in grado di rivolgersi principalmente al centro. Come ultima conseguenza verrebbe eliminata qualsiasi tentazione di terzo polo, che non avrebbe chances di concorrere al premio di maggioranza.

Detta così sembra tutta rose e fiori, in realtà i rischi sulla via del referendum non mancano. Il ministro della Giustizia Clemente Mastella dubita della legittimità della consultazione, a suo avviso più propositiva che abrogativa. Guarda caso, Mastella è a capo di uno di quei partiti, l’Udeur, che avrebbero tutto da perdere. Il fronte dei piccoli è composito e agguerrito: ci sono appunto i centristi di Mastella e dell’Udc, ma anche la Lega, Rifondazione, Verdi, comunisti.

Il progetto referendario sembra invece fatto su misura per il futuro Partito democratico da una parte, e per il futuribile Partito delle libertà dall’altra. Eppure anche i grandi - da Walter Veltroni a Silvio Berlusconi - si mostrano tiepidi. Perché? Perché finora destra e sinistra sono state abilissime nel creare grandi coalizioni elettorali, non altrettanto nel proporre nuovi modelli politici progressisti o moderati. Veltroni dice di ispirarsi al New Labour alla Tony Blair, ma a Roma ha governato servendosi di ex dc andreottiani e di Rifondazione. Berlusconi predica il liberismo ma non può fare a meno della Lega da una parte, di Alessandra Mussolini e dei pensionati dall’altra.

Dunque? Dunque il referendum è la cosa che può realmente far cadere il governo. Ben più delle pensioni e della Finanziaria. Se Romano Prodi non farà l’accordo con il centrodestra per una nuova legge elettorale (ipotesi allo stato assai difficile), Mastella & Company toglieranno la fiducia all’esecutivo. Quando? Probabilmente all’inizio 2008. Giusto in tempo per andare alle urne. E, con una nuova legislatura, azzerare il percorso referendario. C’è anche una sottoipotesi: accordo bipartisan per modifiche marginali alla legge elettorale esistente. In apparenza è la soluzione più semplice perché consentirebbe di rinviare le elezioni al 2009. A norma di Costituzione, però, le modifiche devono essere in linea con i quesiti del referendum. Cosa che appare davvero ardua.

Guarda la GALLERY sulla consegna delle firme alla Corte di Cassazione

Commenti

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Il 25 Luglio 2007 alle 18:00 Corrado Buccieri ha scritto:

E facciamola scoppiare.

Il 26 Luglio 2007 alle 14:55 Scalate bancarie: perché Fassino attacca gli alleati » Panorama.it - Italia ha scritto:

[...] Altrettanto bene conoscono tutto ciò i due politici che più hanno mal sopportato la discesa in campo veltroniana, Prodi e Bertinotti. E dunque Fassino e D’Alema vedono fantasmi ovunque: tra i cosiddetti alleati, tra i promotori del referendum, nei poteri forti, perfino in Veltroni stesso. [...]

Il 9 Agosto 2007 alle 13:46 Mastella, Cesa e quelli che si mettono in mezzo. Come sardine bianche » Panorama.it - Italia ha scritto:

[...] Ma sono anche i contenuti del piano Mastella-Cesa che portano a pensare che il “grande centro” non sia solo frutto di immaginazione o del solleone agostano. I nomi citati dal leader Udeur sono quelli di Luca Cordero di Montezemolo (che nei mesi scorsi aveva messo sotto accusa questo bipolarismo, ricattato dalle estreme), cioè il rappresentante di un ceto industriale deluso dai due poli e che da mesi si interroga su un eventuale ruolo di supplenza. E poi di Pezzotta, ex leader della Cisl, ma soprattutto animatore della giornata dell’orgoglio delle famiglie cattoliche e gran collettore di quelle anime, di quei credenti (e forse di quei voti) che mal sopportano il supposto laicismo del governo Prodi, sempre sotto scacco da parte della sinistra radicale. E c’è un altro elemento importante che il piano centrista porta in dote. Finora ciò che ha trattenuto queste forze dal rifondersi è stato l’attuale sistema elettorale che rende velleitaria qualunque avventura fuori dai due schieramenti. Ora, assediati dai sostenitori del referendum, tra i partiti va molto di moda il modello tedesco: proporzionale con sbarramento del 5%. Un sistema che piace un po’ a tutti: a Prc, Verdi, Lega (e si capisce), ma anche ai grandi partiti come Ds, Margherita e Forza Italia perché ognuno farebbe pesare i voti che ha preso e in Parlamento e nei futuri partiti unici (non è un caso che Walter Veltroni e Silvio Berlusconi si siano mostrati tiepidi sul referendum). Un sistema che costringerebbe i nanetti da zero-virgola-per cento a fondersi per non morire: a sinistra del Pd nascerebbe la “cosa Rossa” e al centro, mettendo insieme i loro voti (6,8% dell’Udc più l’1,4% dell’Udeur fa già più dell’otto per cento), troverebbero casa tutti gli eredi della Dc, che infatti sono eccitatissimi all’idea. [...]

Il 22 Ottobre 2007 alle 9:29 Detti e contraddetti: Veltroni, un uomo per sei stagioni » Panorama.it - Italia ha scritto:

[...] Tra Francia e Spagna. La riforma elettorale scalda i politici tanto quanto non interessa alla gente. Sarà anche per questo che Veltroni ne parla in modo ondivago. È sponsor del referendum, inviso ai piccoli partiti: ma non firma: “Non posso, creerei difficoltà al governo”. Un paradosso: ministri vicini a Prodi come Arturo Parisi e Giulio Santagata hanno firmato. Veltroni si spende per il sistema elettorale francese, poi per quello spagnolo, poi nuovamente si infatua per la Francia: “Visto Sarkozy? Tre giorni per fare il governo, pochi ministri…”. Lancia la sua riforma costituzionale: “Perché abbiamo 1.000 parlamentari? Perché una legge deve passare dalla Camera e poi dal Senato? Perché il capo del governo non ha potere di nomina e revoca dei ministri?”. Di senatori “ne basterebbero 100, quanti negli Usa”. Sono le stesse cose previste dalla riforma del centrodestra bocciata da un referendum nel giugno 2006. E chi era tra i promotori del referendum? Veltroni. Presidente del comitato? Oscar Luigi Scalfaro: un anno dopo capo del comitato elettorale di Veltroni. Il quale spiega: “Alcune cose del centrodestra erano giuste. Per esempio, la riforma costituzionale bocciata dal referendum”. [...]

Il 23 Novembre 2007 alle 12:58 Prodi, Fini, cosa rossa: ecco chi teme l’asse Berlusconi-Veltroni » Panorama.it - Italia ha scritto:

[...] Ecco perché l’operazione Berlusconi-Veltroni non sarà una passeggiata. Anche se i due hanno appunto un’arma di riserva, il referendum. [...]

Il 13 Dicembre 2007 alle 17:07 Inchiesta su Berlusconi: dialogo a rischio, ci guadagna Prodi » Panorama.it - Italia ha scritto:

[...] Non a caso Veltroni ha avvertito che se salta l’accordo sulla legge elettorale si va al referendum, e dunque”scivola la legislatura”. Cioè elezioni anticipate. A molti è sembrato un avvertimento a Prodi, e forse lo è. Di certo il leader del Pd non può permettersi di sbagliare questa mossa: la sua fresca leadership di segretario e di futuro aspirante premier del centrosinistra ne uscirebbe compromessa. Naturalmente neppure Berlusconi può permettersi una marcia indietro. Rifondare la Casa delle Libertà dopo averla demolita, e soprattutto tornare a proclamarsene il capo, appare un po’ troppo. [...]

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