Un modesto consiglio ai grandi capi del Partito democratico: accettino la candidatura di Marco Pannella e tutte le rotture di scatole che ne deriveranno. Riusciranno così ad evitare rogne ancora maggiori. Contro il rifiuto - ma poi opposto da chi e a nome di che: dall’«ufficio tecnico», dai saggi, dai maggiorenti dell’Ulivo? - il vecchio Marco è pronto a rimettere in moto tutto il tradizionale armamentario di proteste: dal ricorso al regolamento (quale?) agli avvocati, fino, vedrete, a qualche sciopero della fame o della sete. D’altra parte siamo in piena estate, e Pannella è maestro nel far casino a Ferragosto, quando gli altri politici sono in vacanza e i giornali non sanno che scrivere.
È vero, si può obiettare molto alla candidatura di Pannella. Non solo il protagonismo, ma soprattutto il fatto che è a capo di un altro partito, i radicali, che a sua volta si è fusa con i socialisti boselliani dando vita, niente meno, che alla Rosa nel pugno. E poi c’è l’inveterata tentazione di Pannella di disfare ciò che gli altri fanno: dopo gli anni gloriosi del divorzio e dell’aborto, Marco ha divorato partiti, alleanze politiche, aspiranti leader. Ricordate la lista Bonino? E Capezzone, cacciato dalla rassegna stampa di Radio radicale e dal partito in nome di un centralismo neppure troppo democratico?
Però, detto tutto questo, perché Rosy Bindi sì e Pannella no? Perché ammettere Jacopo Gavazzoli Schettini o Lucio Cangini e non il vecchio leone? In fondo, tra candidature di testimonianza, di appoggio, ritiri eccellenti (Bersani), il tutto all’insegna del politicamente corretto spinto (Veltroni docet), almeno Pannella si differenzia un po’. Avremmo una campagna vera, non un invito al tè. Diciamo la verità : gli unici che possono impensierire il sindaco di Roma sembrano, al momento, Furio Colombo ed Enrico Letta. Certo, non dovrebbero soffiargli la vittoria, ma erodergli il consenso forse sì: perché, da sponde opposte, rappresentano linee politiche diverse o alternative alla formula ecumenica veltroniana. Se arrivasse Pannella, i democratici avrebbero una quarta scelta. Certo, non sarebbe il massimo come «largo ai giovani»: ma fin qui il richiamo alla generazione dei trentenni lanciato da Enrico Letta su You Tube resta la cosa più originale sentita, e forse la migliore.
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Commenti
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Il 27 Luglio 2007 alle 17:30 Corrado Buccieri ha scritto:
Pannella non si presenta per avere voti
ma solo per gloria.Lui si ficca dappertutto purchè si parli di lui.
Però adesso è diventato un’ossessione
solo nel sentirlo parlare.
Purtroppo ho capito che si sente un
grande, ma chi glielo fa credere la
Emma?
Il 31 Luglio 2007 alle 13:24 Il Pd con le porte blindate, ma Ds e Margherita tengono casse separate » Panorama.it - Italia ha scritto:
[...] Fuori Pannella, fuori Di Pietro (candidato a sorpresa), fuori ma forse ripescato anche Furio Colombo. I pretendenti alla leadership del Partito democratico restano in sei, i sei già noti: Walter Veltroni, Rosy Bindi ed Enrico Letta, politici già ben rodati, e poi Mario Adinolfi (blogger), Jacopo Gavazzoli Schettini (finanziere) e Pier Giorgio Gawronski, economista che si presenta contro la casta partitica. Dando per abbastanza scontato il ripescaggio di Furio Colombo, espressione della sinistra più antiberlusconiana, così come il tormentone dei ricorsi, la gara resta dunque ristretta tra Veltroni, Bindi e Letta, con esito anche in questo caso già scritto. C’è da scommettere che ad ottobre l’attenzione sarà tutta concentrata su quanto prenderà Walter: se verrà eletto con meno del 60 per cento si parlerà di sconfitta. [...]
Il 1 Agosto 2007 alle 16:52 Pd, anche Furio Colombo lascia: i suoi fax non contano » Panorama.it - Italia ha scritto:
[...] Dopo l’esclusione del “disturbatore” Pannella, quella del furioso Di Pietro, anche Furio Colombo non sarà ai nastri di partenza del 14 ottobre. Le sue firme erano state accettate “con riserva” dall’Ufficio Tecnico-Amministrativo del nascente Pd, presieduto dal fassiniano Nico Stumpo, perché raccolte via web e fax: “Burocrati”, accusa il senatore diessino, “non conoscono l’Italia delle autocertificazioni”. E anche un po’ smemorati di quel che successe nel ‘94. Dopo il trionfo di Silvio Berlusconi nel ‘94, Achille Occhetto fu costretto a uscire di scena. A raccoglierne lo scettro erano in due: Massimo D’Alema e Walter Veltroni. Piero Fassino fu allora incaricato di preparare un referendum tra la base a colpi di fax pro e contro i due candidati: la gara fu vinta da Veltroni. Poi al congresso il risultato fu capovolto e D’Alema eletto. Stavolta invece i fax a sostegno del compagno Colombo non sono stati accettati e lui ha scelto di farsi da parte, con una lettera (qui) a L’Unità , giornale che in un recente passato ha diretto e dalle colonne del quale aveva annunciato la sua discesa in campo. In questi giorni se ne sono sentite tante sull’ancora non nato Pd. Di certo da già di sé un’immagine sfocata e traballante: la gara a sei per la leadership inizia tra regolamenti confusi, firme ballerine, candidati bocciati, candidati promossi e candidati che rinunciano, con abbondante contorno di polemiche, risse interne e veleni. Come quello che Tonino Di Pietro ha sparso con un’intervista alla Stampa, sul Quartier Generale che lo ha tenuto fuori dalla porta: “La mia esclusione è politica: danno fastidio le mie posizioni sull’indulto, sulle intercettazioni, sull’autorizzazione a procedere per i parlamentari”. Evidentemente “la mia collaborazione con il centro-sinistra finirà con questa legislatura”. Insomma, più avanti va il percorso del Pd, paradossalmente è a Palazzo Chigi che si sentono i più pericolosi scricchiolii: gli esclusi dalla casta Ds-Dl minacciano infatti di lasciare solo l’incolpevole Prodi. [...]
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